La mattina in cui Rosa non è arrivata, ho sentito l’acqua diventare fredda senza nemmeno toccarla.
Ero già vestita. Costume sotto i vestiti, ciabatte nella borsa, cuffia piegata come una promessa.
Da mesi la mia giornata cominciava così: alle sette, sempre.
Non perché fossi diventata disciplinata all’improvviso.
Ma perché, per la prima volta da troppo tempo, qualcuno mi aspettava senza chiedermi nulla.
Quella mattina, però, mancava il rumore più importante: la voce di Rosa.
Di solito arrivava con due minuti di anticipo, come se volesse dire al mondo: “Io ci sono già.”
Invece, niente.
Luigi era seduto sulla panca, lento, con il bastone appoggiato vicino al ginocchio. Guardava il display dell’orologio come se potesse convincere il tempo a rimettersi a posto.
Chiara faceva gli allacci e disfaceva gli allacci, con quella pazienza testarda che sembra sempre un allenamento.
E c’era anche il ragazzo nuovo, quello dell’ansia. Si chiamava Davide. Ventisei anni e occhi che scappavano in tutte le direzioni.
“Non è da lei,” ho detto.
Non l’ho detto forte. In piscina le cose importanti si dicono piano.
Luigi ha annuito. “Rosa non salta.”
Nessuno di noi ha aggiunto altro.
Perché la paura, quando torna, non ha bisogno di molte parole: si siede e basta.
Siamo entrati lo stesso.
Abbiamo pagato. Braccialetto. Spogliatoio. Cloro.
Io ho camminato nella zona bassa, avanti e indietro, e ogni volta che sentivo l’acqua reggermi, mi accorgevo di cercare Rosa con la coda dell’occhio.
Come se il mio galleggiare fosse ancora appoggiato a lei.
Dopo dieci minuti, Chiara è venuta vicino al bordo.
“Concetta,” ha detto. “Tu oggi respiri poco.”
Mi sono irrigidita. “Respiro.”
Lei non ha insistito. Ha fatto solo quel gesto, piccolo: due dita sul petto, come a dire qui.
E lì ho capito che era vero.
Stavo trattenendo.
Come sempre.
All’uscita siamo passati dall’ingresso.
La ragazza dietro al bancone ci ha sorriso, professionale.
Luigi ha chiesto con la sua voce da uomo che non ama i giri di parole: “Rosa. È successo qualcosa?”
Lei ha abbassato lo sguardo, gentile ma ferma. “Mi dispiace, non posso…”
Lo so. Come con Luigi, mesi prima.
Eppure, ogni volta, fa male lo stesso.
Rosa ci aveva insegnato a non essere invadenti. A non frugare nelle vite degli altri.
Ma ci aveva anche insegnato un’altra cosa, più difficile: a far arrivare la presenza senza sfondare la porta.
Così ho detto: “Le lasciamo un messaggio. Solo questo.”
Ho preso un foglietto, come una ragazzina, e ci ho scritto piano:
“Siamo qui. Alle sette. Come sempre.”
Niente domande. Niente punto interrogativo.
Solo una sedia messa al suo posto.
Il giorno dopo, alle sette meno cinque, Rosa è arrivata.
Non con i due minuti di anticipo. Con otto minuti di ritardo.
E la cosa più strana è che non sembrava colpa del traffico.
Sembrava colpa della vita.
Aveva gli occhi stanchi e le mani che tremavano appena, come se avesse fatto un lavoro lungo e invisibile.
Io ho sentito il fiato uscire da solo.
“Rosa,” ho detto. “Eccoti.”
Lei ha guardato il mio foglietto che spuntava dalla borsa.
Ha sorriso senza denti. “Ho visto.”
E poi, come se parlasse del meteo: “Mia sorella è caduta.”
Ha detto “sorella” e mi è sembrata una parola enorme, piena di anni e di cose non dette.
“Stamattina l’ho accompagnata a fare delle visite,” ha aggiunto. “Non voleva venire.”
Chiara ha annuito lentamente, come se capisse quel tipo di fatica che non si vede sulla pelle.
Luigi non ha chiesto dettagli. Ha solo detto: “Hai mangiato?”
Rosa ha fatto un gesto con la mano, mezzo sì mezzo no.
E allora Luigi, che a modo suo era diventato tenero, ha tirato fuori dalla borsa un pacchetto di biscotti secchi. Ne ha offerto uno a ciascuno, come se fosse una cosa normale.
Quel biscotto, in quel momento, era più di un biscotto.
Era una frase che nessuno pronunciava: non devi reggere da sola.
Siamo entrati.
Rosa non ha galleggiato subito.
Ha camminato con me, nella zona bassa.
“Tu oggi sei più pallida,” mi ha detto, semplice.
Io ho provato a scherzare. “È il costume. Mi fa sembrare un lenzuolo.”
Lei ha fatto un mezzo sorriso. “Non è quello.”
Poi ha aggiunto, guardando l’acqua: “Quando manca qualcuno, tu torni bambina.”
Mi si è stretto lo stomaco.
Avrei voluto dire di no, di essere adulta, di essere grande, di essere una vedova con tre figli.
Ma il corpo non mente in piscina.
Il corpo fa esattamente quello che ha imparato a fare quando aveva paura.
Trattiene.
“Non voglio tornare a nove anni,” ho sussurrato.
Rosa ha annuito. “Allora fai quello che fai qui.”
“Cosa?”
Lei mi ha guardata. “Ti presenti.”
Quella stessa settimana hanno appeso un cartello all’ingresso.
Chiusura straordinaria per manutenzione. Dieci giorni.
Dieci giorni senza acqua.
Dieci giorni senza cloro.
Dieci giorni senza quel posto dove le ginocchia smettevano di protestare e il cuore, a volte, smetteva di correre.
Io l’ho letto due volte, come se la seconda lettura potesse cambiare le parole.
Davide ha sbiancato. “E io… dove vado?”
Non lo ha detto in senso geografico.
Lo ha detto in quel modo che conosco bene: dove metto la testa, quando la testa fa rumore?
Luigi ha sospirato. “Dieci giorni passano.”
Chiara ha stretto la mascella. “Dieci giorni sono lunghi.”
Rosa ha preso la parola, calma. “Noi ci presentiamo lo stesso.”
Io ho riso, incredula. “Alla piscina chiusa?”
“Sì,” ha detto. “Al cancello. Alle sette.”
E poi, come se fosse ovvio: “Chi vuole, porta qualcosa di caldo.”
Il primo giorno senza piscina, alle sette, fuori c’era un’aria diversa.
Più fredda. Più secca. Senza vapore.
Eppure eravamo lì.
Io. Rosa. Luigi. Chiara. Davide.
E anche l’uomo nuovo, quello dell’intervento. Si chiamava Enzo. Aveva un viso scavato e una gentilezza prudente.
Ci siamo messi vicino alla panchina davanti al cancello, come scolari davanti a una scuola chiusa.
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