Il ricco padre rientrò prima e trovò suo figlio con le stampelle accanto alla domestica

Il milionario tornò a casa prima del solito e trovò suo figlio con le stampelle a lavare il pavimento insieme alla domestica

«Matteo, lascia stare, amore mio. Ti stanchi.»

«No, zia Lucia. Tu dici sempre che siamo una squadra.»

Alessandro De Santis rimase fermo sulla soglia del salone, con la ventiquattrore ancora in mano e il cappotto buono bagnato di pioggia sulle spalle.

Non riusciva a muoversi.

Il parquet della villa era lucido d’acqua e succo d’arancia. In mezzo alla stanza, inginocchiata per terra, c’era Lucia, la donna che da sei mesi lavorava in casa loro.

Aveva le ginocchia bagnate, le mani rosse e un grembiule scolorito che sembrava uscito dalla cucina di una trattoria di paese.

Accanto a lei, suo figlio Matteo.

Quattro anni.

Due stampelle viola.

Le gambine sottili che tremavano.

Un canovaccio in mano.

E un sorriso che Alessandro non vedeva da mesi.

«Guarda, zia Lucia, questa parte la pulisco io.»

«Solo un pezzettino, campione. Poi ti siedi sul divano, promesso?»

«Ma se tu pulisci da sola ti fa male la schiena.»

Alessandro sentì qualcosa stringergli la gola.

Era abituato a rientrare dopo le nove di sera.

Quando la casa era già spenta.

Quando Matteo dormiva.

Quando sua moglie Chiara era chiusa in camera con una crema sul viso e il telefono in mano.

Quando tutto sembrava in ordine, pulito, perfetto.

La bella casa.

La bella famiglia.

La bella figura.

Quella sera, invece, una riunione con alcuni soci si era chiusa prima del previsto. Alessandro, invece di passare dall’ufficio, aveva deciso di tornare direttamente nella villa ai Parioli.

Senza avvisare.

E ora vedeva quello che nessuno gli aveva mai raccontato.

Matteo si accorse di lui per primo.

«Papà! Sei già tornato!»

Nel girarsi troppo in fretta, perse quasi l’equilibrio.

Lucia scattò in piedi, pronta a sorreggerlo, ma si bloccò appena vide Alessandro.

Abbassò subito lo sguardo.

«Buonasera, dottore. Mi scusi. Stavamo solo finendo di pulire.»

Alessandro guardò il bambino.

Poi guardò il canovaccio nelle sue mani.

«Matteo, cosa stai facendo?»

Il bambino sollevò il mento, fiero.

«Aiuto zia Lucia. Oggi sono stato in piedi quasi cinque minuti senza sedermi.»

Alessandro batté le palpebre.

«Cinque minuti?»

«Sì! E ieri tre. Zia Lucia mi fa fare gli esercizi. Dice che se non mollo, un giorno potrò correre come gli altri bambini.»

Nella stanza calò un silenzio pesante.

Uno di quei silenzi che nelle famiglie italiane fanno più rumore di una bestemmia detta a tavola.

Lucia si tormentava le mani.

«Dottore, io non volevo permettermi. Glielo giuro. Era solo un modo per farlo giocare. Se ho sbagliato, me ne vado anche subito.»

«Zia Lucia non ha sbagliato niente!» gridò Matteo, mettendosi tra loro due come un piccolo soldato con le stampelle. «Lei è la mia amica. Lei non si arrabbia quando ci metto tanto. Lei aspetta.»

Alessandro sentì quelle parole entrargli dentro come vetro.

Lei aspetta.

Lui, invece, no.

Lui aveva sempre fretta.

Fretta di uscire.

Fretta di firmare.

Fretta di rispondere.

Fretta di dire: “Dopo, Matteo.”

E il dopo, in quella casa, non arrivava mai.

«Matteo, vai in camera tua. Devo parlare con Lucia.»

«Papà…»

«Per favore.»

Il bambino guardò Lucia.

Lei gli sorrise piano.

«Vai, campione. Va tutto bene.»

Matteo salì le scale lentamente. Prima di sparire, si voltò.

«Papà, non mandarla via. Lei è la persona più buona del mondo.»

Poi il corridoio si mangiò il rumore delle stampelle.

Alessandro restò solo con Lucia.

Per la prima volta la guardò davvero.

Non come si guarda una persona che entra ed esce dalla propria casa per pulire.

Non come si guarda qualcuno che fa parte dell’arredamento.

La guardò come si guarda una donna.

Una donna giovane, stanca, con occhiaie profonde, capelli legati male, mani rovinate dal detersivo e due occhi pieni di paura.

«Da quanto tempo fate questi esercizi?»

Lucia deglutì.

«Da quando lavoro qui. Sei mesi, più o meno.»

«Chi ti ha autorizzata?»

Lei abbassò la testa.

«Nessuno.»

Alessandro serrò la mascella.

«E allora perché?»

Lucia inspirò piano.

«Perché suo figlio era triste.»

Quelle parole gli arrivarono addosso più forti di uno schiaffo.

«Triste?»

«Sì, dottore. Triste come sono tristi certi bambini quando nessuno li guarda davvero. Mi perdoni se parlo troppo.»

Alessandro non rispose.

Lucia trovò il coraggio di continuare.

«Io ho un fratello più piccolo. Si chiama Davide. Da bambino aveva problemi alle gambe. Mia madre lavorava nei condomini, mio padre se n’era andato, e io l’ho accompagnato per anni alla riabilitazione. Ho imparato gli esercizi guardando, chiedendo, ripetendo a casa. Non sono una dottoressa, lo so. Non ho studiato. Però certe cose le conosco.»

«E con Matteo le fai quando?»

«La mattina presto. Prima che lei esca, o mentre lei è già uscito. A volte nella pausa pranzo. A volte dopo aver finito i lavori.»

«Non sei pagata per questo.»

«No.»

«E allora perché lo fai?»

Lucia sorrise appena, ma le tremarono le labbra.

«Perché un bambino dovrebbe sorridere almeno una volta al giorno. Anche in una casa grande.»

Alessandro si voltò verso il salone.

Mobili antichi.

Tappeti costosi.

Quadri scelti da un arredatore.

Argenteria lucida.

E in mezzo a tutto quel benessere, suo figlio era solo.

«Chiara lo sa?»

Lucia esitò.

«La signora sa che gioco con Matteo.»

«Ho chiesto se sa degli esercizi.»

«Sì.»

«E perché non me l’ha detto?»

Lucia non rispose.

In quel momento si udirono di nuovo le stampelle.

Matteo era tornato, in pigiama, con il viso serio.

«Papà, tu la mandi via?»

Alessandro si inginocchiò davanti a lui.

«Perché pensi che potrei mandarla via?»

Matteo guardò il pavimento.

«Perché la mamma dice sempre che in questa casa ognuno deve stare al suo posto.»

Lucia chiuse gli occhi.

Alessandro sentì il sangue gelarsi.

«E tu che posto pensi abbia Lucia?»

Matteo rispose senza pensarci.

«Vicino a me.»

Alessandro non disse niente.

«Lei mi ascolta. Tu no. Tu sei il mio papà, ma lei è la mia amica.»

La parola amica fece più male di qualunque accusa.

Alessandro prese una mano del figlio.

«E io posso diventare tuo amico?»

Matteo sollevò lo sguardo, incredulo.

«Davvero?»

«Davvero.»

«Allora devi venire domani mattina a vedere gli esercizi. E devi sederti sull’erba. Anche se ti sporchi i pantaloni.»

Lucia si lasciò scappare un piccolo sorriso.

Alessandro annuì.

«Ci sarò.»

«Ma tu domani hai il lavoro.»

«Domani il lavoro aspetta.»

Matteo lo abbracciò con una forza goffa e commovente.

Alessandro sentì le stampelle sbattere contro il suo fianco, il respiro caldo del bambino sul collo, il profumo di sapone economico che Lucia usava per lavargli i capelli.

E capì una cosa terribile.

Non sapeva quasi nulla di suo figlio.

Quella notte aspettò Chiara in salotto.

Lei rientrò poco prima di mezzanotte, elegante, profumata, con il sorriso stanco di chi aveva passato la serata a parlare con donne che si chiamavano “care” ma si detestavano da anni.

«Sei qui? È successo qualcosa?»

«Dobbiamo parlare di Matteo.»

Chiara si irrigidì.

«Se è per altri medici, ti ho già detto che non voglio trasformarlo in un esperimento.»

«Non parlo di medici. Parlo di Lucia.»

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