Posai il Flacone e Scoprii che il Pane Poteva Salvare una Vitav

Alle 21:38 dovevo rovinare 27 prodotti ancora buoni, mentre un ragazzo aspettava in silenzio un pezzo di pane.

Lavoro da tredici anni in una grande catena di panetterie, in una via abbastanza trafficata di Bologna, non lontano dalla fermata dell’autobus.

Mi chiamo Francesca Ricci, ho 48 anni, e sono sempre stata una persona precisa.

Arrivo in anticipo.

Conto la cassa.

Segno gli invenduti.

Pulisco il banco.

Chiudo tutto come si deve.

C’è solo una cosa che non sono mai riuscita a fare senza sentirmi male.

Ogni sera, dopo la chiusura, quello che non era stato venduto finiva in un grande sacco nero. Panini, focaccine, pizzette, cornetti, pezzi di crostata, bottigliette d’acqua.

Cose ancora buone.

Magari non perfette come al mattino presto, appena messe in vetrina. Ma pulite, integre, commestibili.

Eppure la regola era sempre la stessa: si buttano.

Poi bisognava versare sopra un prodotto per le pulizie, così nessuno poteva recuperarli dopo.

La prima volta che me lo dissero, pensai di aver capito male.

Invece no.

Era procedura.

“Per evitare problemi.”

A me sembrava che il problema non fossero le persone che cercavano qualcosa da mangiare. Il problema era guardare il cibo buono diventare spazzatura.

Quel giovedì sera erano rimasti dieci panini con prosciutto cotto e formaggio, sette focaccine, sei pizzette rosse, quattro cornetti vuoti e due bottigliette d’acqua.

Li avevo appena segnati sul foglio degli invenduti quando qualcuno bussò piano alla porta sul retro.

Due colpi leggeri.

Non insistenti.

Quasi timidi.

Aprii appena.

Davanti a me c’era un ragazzo giovane. Avrà avuto ventun anni, non di più. Magro, con uno zaino consumato sulle spalle e le mani infilate nelle maniche della felpa.

Mi guardò senza fare un passo avanti.

— Buonasera, signora. Scusi il disturbo. Volevo solo chiedere… se per caso resta un pezzo di pane che buttate via.

Lo disse con un’educazione che mi fece male.

Non chiedeva soldi.

Non alzava la voce.

Non pretendeva niente.

Chiedeva solo di non andare a dormire con lo stomaco vuoto.

— Come ti chiami? — gli domandai.

— Samuele.

Poi abbassò subito gli occhi, come se anche dire il proprio nome fosse troppo.

In quel momento sentii una voce alle mie spalle.

— Signora Ricci.

Mi girai.

Era il signor Baraldi, il responsabile di zona. 57 anni, giacca scura, faccia chiusa. Uno di quegli uomini che entrano in un negozio e guardano prima i numeri, poi le persone.

Era venuto a controllare la chiusura.

Guardò Samuele. Poi guardò il banco con gli invenduti.

— La procedura va rispettata.

Non risposi.

Lui prese il flacone del prodotto e lo appoggiò vicino al sacco nero.

— Proceda, per favore.

Samuele capì.

Certo che capì.

Fece mezzo passo indietro.

— Non fa niente, signora. Grazie lo stesso.

Quel “grazie lo stesso” mi colpì più forte di un rimprovero.

Presi il flacone in mano.

Pesava.

Più del solito.

Pensai a quando mio figlio era piccolo. Ai mesi dopo la separazione. Alle volte in cui facevo la spesa con la calcolatrice del telefono aperta. Alle cene in cui dicevo: “Io ho mangiato al lavoro”, anche se non era vero.

Sapevo cosa vuol dire contare ogni euro.

E sapevo anche quanto brucia dover chiedere.

Il signor Baraldi disse:

— Signora Ricci, stiamo aspettando.

Allora posai il flacone.

Piano.

Presi i dieci panini, le sette focaccine, le sei pizzette, i quattro cornetti e le due bottigliette d’acqua. Li misi in due sacchetti di carta.

Senza nascondermi.

Senza correre.

Senza vergognarmi.

Il signor Baraldi diventò rosso.

— Che cosa sta facendo?

— Li compro.

Andai alla cassa. Passai tutto come prodotto di fine giornata, con lo sconto previsto. Pagai con la mia carta.

La ricevuta uscì lenta dalla macchinetta.

La presi e la appoggiai sul banco davanti a lui.

— Ecco. È tutto pagato.

Lui fissò lo scontrino.

— Lei si rende conto che sta andando contro una disposizione?

— No, signore. Sto comprando prodotti che stavamo per distruggere.

— Sta rischiando il posto per qualche panino?

Lo guardai negli occhi.

— No. Sto solo ricordando a me stessa che una persona vale più di un sacco nero.

Per qualche secondo non disse niente.

Presi i sacchetti e uscii.

Samuele era ancora lì, vicino alla porta, come se non avesse il coraggio di andarsene davvero.

Quando gli porsi il cibo, non lo prese subito.

— È per me?

— Sì.

— Tutto?

— Tutto, Samuele.

Lo afferrò con entrambe le mani, piano, come se avesse paura che sparisse.

Poi vide i cornetti.

Il suo viso cambiò.

Non sorrise proprio. Gli tremò solo la bocca.

— Mia madre me li comprava la domenica mattina, quando ero piccolo.

Si fermò un attimo.

— Oggi compio ventun anni.

Rimasi senza parole.

Ventun anni.

E aspettava dietro una panetteria che qualcuno decidesse di non rovinare del pane.

Dietro di me, il signor Baraldi non urlò.

Disse solo:

— Ne parleremo domani.

Annuii.

Quella notte dormii poco. Non per paura. Piuttosto perché, per una volta, non mi vergognavo di me stessa.

La mattina dopo trovai davanti alla porta sul retro un sacchetto di carta piegato con cura.

Dentro c’era un biglietto.

“Grazie, Francesca. Ho diviso le pizzette con altri due ragazzi. Il cornetto l’ho tenuto per il mio compleanno. Grazie per avermi trattato come una persona.”

Lo lessi tre volte.

Quando arrivò il signor Baraldi, glielo misi davanti.

Lui lo lesse in silenzio.

Poi prese il flacone dal banco e lo rimise nell’armadietto.

— Da oggi troviamo una soluzione diversa per gli invenduti — disse. — Segnata bene, pulita, controllata.

Non era una scusa.

Ma per uno come lui, ci andava molto vicino.

Quella sera non ho salvato il mondo.

Ho solo comprato 27 prodotti che stavano per finire in un sacco nero.

Ma a volte l’umanità comincia così: posando un flacone, tendendo un sacchetto, e ricordando a qualcuno che non è invisibile.

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