Si fermava nello stesso identico punto ogni mattina, alle 7 in punto. Scendeva dalla moto, si metteva dritto come un palo, mano sul cuore, sguardo fisso sull’asfalto. Non c’era niente da vedere. Eppure lui salutava lo stesso.
Le auto suonavano il clacson. I ragazzi ridevano. Al bar lo chiamavano “Il Matto del Km 23”.
E io… io ero uno di quelli che ci scherzavano sopra.
Una volta l’ho perfino filmato e ho messo il video sui social con una didascalia cattiva, di quelle che fanno ridere e fanno male: “Quando la testa se ne va, ma la posa resta.”
In poche ore: migliaia di visualizzazioni. Commenti feroci. Gente che lo chiamava svitato, pericoloso, da togliere dalla strada.
E lui continuava.
Ogni mattina. Pioggia, vento, nebbia. Sempre alle 7. Sempre due minuti. Sempre mano sul cuore.
Poi, la settimana scorsa, hanno iniziato i lavori proprio su quel tratto di provinciale. E sotto quell’asfalto—proprio lì—hanno trovato qualcosa che ha cambiato tutto.
E all’improvviso, quel punto che lui salutava non era più vuoto.
Era una tomba senza lapide.
Mi sono trasferito a Castelverde tre anni fa per lavorare in una piccola redazione locale. Una di quelle dove fai un po’ di tutto: cronaca, sagre, allagamenti, gattini salvati dai tombini. Vita tranquilla, paese tranquillo.
E in quella tranquillità, ogni mattina, c’era lui.
Un uomo anziano, spalle larghe, mani rovinate, barba grigia dura come spazzola. Avrà avuto settant’anni, forse di più. Indossava una giacca di pelle consumata e un casco vecchio, graffiato. La sua moto non era una di quelle lucide da vetrina: era una moto vissuta, con i segni del tempo e dell’uso.
Si fermava sul ciglio della Provinciale 42, poco dopo il cartello Km 23, dove una volta c’era un filare di alberi (poi tagliati, poi dimenticati). Parcheggiava con cura, come se quel gesto fosse sacro. Poi camminava fino a un punto preciso—sempre lo stesso—e restava immobile.
La prima volta ho pensato fosse uno scherzo. La seconda, una stranezza. La terza, un’abitudine.
La quarta… ho iniziato a chiedermi perché.
In redazione, quando ho proposto di farci un pezzo, il capo mi ha risposto senza alzare gli occhi dal computer:
— “È folklore. Non è una notizia, finché non succede un incidente.”
E io, invece di lasciar perdere, ho fatto la cosa più facile: l’ho trasformato in una presa in giro.
Lo ammetto senza scuse: mi piaceva l’idea del “personaggio”. Mi piaceva il video che “tira”. Mi piaceva sentirmi furbo.
Ma c’era qualcosa in lui che stonava con la parola matto.
Non era un gesto casuale. Era un rito.
Stava dritto, preciso, come uno che ha imparato a stare in piedi quando non ne aveva voglia. Come uno che si mette sull’attenti senza pensarci.
Ho iniziato a cronometrare.
Alle 7:00 arrivava.
Alle 7:01 era già al suo posto.
E per due minuti esatti restava lì.
Poi tornava alla moto e se ne andava.
Sempre così.
Il paese, ovviamente, aveva le sue teorie.
Qualcuno diceva: “Lì è morto suo figlio in un incidente.”
Qualcun altro: “Protesta contro qualcosa.”
I più crudeli: “Non sa neppure cosa sta facendo. È la testa.”
E io ero tra i crudeli.
Dopo il mio video, le cose sono peggiorate. La gente rallentava apposta per guardarlo. Qualcuno lo salutava per prenderlo in giro. Qualcuno urlava frasi stupide dal finestrino.
Lui non reagiva.
Continuava.
Finché un mattino, a forza di lamentele, è arrivato anche il responsabile della viabilità del paese con due agenti.
Io ero lì, pronto a filmare la “seconda puntata”, come se fosse una serie.
— “Signore,” gli disse il funzionario, con tono più stanco che cattivo, “non può fermarsi qui ogni giorno. È pericoloso. La gente rallenta, si distrae… rischiamo un tamponamento.”
L’uomo non abbassò la mano.
— “Due minuti,” rispose. Voce roca, bassa. “Mi servono solo due minuti.”
— “Due minuti per cosa? Qui non c’è niente.”
Per la prima volta vidi una crepa in quella disciplina. Una crepa piccola, ma netta.
La mandibola tremò appena.
— “Qui c’è tutto,” disse.
Il funzionario sospirò.
— “Se continua, dovrò farle una contestazione. E la prossima volta… la porto via.”
L’uomo annuì, come se quella minaccia fosse un dettaglio.
— “Allora mi porti via. Ma domani torno. E dopodomani. E ogni giorno finché respiro.”
E in quel momento, con la mano ancora sul cuore, gli scesero due lacrime. Silenziose. Non teatrali. Vere.
Io smisi di filmare.
E, per la prima volta da quando lo conoscevo, mi vergognai sul serio.
Poi arrivarono i lavori.
La Provincia aveva approvato l’allargamento di quel tratto: nuove corsie, nuove barriere, nuovo asfalto. Un cantiere rumoroso, pieno di camion e ruspe proprio lì dove lui stava.
Quella mattina si presentò come sempre, alle 7.
Ma al posto del suo punto sacro c’erano transenne e operai con i caschi.
— “Non può passare,” gli disse il capocantiere. “Zona di lavoro.”
L’uomo rimase fermo, come se davanti avesse un muro invisibile.
— “Due minuti,” disse piano. “Solo due. Mi metto dove vuole. Non intralcio nessuno.”
— “Mi dispiace, non posso. Regole di sicurezza.”
Lo vidi perdere qualcosa. Non la calma—quella la teneva—ma la forza.
Le spalle gli caddero, come se gli avessero tolto l’aria.
Restò lì un po’, accanto alla moto, guardando l’asfalto spaccato.
Poi se ne andò.
Il giorno dopo tornò. E il giorno dopo ancora. Si mise più lontano, appena fuori dal cantiere, e salutò da lì, come uno che prega davanti a una porta chiusa.
Gli operai lo guardavano scuotendo la testa. Ma non lo cacciarono più.
Fino al terzo giorno.
Al terzo giorno la ruspa colpì qualcosa che non doveva esserci.
Un suono secco, metallico, che fece fermare tutti. L’operatore scese, nervoso, pensando a un vecchio tubo o a un cavo non segnato.
Scavarono con cautela.
E a circa due metri di profondità apparve prima una forma scura… poi una sagoma intera.
Era una moto d’epoca, un vecchio mezzo militare, consumato dal tempo ma incredibilmente integro, come se fosse stato protetto apposta. E accanto—o meglio, ancora “in posizione”—c’erano resti umani, trattenuti da una divisa ormai ridotta a frammenti.
Nessuna scena splatter, nessuna orrenda curiosità: solo un silenzio improvviso, totale.
Come se il cantiere avesse capito da solo che lì sotto c’era una storia che non si doveva trattare come un oggetto.
Chiamarono le autorità. La strada venne chiusa. Arrivarono persone con guanti, tute, documenti da firmare. E qualcuno, con un rispetto che non avevo mai visto in paese, disse una frase semplice:
— “Qui c’è un soldato.”
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