Ha sentito una ragazza urlare da una villetta della sua strada, ma quando ha chiesto aiuto due uomini in divisa l’hanno zittita: “Se tieni alla tua vita, dimentica tutto.”
“Aiuto! Vi prego… aiuto!”
Margherita Ferri si fermò di colpo in mezzo al marciapiede, con la borsa stretta sotto il braccio e il pane ancora caldo nella sporta. Il cuore le fece un balzo così forte che per un attimo pensò di aver sentito male.
Poi quell’urlo tornò.
Più netto. Più disperato. Una voce di donna. O forse di ragazza.
Veniva dalla villetta color crema a metà di via delle Ginestre, quella con i gerani sul davanzale, la ringhiera bianca e una piccola telecamera sopra il portone. Una casa sempre ordinata, sempre chiusa, sempre troppo silenziosa.
Margherita aveva sessantasette anni e in quella via ci abitava da quasi tutta la vita. Da vedova, da madre, da nonna. Conosceva ogni rumore del quartiere come si conosce una preghiera imparata da bambina.
Il furgoncino del pane alle otto.
La serranda del ferramenta.
Il motorino del ragazzo del civico accanto.
E sapeva riconoscere, senza ombra di dubbio, quando un suono non apparteneva a quel posto.
“Aiuto!”
Le gambe le si fecero molli.
Il primo istinto fu prendere il telefono. Il secondo gridare. Il terzo, quello più umano e più brutto, fu la paura.
Prima che riuscisse a muoversi, il portone della villetta si aprì.
Uscirono due uomini in divisa scura.
Camminavano piano. Troppo piano.
Niente concitazione. Niente radio accese. Niente fretta di rientrare. Nessuna faccia tesa di chi sta gestendo un’emergenza.
Margherita, per un secondo, sentì quasi sollievo. Pensò: meno male, sono già qui.
Quello più alto la vide subito.
Non la salutò.
Alzò una mano, ma non era un gesto gentile. Era un ordine.
“Signora,” disse con voce bassa e ferma, avanzando di qualche passo. “Qui non c’è nessun problema.”
Margherita deglutì.
“Io… ho sentito urlare.”
I due si fermarono a pochi metri da lei. Da vicino, la sensazione peggiorò. I loro volti erano composti, quasi educati. Ma gli occhi no.
Gli occhi erano freddi.
L’uomo più basso abbozzò un sorriso che non aveva niente di rassicurante. Era il sorriso di chi vuole chiudere una faccenda in fretta, senza rumore.
“È tutto sotto controllo,” disse. “Probabilmente ha capito male.”
Margherita guardò oltre le loro spalle, verso l’interno della casa.
Buio.
Troppo buio per essere mattina piena.
“Guardi che io sono sicura di aver—”
L’uomo alto fece un altro passo avanti.
“Mi ascolti bene.”
La voce si abbassò ancora. Lenta. Pesante. Come se ogni parola fosse scelta con cura per lasciare il segno.
“Lei adesso è al sicuro,” disse. “E ci resterà, finché si farà gli affari suoi.”
Margherita sentì la frase arrivarle addosso più forte dell’urlo.
Le dita si chiusero sulla tracolla della borsa fino a farle male.
L’altro uomo si sporse appena, quel tanto che bastava perché solo lei potesse sentirlo.
“Non chiami nessuno.”
Fece una pausa.
“Non parli con i vicini. Non torni qui.”
Un’altra pausa.
“Se tiene alla sua tranquillità.”
La bocca di Margherita si asciugò all’istante.
Cercò nei loro visi qualcosa che riconosceva. Un’ombra di dovere. Un minimo di umanità. Una crepa.
Non trovò niente.
Poi, da dentro la casa, arrivò un rumore lieve.
Un singhiozzo.
Appena un filo.
Ma c’era.
Le ginocchia iniziarono a tremarle.
L’uomo alto si raddrizzò, come se il colloquio fosse finito.
“Buona giornata, signora.”
Margherita non rispose.
Si voltò.
E corse.
Corse come non faceva da anni, con il respiro a pezzi e il petto in fiamme, fino al bar-tabacchi all’angolo di via Manzoni, tre isolati più in là. Entrò quasi inciampando, mentre il campanello sopra la porta trillava allegro come in una mattina qualunque.
Quel suono normale le fece quasi male.
Si piegò in avanti, le mani sulle ginocchia, e cercò aria tra l’odore di caffè, cornetti e giornali freschi. Il barista la guardò da lontano, come si guarda una signora che forse ha avuto un calo di pressione.
“Tutto bene, Margherita?”
Lei annuì.
Mentì con la testa prima ancora che con la bocca.
“Sì… sì. Mi è mancato un attimo il respiro.”
Si avvicinò al bancone, tirò fuori qualche moneta, comprò una bottiglietta d’acqua che non aprì neppure. Aveva il telefono in mano, ma non riusciva a comporre nessun numero.
Continuava a sentirsi quella frase in testa.
Lei adesso è al sicuro.
Detta così, non sembrava una rassicurazione. Sembrava una minaccia.
Tornò a casa poco dopo, chiuse la porta a chiave e infilò il catenaccio con mani che non smettevano di tremare. Tirò le tende del salotto, poi quelle della cucina, poi quelle della camera, come se la stoffa potesse proteggerla da quello che aveva visto.
O da quello che non aveva visto abbastanza.
Per tutto il pomeriggio non accese la televisione. Non mise neppure la radio. Restò seduta sulla sedia vicino alla finestra, spiando da un piccolo spiraglio tra le tende.
Alle quattro passò un’auto di servizio.
Piano.
Troppo piano.
Un giro.
Poi un altro.
Margherita si ritrasse d’istinto, come se qualcuno potesse sentirla respirare.
Quella notte non dormì quasi per niente. Ogni scricchiolio del condominio, ogni moto lontana, ogni cane che abbaiava le sembrava un segnale. Alle tre si alzò per controllare due volte la serratura. Alle quattro bevve una camomilla fredda. Alle cinque era ancora seduta sul letto con la vestaglia addosso e gli occhi spalancati nel buio.
La mattina dopo via delle Ginestre sembrava identica.
Le stesse tapparelle semichiuse.
Lo stesso signore col cane.
La stessa donna del civico sei che scuoteva il tappeto dal balcone.
E la villetta color crema, silenziosa, pulita, immobile. Nessun nastro. Nessun via vai. Nessun segno che lì dentro fosse successo qualcosa.
Verso mezzogiorno arrivò un camion per traslochi.
Margherita lo vide dalla finestra della cucina, con il caffè che le si raffreddava in mano. Due uomini scaricarono scatoloni, poi una coppia giovane entrò e uscì per ore con facce stanche e normali, come chi sta iniziando una vita nuova.
Entro sera le tende della villetta erano cambiate.
Una bicicletta appoggiata al muro.
Un vaso all’ingresso.
Una luce accesa in soggiorno.
La casa sembrava abitata da sempre.
Come se il giorno prima non fosse esistito.
Margherita si disse che doveva dimenticare.
Se lo disse una volta.
Poi dieci.
Poi ogni giorno.
Non ci riuscì.
Continuò a fare la spesa al supermercato, a passare in posta il martedì, a portare i fiori al cimitero la domenica. Continuò a rispondere alle amiche che andava tutto bene. Continuò a sorridere alla figlia al telefono e a dire “non ti preoccupare, qui è tutto tranquillo”.
Ma dentro, qualcosa si era rotto.
Ogni volta che passava vicino alla villetta, cambiava marciapiede.
Ogni volta che sentiva una sirena in lontananza, lo stomaco le si chiudeva.
Ogni volta che vedeva una divisa, abbassava gli occhi.
Passarono i giorni.
Poi le settimane.
Poi, una sera tardi, mentre sparecchiava da sola davanti alla televisione accesa a volume basso, apparve una notizia del telegiornale locale.
“Ragazza scomparsa dopo aver detto ai genitori che andava a casa di un’amica.”
Margherita si fermò con il piatto in mano.
Sullo schermo apparve la foto di una ragazzina dai capelli scuri, con un sorriso timido e due fossette leggere. Avrà avuto quindici, sedici anni al massimo.
Sotto la foto scorse una riga con il luogo.
Via delle Ginestre.
Margherita sentì il sangue gelarsi.
Posò il piatto nel lavello senza fare rumore e alzò il volume. La giornalista parlava di ultime tracce, di telefonino spento, di accertamenti in corso. Mostravano per pochi secondi proprio quella parte della strada. La stessa. Non c’erano dubbi.
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