Dovevano sopprimerla all’alba, ma quella gatta non era malata: piangeva qualcuno che non sarebbe mai più tornato
«Domattina non possiamo rimandare ancora.»
Quando la responsabile pronunciò quella frase, avevo già la mano sulla maniglia del box.
Dentro, rannicchiata nell’angolo più lontano, c’era una gatta tigrata grigia che da quattro giorni faceva sempre la stessa cosa.
Piangeva.
Non miagolava per fame.
Non soffiava.
Non graffiava.
Non cercava nemmeno di scappare.
Emetteva soltanto un lamento basso, ogni pochi secondi, come se dentro quel corpo piccolo si fosse inceppato qualcosa.
Mi chiamo Paolo, ho cinquantasette anni e da quasi dodici lavoro nel turno serale di un piccolo rifugio per animali alla periferia di Parma.
Non è un posto bello.
Chi dice il contrario non c’è mai entrato alle nove di sera, quando i volontari sono andati via e rimangono soltanto l’odore di disinfettante, le ciotole da lavare, qualche cane che abbaia nel corridoio e il rumore metallico delle serrature.
In tanti anni credevo di aver visto tutto.
Cani lasciati davanti al cancello con il guinzaglio legato alla rete.
Gattini dentro scatole da scarpe.
Animali anziani consegnati dopo la morte del proprietario.
Famiglie che, con gli occhi bassi, dicevano:
«Non ce la facciamo più.»
Una separazione.
Un trasloco.
Una casa più piccola.
Un genitore malato.
Una pensione che non bastava.
La vita, quando stringe, non chiede il permesso.
E molto spesso chi non può parlare è il primo a pagare.
Per questo avevo imparato a non giudicare troppo in fretta.
Ma quella gatta mi era entrata sotto la pelle.
Aveva circa nove anni.
Il pelo intorno all’orecchio sinistro era spelacchiato.
Aveva una piccola cicatrice sul naso e gli occhi giallo-verdi di chi sembrava stanco da prima ancora di arrivare lì.
Sul foglio del box c’era scritto:
“Femmina. Adulta. Poco reattiva. Scarso appetito. Difficile valutazione.”
Tradotto nel linguaggio di chi lavora con troppi animali e troppo poco tempo significava una cosa semplice:
difficile da affidare.
E in un rifugio pieno, a volte basta questa parola a far correre il tempo più velocemente.
Quella sera rimasi oltre il mio turno.
La responsabile, Teresa, aveva già messo il cappotto.
Prima di uscire mi disse:
«Paolo, non affezionarti a tutti.»
Sorrisi.
«Troppo tardi.»
Lei non sorrise.
«Lo dico sul serio. Siamo pieni. Sabato arrivano altri sette gatti da uno sgombero.»
Annuii.
Lo sapevo.
La matematica dei rifugi è la parte che nessuno vuole sentire.
Tutti amano la parola “salvare”.
Suona bene.
Sta bene sui manifesti.
Fa venire voglia di condividere una foto.
Ma salvare significa anche spazio, medicine, bollette, personale, volontari, adozioni, tempo.
E il tempo non è infinito.
Quando rimasi solo, presi il fascicolo della gatta.
Non stavo cercando qualcosa in particolare.
Forse volevo solo trovare un motivo per non sentirmi impotente.
Sfogliai le pagine.
Visita iniziale.
Peso.
Vaccini precedenti sconosciuti.
Provenienza: appartamento in provincia.
Poi vidi una riga che nessuno aveva evidenziato.
“Entrata insieme a secondo esemplare, stesso proprietario.”
Mi fermai.
Cercai il numero del fascicolo collegato.
Era un altro gatto.
Maschio.
Stessa età approssimativa.
Stesso indirizzo.
Nella casella delle note c’era scritto:
“Possibile fratello. Convivenza dalla nascita.”
Più sotto:
“Deceduto entro ventiquattro ore dall’ingresso. Grave insufficienza respiratoria.”
Rimasi seduto alla scrivania senza muovermi.
Dal corridoio arrivò quel lamento.
Basso.
Breve.
Poi silenzio.
Poi di nuovo.
Mi alzai.
Andai davanti al box.
Lei non si mosse.
Fu allora che per la prima volta smisi di vederla come una gatta “che non si adattava”.
Non aveva un problema di carattere.
Non era cattiva.
Non era ingestibile.
Aveva perso qualcuno.
Probabilmente l’unico essere vivente con cui aveva dormito, mangiato e condiviso ogni stanza per quasi nove anni.
Era arrivata in un posto sconosciuto.
Luci bianche.
Odori estranei.
Cani che abbaiavano.
Persone che aprivano e chiudevano gabbie.
E suo fratello era sparito.
Noi la guardavamo da quattro giorni aspettando che tornasse normale.
Ma normale rispetto a cosa?
Il mattino dopo chiesi tempo.
«Quanto?» domandò Teresa.
«Una settimana.»
«Paolo.»
«Cinque giorni.»
Lei incrociò le braccia.
«E poi?»
«Poi ne riparliamo.»
«Non puoi promettermi che cambierà.»
«No.»
«Non puoi promettermi un’adozione.»
«No.»
«E allora cosa mi stai chiedendo?»
Guardai verso il corridoio.
«Di non confondere il dolore con un difetto.»
Teresa mi fissò a lungo.
Poi sospirò.
«Cinque giorni.»
Da quel momento iniziai a fermarmi dopo il turno.
Non cercavo di prenderla.
Non infilavo le mani nel box.
Mi sedevo per terra, appoggiato al muro.
E parlavo.
All’inizio mi sentivo un idiota.
Le raccontavo del traffico sulla tangenziale.
Delle mie ginocchia che facevano male quando cambiava il tempo.
Del vicino che lasciava sempre la bicicletta davanti al portone.
Del sugo che mia sorella preparava la domenica.
Poi cominciai a raccontarle cose che non dicevo quasi a nessuno.
Che dopo il divorzio avevo tenuto accesa la radio per mesi anche quando non la ascoltavo.
Che la domenica era il giorno peggiore.
Durante la settimana avevo il lavoro.
Il sabato c’erano commissioni.
Ma la domenica, alle dodici e mezza, quando dalle finestre dei vicini uscivano gli odori dell’arrosto e del ragù, io sentivo il vuoto di una tavola che una volta era stata piena.
Mia madre diceva sempre che una casa si misura la domenica.
Avevo riso di quella frase per trent’anni.
Poi avevo capito.
La gatta mi ascoltava dall’angolo.
Il terzo giorno le avvicinai un cucchiaino con un po’ di cibo morbido.
Lei annusò.
Aspettai.
Dopo quasi un minuto tirò fuori la lingua e ne prese un poco.
Il quinto giorno bevve mentre ero ancora seduto lì.
Il sesto, quando sentì i miei passi, sollevò la testa prima che arrivassi davanti al box.
Il settimo giorno si avvicinò alla grata.
Non molto.
Venti centimetri, forse.
Ma per lei sembravano chilometri.
Mi si riempirono gli occhi.
Non perché fosse guarita.
Non lo era.
Mi commosse perché ci stava provando.
Tre giorni dopo, poco prima della chiusura, entrò una donna.
Capelli bianchi tagliati corti.
Jeans scuri.
Scarpe comode.
Una giacca color nocciola consumata sui polsini.
Avrà avuto settant’anni.
Forse qualcosa in più.
Non aveva l’aria di chi era venuta per passare il tempo.
Camminò davanti ai box senza fare vocine.
Niente “amore di mamma”.
Niente dita infilate tra le sbarre.
Guardava.
Leggeva.
Aspettava.
Passò davanti ai gattini.
Un rosso giovanissimo cercò perfino di afferrarle la manica.
Lei sorrise, gli accarezzò appena la testa attraverso la grata e continuò.
Si fermò davanti alla tigrata.
Rimasero a guardarsi.
La donna mi chiese:
«Che cosa le è successo?»
Avrei potuto darle la versione breve.
“È timida.”
“Ha bisogno di tempo.”
“Ha avuto un passato difficile.”
Le frasi che usiamo quando ci sono altre persone in fila.
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