Il bullo più temuto del liceo umilia la nuova ragazza davanti a tutti… ma lei gli sussurra due parole e in 10 secondi il “re” crolla per sempre.
«Oh, guarda un po’… carne fresca.»
Riccardo si piantò davanti al tavolo, in mensa, con il sorriso storto di chi si sente padrone del mondo.
Giulia stava mangiando da sola, in fondo, con la schiscetta aperta e il suo panino mezzo scaldato.
Non alzò neanche la testa.
E quella calma, a Riccardo, fece venire voglia di spaccare qualcosa.
«Ehi, fantasma. Qui si paga il pedaggio.»
Il brusio della mensa si abbassò, come quando in piazza passa un’ambulanza e tutti si girano.
I suoi “fedeli” alle spalle ridacchiavano già.
Riccardo appoggiò le mani sul tavolo e, con una spinta, fece scivolare il vassoio.
Il cibo finì a terra con un tonfo umido.
«Ops.» disse lui, finto dispiaciuto.
Aspettavano il solito.
Le lacrime.
La vergogna.
La ragazza che raccoglie i pezzi mentre tutti guardano.
Giulia invece alzò lentamente gli occhi.
E lo fissò, dritto, come se fosse un rumore di fondo.
In quegli occhi non c’era paura.
Non c’era rabbia.
Non c’era neanche la richiesta di pietà.
Solo una calma che dava fastidio, come una luce troppo bianca in faccia.
Riccardo sentì un brivido alla nuca.
Un brivido piccolo, ma nuovo.
E il fatto che fosse nuovo lo fece arrabbiare ancora di più.
«Allora? Ti sei congelata?»
Giulia inclinò appena la testa.
Poi sorrise.
Non un sorriso nervoso.
Un sorriso minuscolo, quasi invisibile.
Come se avesse sentito una barzelletta che solo lei capiva.
«Non faccio niente.» disse piano.
Riccardo sbuffò.
«Brava. Così mi piaci. Zitta e—»
Giulia lo interruppe, senza alzare la voce.
«No, Riccardo.»
Lui s’irrigidì.
Non ricordava di averle detto il suo nome.
«Tu non farai niente.»
Le risate dietro di lui si spensero a metà, come una radio che perde segnale.
«Scusa?» fece Riccardo, cercando di ritrovare il tono da capo branco.
Giulia si alzò.
Era più bassa di lui.
Magra, spalle piccole.
Uno zaino consumato appoggiato accanto alla sedia.
Eppure, in quel momento, sembrava occupare tutta la mensa.
«Ti piace farlo, vero?» continuò lei, tranquilla.
«Ti piace vedere gli altri tremare. Vedere la faccia che si abbassa. Sentirti grande perché gli altri si rimpiccioliscono.»
Riccardo strinse la mascella.
«Ma che problemi hai, oh?»
Provò a ridere.
Una risata secca, cattiva.
«Stai zitta, strana.»
Giulia fece un passo avanti.
E Riccardo, senza capire perché, fece un passo indietro.
Fu un movimento piccolissimo.
Ma in una mensa piena, anche un respiro fa rumore.
Qualcuno, da un tavolo vicino, trattenne un “oh”.
Qualcuno smise proprio di masticare.
Riccardo sentì il sangue salire alle orecchie.
Non poteva permettersi di arretrare.
Non davanti a tutti.
«Stai ferma.» ringhiò, alzando una mano per spingerla.
Giulia non si mosse di un millimetro.
Gli occhi sempre su di lui.
E poi, avvicinandosi appena, gli sussurrò qualcosa che gli altri non sentirono.
Due parole.
Basse.
Taglienti.
Sufficienti.
Riccardo sbiancò.
Non “pallido”, no.
Sbiancò come un foglio.
Le dita gli tremarono.
La mano rimase sospesa a mezz’aria, come se si fosse scordato cosa voleva fare.
Per la prima volta da quando era entrato in quel liceo di Bologna, Riccardo Rinaldi sembrava… spaventato.
E quella parola non la usava nessuno per lui.
Mai.
«Che… che cosa mi hai detto?» balbettò, con la voce che gli uscì più sottile del previsto.
Giulia rialzò il mento.
Il sorriso minuscolo tornò.
«Niente che gli altri debbano sentire.» disse.
Riccardo deglutì.
Sentì freddo nello stomaco, come quando bevi l’acqua ghiacciata troppo in fretta.
Dietro, uno dei suoi amici fece un mezzo passo.
«Ricky… tutto ok?»
Riccardo non rispose.
Non poteva.
Perché la risposta gli sarebbe uscita rotta.
Giulia si chinò, prese lo zaino da terra con calma, come se stesse finendo la ricreazione.
E uscì dalla mensa senza correre.
Senza guardarsi indietro.
Come se niente fosse successo.
Ma il “niente” era già diventato tutto.
Nel corridoio, le voci si attaccarono alle pareti come umidità.
«Hai visto la faccia di Riccardo?»
«Mai visto così.»
«Cosa gli ha detto?»
«Secondo me viene da chissà dove…»
«No, dicono che abbia fatto finire uno in ospedale, nella scuola di prima.»
«Oppure è figlia di qualcuno… di quelli che non nomini.»
Le solite storie.
Le solite paure buttate addosso a chi è diverso.
Ma la verità era che nessuno sapeva.
E proprio quel vuoto faceva ancora più rumore.
Riccardo provò a far finta di niente.
In classe, seduto, guardava la prof parlare e non sentiva una parola.
La penna gli scappava di mano.
Quando Giulia entrava, lui sentiva il fiato accorciarsi.
Non perché gli piacesse.
Perché gli faceva male.
Gli ricordava quel secondo preciso in cui qualcosa dentro di lui si era incrinato.
E poi c’era l’altra cosa.
Gli sguardi.
Prima, quando passava Riccardo, tutti abbassavano la testa.
Ora, qualcuno lo guardava.
Qualcuno sorrideva.
Qualcuno bisbigliava.
Anche i suoi “fedeli” erano diventati più silenziosi.
Più cauti.
Come se avessero paura di stare troppo vicini a uno che ha iniziato a perdere.
Riccardo non dormì, quella notte.
Sognò di correre in un corridoio infinito, con gli armadietti a destra e sinistra.
E dietro di lui, passi leggeri.
Non pesanti.
Leggeri.
Eppure inevitabili.
Si svegliò sudato, con il cuore in gola.
E la faccia di Giulia davanti.
Sempre calma.
Sempre ferma.
Il venerdì, all’uscita, decise che doveva riprendersi tutto.
La paura degli altri.
Il rispetto.
La scena.
Aspettò Giulia dietro la palestra, nel cortile interno.
Un angolo senza telecamere.
Senza professori.
Solo un paio di bidelle lontane, impegnate a portare scatoloni.
Quando Giulia uscì dal portone, con lo zaino sulla spalla, Riccardo le si mise davanti.
«Tu e io dobbiamo parlare.» disse, forzando la voce a tornare grossa.
Giulia lo guardò come si guarda un semaforo rosso.
«Parla.» disse.
Quella parola semplice lo fece impazzire.
Non “per favore”.
Non “lasciami stare”.
Solo “parla”.
«Non so cosa credi di sapere su di me.» Riccardo fece un passo avanti.
«Ma tu non hai idea di con chi stai giocando.»
Giulia sospirò.
Come se fosse stanca.
Come se avesse già sentito quella frase mille volte, in mille posti diversi.
«È quello che stavo per dirti io.» rispose.
Riccardo alzò il mento, pronto a spingerla, a farla sbattere contro il muro.
A ricordarle chi comandava.
E in quel momento, Giulia si mosse.
Non “si spostò”.
Si mosse come un gesto studiato.
Un giro secco.
Un piede che taglia.
Una presa.
Un equilibrio che sparisce.
Riccardo sentì l’aria ribaltarsi.
E in meno di un secondo era a terra.
Schiena sul cemento freddo.
Fiato sparito.
Occhi spalancati.
Non capì neanche come.
Sentì solo il peso di Giulia che lo bloccava, preciso, senza violenza inutile.
Non lo stava picchiando.
Lo stava fermando.
E quella era l’umiliazione peggiore.
Giulia si chinò verso il suo orecchio.
La sua voce era bassissima.
«Se mi tocchi ancora…» disse.
«…faccio qualcosa di peggio che farti fare brutta figura.»
Riccardo non riuscì a parlare.
Per la prima volta, era lui quello a tremare.
E Giulia non sembrava neanche affaticata.
Si rialzò con calma.
Si sistemò lo zaino.
E se ne andò, lasciandolo lì come un sacco vuoto.
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