Elio si spostò di pochi centimetri verso di lei.
«Un giorno mi disse: “Mari’, non ho paura di morire. Ho paura di essere già diventato invisibile”.»
Marisa si asciugò il viso con il dorso della mano.
«Io non ti renderò invisibile, Elio.»
Il cane non poteva capire quelle parole.
Eppure rimase ad ascoltare.
Marisa tornò la sera successiva.
E quella dopo ancora.
Portava una sedia di plastica, un vecchio plaid e, qualche volta, un pezzo di pollo lesso nascosto in un contenitore.
Non lo toccava.
Gli raccontava della pensione troppo bassa, del figlio trasferito a Milano, delle telefonate sempre più brevi e della casa che da quando Pietro non c’era sembrava grande come una stazione vuota.
Gli parlava del mercato del sabato.
Della signora Ada, che vendeva uova e sapeva tutto di tutti.
Del barbiere Nello, che da quarant’anni tagliava i capelli agli uomini del quartiere e sosteneva che il mondo avesse cominciato a peggiorare quando avevano tolto le sedie di paglia dai bar.
Gli raccontava cose semplici.
Cose umane.
Forse fu proprio per questo che Elio cominciò ad avvicinarsi.
La quarta sera trascinò il corpo fino alla parte anteriore del box.
La quinta annusò il pollo.
La sesta mangiò un boccone mentre Marisa fingeva di guardare altrove.
La settima, lei appoggiò la mano aperta sul pavimento.
Elio rimase immobile per quasi dieci minuti.
Poi avanzò.
Il naso sfiorò le nocche di Marisa.
Lei trattenne il respiro.
Elio annusò ancora.
La lingua uscì appena e le toccò un dito.
Marisa abbassò la testa per non spaventarlo con il pianto.
«Questo è coraggio», sussurrò. «Non quello di chi urla. Quello di chi prova ancora, dopo che gli hanno insegnato ad avere paura.»
Ma il coraggio non pagava le cure.
Il rifugio aveva già debiti con il veterinario. Il tetto del reparto più vecchio perdeva acqua, le coperte non bastavano e il riscaldamento funzionava a intermittenza.
L’intervento di Elio avrebbe richiesto una cifra che nessuno possedeva.
La responsabile convocò una riunione.
Erano in sette, seduti attorno a un tavolo con una gamba traballante. Fuori, i cani abbaiavano e la pioggia colpiva i vetri.
«Dobbiamo essere realistici», disse la responsabile. «Non possiamo spendere tutto per un solo animale.»
Marisa sentì il viso diventare caldo.
«Non è “un solo animale”. È Elio.»
«Lo so. Ma abbiamo quarantadue cani, tredici gatti e due cucciolate appena arrivate.»
«E allora cosa facciamo? Lo lasciamo soffrire perché costa troppo?»
Nessuno rispose.
La dottoressa Ferri parlò con calma.
«Non si tratta soltanto dell’intervento. Dopo serviranno mesi di terapia. Forse una seconda operazione. E una casa adatta.»
«Io posso venire ogni giorno», disse Marisa.
«Venire non basta.»
Quelle parole la colpirono più di quanto avrebbe voluto.
Perché erano vere.
L’amore, da solo, non bastava.
Non riparava le ossa.
Non pagava le medicine.
Non costruiva rampe.
Non garantiva che qualcuno potesse alzarsi di notte quando il dolore diventava forte.
Marisa tornò davanti al box.
Elio dormiva con la zampa storta raccolta sotto il petto. Anche nel sonno teneva gli occhi socchiusi, come chi ha imparato che non conviene mai abbassare completamente la guardia.
«Vorrei portarti a casa», gli disse. «Ma il mio appartamento è al terzo piano. Senza ascensore.»
Elio aprì gli occhi.
«E io ho una schiena che ormai fa più rumore delle persiane quando tira vento.»
Il cane sollevò la testa.
«Non è che non ti scelgo. È che ho paura di prometterti una cosa che non riesco a mantenere.»
Quella notte Elio smise quasi di respirare.
Marisa era rimasta oltre l’orario. Aveva il cappotto ancora indosso e stava sistemando le coperte nel box vicino quando si accorse che il petto del cane non si alzava più con regolarità.
Un respiro.
Una pausa troppo lunga.
Un altro respiro, debole.
Poi niente.
«Elio?»
Il cane non reagì.
Marisa aprì il box e si inginocchiò.
«Elio, guardami.»
Il suo corpo era molle e freddo.
«Aiuto!»
La dottoressa Ferri arrivò correndo. Portarono il cane nella sala visite, accesero l’ossigeno e liberarono il tavolo con un gesto.
Le mani si mossero veloci.
Mascherina.
Tubi.
Farmaci.
Marisa rimase accanto alla porta, incapace di fare un passo.
Elio aprì gli occhi, ma lo sguardo non si fermava su nulla.
«Sono qui», disse lei, avvicinandosi. «Non sei solo. Hai capito? Non sei più solo.»
Per un attimo, gli occhi del cane incontrarono i suoi.
Poi il corpo si abbandonò sul tavolo.
La luce sopra di loro tremolò.
Una volontaria cominciò a piangere.
Gino, arrivato dal cortile, si tolse il cappello e lo strinse tra le mani.
La dottoressa continuò a lavorare.
«Forza, piccolo.»
Il cuore tornò a battere con un ritmo debole.
Elio venne stabilizzato, ma la situazione era grave.
La malformazione, la malnutrizione e le vecchie lesioni avevano sovraccaricato il suo corpo. Senza un intervento rapido, avrebbe potuto non superare la notte.
«Quanto tempo abbiamo?» chiese Marisa.
«Poco.»
«E quanto costa?»
La dottoressa pronunciò la cifra.
Nella stanza cadde un silenzio diverso.
Non era più paura.
Era impotenza.
Marisa pensò ai risparmi che conservava per rifare il bagno di casa. Pensò alla pensione, alle bollette e alla macchina vecchia che prima o poi l’avrebbe lasciata a piedi.
«Uso i miei soldi.»
La responsabile scosse la testa.
«Non puoi pagare tutto tu.»
«Posso.»
«Marisa, sono i risparmi di una vita.»
«E a cosa servono i risparmi, se quando arriva il momento di salvare una vita facciamo finta di non averli?»
Una voce arrivò dal corridoio.
«Non basteranno.»
Tutti si voltarono.
Sulla porta c’era un uomo alto, un po’ curvo, con un berretto di lana scuro e un cappotto consumato sui gomiti.
Aveva settant’anni e mani grandi, screpolate, con tracce nere che il sapone non era mai riuscito a cancellare del tutto.
Marisa lo riconobbe.
Era Carlo Bassi, il vecchio meccanico di via del Mulino.
Da ragazzo aveva aggiustato motorini. Poi automobili. Infine trattori, cancelli, biciclette e qualsiasi cosa gli abitanti del quartiere portassero nella sua officina.
Da quando la moglie era morta, due anni prima, Carlo parlava poco con tutti.
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