A Settantadue Anni Presi la Mia Valigia e Ritrovai Me Stessa

Pensavo che quella scatola di matite fosse un addio. Invece era il primo modo in cui mio marito imparò a chiedermi scusa.

Rimasi seduta sul letto della mia piccola stanza con la scatola di matite sulle ginocchia.

Ettore era davanti a me, goffo come un ragazzo al primo appuntamento.

Non sapeva dove mettere le mani.

Non sapeva se sedersi.

Non sapeva nemmeno se guardarmi negli occhi.

Sul biglietto c’erano solo cinque parole.

“Per quello che ti piace.”

Le lessi tre volte.

Poi una quarta.

Non perché non le capissi.

Ma perché, dopo tanti anni, mi sembrava strano ricevere da lui una frase che non riguardasse la cena, le medicine, la spesa o le chiavi.

Mi asciugai il viso con il dorso della mano.

«Grazie», dissi piano.

Ettore annuì.

Avrei voluto che dicesse qualcosa di più.

Una frase grande.

Una promessa.

Un “ho sbagliato”.

Un “torna a casa”.

Invece rimase zitto.

E, per la prima volta, quel silenzio non mi sembrò freddo.

Mi sembrò pieno di paura.

«Non sapevo quali colori servissero», mormorò. «Ho preso quelli che mi sembravano più vivi.»

Aprii la scatola.

Rosso.

Giallo.

Verde.

Blu.

Viola.

Colori semplici, da bambini quasi.

Eppure mi tremarono le dita.

Per anni avevo vissuto in una casa ordinata, pulita, precisa.

Ma senza colore.

«Ti va un caffè?» gli chiesi.

Lui si guardò intorno.

La mia stanza era piccola.

Un letto stretto, un tavolo vicino alla finestra, una sedia di legno, una tazza sul davanzale.

Niente giornale piegato.

Niente piatti al loro posto.

Niente abitudini sue.

«Se non disturbo», disse.

Quella frase mi colpì.

Ettore, in quarantotto anni, non mi aveva mai chiesto se disturbava.

Era sempre stato semplicemente lì.

Come un mobile pesante.

Come una parete.

Gli preparai il caffè con una piccola moka che Livia mi aveva prestato.

Non era buono come quello di casa.

Era un po’ bruciato.

Ma lo bevemmo lo stesso.

Seduti uno davanti all’altra, senza tavola apparecchiata, senza dover fare finta che tutto fosse normale.

«Hai già disegnato qualcosa?» mi chiese.

Guardai il quaderno che Livia mi aveva regalato.

Era ancora quasi vuoto.

Sulla prima pagina avevo disegnato una tazza.

Solo una tazza.

Storta, con il manico troppo grande.

Ma era mia.

«Poco», risposi.

«Posso vedere?»

Istintivamente chiusi il quaderno con la mano.

Mi vergognai.

A settantadue anni mi vergognavo di un disegno storto.

Ettore abbassò subito gli occhi.

«Scusa. Non volevo.»

Quell’uomo che per anni non aveva notato i miei capelli tagliati, adesso notava il mio fastidio.

Era una cosa piccola.

Ma le cose piccole, quando mancano per troppo tempo, diventano enormi.

Gli passai il quaderno.

Lui lo prese come si prende una cosa fragile.

Guardò la tazza per un lungo momento.

Poi disse:

«È la tazza che tieni sul davanzale.»

Annuii.

«Sì.»

«L’hai fatta più bella di com’è.»

Sorrisi senza volerlo.

«Forse perché è mia.»

Ettore non rispose.

Ma vidi che quella frase gli rimase addosso.

Come una camicia bagnata.

Quel giorno non mi chiese di tornare.

Quando si alzò per andare via, posò la mano sulla maniglia della porta e si fermò.

«Nerina.»

«Sì?»

«Domani posso passare? Solo dieci minuti.»

Avrei potuto dire di no.

E forse una parte di me voleva farlo.

Non per cattiveria.

Per paura di rientrare piano piano nella stessa gabbia.

Ma lui aveva detto “posso”.

Non “passo”.

Non “vengo”.

Aveva chiesto.

E io, dopo tanti anni, avevo finalmente il diritto di rispondere.

«Domani va bene», dissi. «Ma non all’ora di pranzo. La mattina disegno.»

Lui annuì subito.

«Va bene.»

Poi uscì.

Rimasi da sola con la scatola di matite.

Presi il blu.

Non sapevo perché proprio il blu.

Forse per la valigia.

Forse perché era il colore della porta che avevo attraversato.

Disegnai una linea.

Poi un’altra.

Non venne fuori niente di bello.

Ma venne fuori qualcosa.

E quel qualcosa bastava.

Nei giorni successivi Ettore passò davvero.

Non tutti i giorni.

Non troppo.

All’inizio restava sulla soglia, con il cappello in mano, come se fosse entrato nella casa di una sconosciuta.

A volte portava una mela.

A volte un pacchetto di biscotti semplici.

Una mattina arrivò con il mio vecchio scialle marrone.

«Questo non l’avevi preso», disse.

Lo guardai.

Stavo per rispondere male.

Stavo per dirgli che non avevo bisogno che mi riportasse pezzi della mia vecchia vita come se fossero oggetti smarriti.

Poi vidi che dentro lo scialle c’era qualcos’altro.

Un quaderno vecchio, con la copertina macchiata.

Mi si fermò il respiro.

«Dove l’hai trovato?»

«Nel mobile del corridoio. In fondo. Dietro le tovaglie buone.»

Lo presi con due mani.

Era il mio quaderno da disegno di quando avevo trent’anni.

Lo avevo cercato una volta, tanti anni prima.

Poi avevo pensato di averlo buttato.

Dentro c’erano mani, sedie, finestre, il volto di mia madre, una bicicletta appoggiata a un muro.

E c’era anche Ettore.

Giovane.

Con i capelli scuri.

Seduto su una panchina, il mento basso, le mani grandi appoggiate sulle ginocchia.

Non ricordavo più di averlo disegnato.

Lui sì, invece.

«Me lo avevi fatto vedere una sera», disse. «Io dissi solo che avevo fame.»

Chiusi gli occhi.

Mi venne da ridere e da piangere insieme.

Era proprio da lui.

«Perché l’hai tenuto?»

Ettore si sedette piano sulla sedia.

«Non lo so. Forse perché era bello. Forse perché dentro c’era una Nerina che io non sapevo guardare.»

Quella frase mi fece male.

Ma era un male pulito.

Come quando si lava una ferita.

«E adesso la sai guardare?» chiesi.

Lui non rispose subito.

Poi disse:

«Sto imparando.»

Non era una promessa grande.

Ma era una risposta onesta.

E io, alla mia età, delle promesse grandi avevo paura.

Le promesse grandi fanno rumore.

Le cose vere, spesso, cominciano basse.

Una settimana dopo, Livia bussò alla mia porta con un grembiule pieno di farina.

«Nerina, al forno abbiamo una parete vuota vicino al banco», disse. «Potremmo appenderci qualche suo disegno.»

Io quasi mi strozzai con il caffè.

«I miei disegni? Ma sono cose da niente.»

Livia entrò senza chiedere troppo, come faceva lei quando capiva che una persona stava per nascondersi.

Prese il quaderno dal tavolo.

Lo sfogliò.

«Questa finestra non è da niente.»

«È una finestra.»

«Appunto. Le persone entrano, comprano il pane, corrono via. Magari una finestra disegnata bene le fa fermare un secondo.»

Scossi la testa.

«Alla mia età non si comincia a fare mostre.»

Livia mi guardò seria.

«Alla sua età si comincia quello che non si è potuto cominciare prima.»

Non seppi rispondere.

Quella frase restò nella stanza anche dopo che lei se ne andò.

La sera, Ettore venne a portarmi una busta con due camicette stirate.

«Le ho stirate male», disse subito.

E infatti erano stirate male.

Una aveva una piega proprio sul davanti.

Lo guardai.

Lui sembrava mortificato.

A un certo punto scoppiai a ridere.

Non un riso amaro, questa volta.

Un riso vero.

«Ettore, hai stirato una piega nuova sopra una piega vecchia.»

Lui guardò la camicetta.

Poi rise anche lui.

Era un suono arrugginito.

Quasi non lo riconobbi.

Sedemmo insieme al tavolino.

Gli raccontai della proposta di Livia.

Lui si illuminò in modo timido.

«Dovresti farlo.»

«E se la gente ride?»

«La gente ride anche quando non capisce. Non è sempre un problema tuo.»

Lo fissai.

«Da quando dici cose così?»

Lui abbassò lo sguardo.

«Da quando mangio da solo.»

La frase cadde tra noi.

Non mi fece pena.

O forse sì, un po’.

Ma non volevo tornare da lui per compassione.

La compassione tiene insieme tante coppie stanche.

Io avevo bisogno di qualcosa di diverso.

«Ettore, io non voglio tornare a essere la donna che controlla se hai il formaggio.»

Lui annuì.

«Lo so.»

«Non voglio che questa storia diventi solo una paura tua di restare solo.»

«Lo so.»

«E io non voglio perdere di nuovo il mio tavolo.»

Lui alzò gli occhi verso il mio piccolo tavolo vicino alla finestra.

«Allora non perderlo.»

Passarono altri giorni.

Livia appese tre miei disegni nel forno.

Una tazza.

Una finestra.

Le mani di una donna anziana che stringevano una scatola di matite.

Non scrisse il mio cognome.

Solo “Nerina”.

Io non volevo andare a vedere.

Mi sembrava troppo.

Mi sembrava ridicolo.

Mi sembrava una cosa da persone coraggiose, e io non mi sentivo coraggiosa.

Mi sentivo solo una vecchia signora con una valigia blu e il cuore pieno di buchi.

Ma Livia insistette.

«Venga presto, prima che arrivi troppa gente.»

Così, una mattina, entrai nel forno con il cappotto abbottonato male.

Sentivo il profumo del pane caldo.

Sentivo le voci basse.

Sentivo le mie ginocchia che protestavano.

I disegni erano lì.

Sul muro.

Semplici.

Un po’ storti.

Ma vivi.

Una signora con i capelli bianchi li guardò mentre aspettava il pane.

«Che belle quelle mani», disse alla ragazza dietro il banco. «Sembrano le mani di mia madre.»

Io mi voltai verso lo scaffale dei biscotti per non farmi vedere piangere.

Poi sentii una voce dietro di me.

«Sono di mia moglie.»

Mi irrigidii.

Era Ettore.

Non sapevo che sarebbe venuto.

Non mi aveva avvisata.

Stava vicino alla porta, con il berretto tra le mani.

La signora sorrise.

«Sua moglie è brava.»

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