Alle tre di notte sulla statale ho trovato una bambina scalza: una frase ha cambiato la mia vita

Erano quasi le tre di notte, pioveva ghiaccio e la strada statale era deserta, quando una vocina mi disse:
«Per favore, portami in paradiso.»

Ero in moto da solo, il casco appannato, le mani ancora indolenzite dal turno in officina, e per un secondo pensai di aver sentito male. Poi la vidi.

Una bambina, scalza, in mezzo alla corsia d’emergenza. Addosso solo una camiciola da notte rosa, con una principessa disegnata. I piedini nudi, viola dal freddo. Stringeva un peluche con un orecchio strappato.

Continuava a ripetere: «Portami in paradiso, per favore… dove è la mamma.»

Mi chiamo Gianni, ho cinquantasei anni. Ho passato venticinque anni nei vigili del fuoco, poi un incidente alla schiena mi ha mandato in pensione anticipata. Adesso lavoro di notte in una piccola officina, aggiusto furgoni e vecchie utilitarie. Ho visto case bruciare, incidenti tremendi, la cattiveria e la bontà della gente. Pensavo di averle viste tutte.

Finché non ho incontrato Lia.


Frenai così forte che la moto quasi mi scappò di sotto. Misi le quattro frecce, buttai il cavalletto e corsi verso di lei.

«Ehi, piccola, piano…» dissi, cercando di non spaventarla ancora di più. «Fa freddo, vieni qui sul guardrail, lontano dalla strada.»

Lei tremava tutta. Le labbra erano blu. Mi guardò come si guarda un dottore prima dell’iniezione: con paura, ma anche con una specie di speranza disperata.

«Tu hai una moto…» sussurrò. «Mi porti in paradiso dalla mamma? Ha detto che dal cielo mi vede. Papà dice che è colpa mia se lei non c’è più.»

Mi si strinse lo stomaco.

Le tolsi subito la giacca pesante di pelle e gliela misi addosso, quasi inghiottendola. La camiciola era bagnata fradicia, incollata al corpo. Sotto, intravedevo lividi vecchi e nuovi, come macchie gialle e viola sulla pelle chiara.

«Prima di tutto, ti porto in un posto caldo» dissi piano. «Come ti chiami, amore?»

«Lia» mormorò. «Ma papà mi chiama “errore”.»

Quella parola mi fece più male di tutti i lividi messi insieme.

«Io ti chiamo Lia, va bene?» cercai di sorriderle. «Quanti anni hai?»

«Quattro. Ma la maestra dice che parlo come una grande» rispose, quasi scusandosi.

«Ci credo» dissi. «Sei molto in gamba.»

Lei strinse ancora più forte il peluche. Le mani erano fredde come il metallo d’inverno.

«Perché sei qui da sola, Lia? Dove sono i grandi?»

Abbassò gli occhi. «Papà si è arrabbiato. Mi ha fatto male… di nuovo. Ha detto che domani andavo in cielo come la mamma, così smettevo di piangere. Allora io ho aspettato che dormisse… ho preso l’orsetto… e sono scappata dalla porta sul retro. Ho seguito la strada grande. Ho aspettato una moto. Le macchine non si fermano mai.»

Guardai in fondo alla statale. Nel buio, lontano, si vedevano i fari di un camion che avanzava veloce. Troppo veloce per quell’ora e con quella pioggia.

Ebbi una sensazione brutta, allo stomaco.

«Mi fai vedere dove ti ha fatto male?» chiesi piano, anche se avevo paura della risposta.

Lia esitò, poi sollevò un pochino la camiciola, tremando. Non andò in dettagli, ma bastò quello che vidi: segni scuri, vecchie cicatrici, altre più recenti, rotonde, come piccole monete. Segni di qualcuno che aveva spento qualcosa di caldo sulla pelle di una bambina. E, sulla schiena, una scritta fatta con un pennarello indelebile, ormai sbavata ma ancora leggibile: “Nessuno ti vuole”.

Non era sangue. Non erano ferite aperte. Ma era una violenza che ti colpiva allo stomaco lo stesso.

Sentii il sangue risalire alla testa. Non ero più in servizio da anni, ma quella parte di me – quella che correva dentro le case in fiamme senza pensarci – si riaccese tutta in un colpo.

Il camion in lontananza adesso era molto più vicino. I fari ballavano sulla pioggia. Lia seguì il mio sguardo e sussultò.

«È il furgone di papà» sussurrò. «Se mi vede, mi riporta a casa. Ha detto che stanotte finisce il lavoro, così domani non piango più.»

Non ebbi bisogno di altro.

«Vieni» dissi, prendendola in braccio. Era leggerissima, come sollevare un gattino bagnato. «Andiamo via di qui. Adesso.»


La portai alla moto, la sedetti davanti a me per un attimo, mentre le infilavo il mio casco, enorme per la sua testolina.

«Ma così tu non hai il casco…» mormorò.

«Tranquilla, sono testardo di mio» scherzai, anche se le mani mi tremavano. «Tu devi stare al caldo e al sicuro. Io me la cavo.»

Le strinsi la giacca bene intorno, legata con il cinturino. Poi la misi dietro di me, guidandole le braccia intorno alla mia vita.

«Ti devi tenere forte, Lia. Fortissimo. Come se abbracciassi un albero.»

«Andiamo in paradiso?» chiese, la voce attutita dal casco.

«Andiamo in un posto dove nessuno ti farà più male» risposi. «Il paradiso può aspettare.»

Fu in quel momento che il furgone ci superò con un rombo, lampeggiando e frenando di colpo pochi metri più avanti. Si fermò di traverso, occupando quasi tutta la carreggiata. Le luci abbaglianti ci accecarono.

Sentii Lia irrigidirsi.

«È lui» sussurrò. «È papà.»

Il portellone si aprì di scatto. Una figura grande, un uomo con la giacca da lavoro, scese nella pioggia gridando qualcosa che non voglio ripetere.

Non pensai, non ragionai. Il corpo si mosse da solo.

Infilai la prima, girai il manubrio e, approfittando di un piccolo spazio tra il furgone e il guardrail, feci passare la moto, quasi sfiorando la lamiera. Sentii l’uomo urlare il nome di Lia, la sua mano quasi toccare la mia spalla. Poi eravamo di nuovo sulla statale, la moto che accelerava, la pioggia che graffiava la visiera.

Il furgone fece inversione, i fari che si voltarono verso di noi come occhi rabbiosi.

«Ho paura…» singhiozzò Lia dietro di me.

«Lo so, piccola. Ma tu hai già fatto la cosa più coraggiosa del mondo. Sei scappata» le urlai sopra il rumore del motore. «Adesso tocca a me tenerti al sicuro.»


In quel momento avevo tre possibilità: ospedale, caserma dei carabinieri, o un posto che molti non avrebbero considerato, ma che per me era casa: la sede della nostra associazione di ex vigili del fuoco, in una zona industriale poco lontana.

L’ospedale era più lontano e il furgone ci stava addosso. La caserma era in centro, con semafori e rotonde. La sede dell’associazione era a tre chilometri, in una via laterale che conoscevo come le mie tasche, con un cortile chiuso da un cancello robusto.

Scelsi la terza.

Svoltai di colpo sulla provinciale, poi su una stradina secondaria, usando ogni scorciatoia che conoscevo. Il furgone ci seguiva, ma nelle curve strette una moto ha sempre un vantaggio.

«Tieniti forte, Lia!» urlai. Sentivo le sue piccole braccia che cercavano di non mollare la presa, le guance appoggiate alla mia schiena.

Quando vidi il cancello grigio della nostra sede, suonai il clacson con il ritmo che avevamo sempre usato tra di noi per le emergenze: tre colpi, pausa, tre colpi.

Una luce si accese alla finestra. Poi il cancello iniziò ad aprirsi lentamente. Ci infilai dentro ancora prima che fosse del tutto aperto, quasi sfiorando il metallo.

Due dei miei amici – Marco e Saverio – erano già sulla soglia, in tuta e con le pantofole, gli occhi assonnati ma subito svegli nel vederci.

«Gianni? Che succede?»

«Chiudete! Subito!» urlai, fermando la moto nel cortile.

Alle nostre spalle, il furgone arrivò e frenò davanti al cancello, ormai chiuso. L’uomo scese e iniziò a battere con i pugni sul metallo, urlando: «Quella è mia figlia! Aprite! State rapendo una bambina! Chiamo i carabinieri!»

«Magari» mormorai tra i denti.

Marco guardò Lia, ancora sulla moto con il casco troppo grande, la mia giacca addosso, i piedini nudi che spuntavano. Poi mi guardò negli occhi. Non servivano molte parole.

«Portala dentro» disse solo. «Ci penso io a lui.»


La sala principale della sede era un grande stanzone con tavoli, termos di caffè, qualche fotografìa di vecchi interventi appesa ai muri e un angolo con giochi e libri per i bambini quando facevamo le giornate aperte al pubblico.

Appena dentro, tolsi il casco a Lia. I capelli le si incollarono alla fronte, gli occhi grandi che giravano da ogni parte, spaventati.

«Qui sei al sicuro» le dissi. «Vedi quei signori? Sono tutti amici miei. Hanno passato la vita a tirare fuori gente dai guai.»

C’erano già cinque, sei ex colleghi in pigiama o con la tuta, chiamati dal nostro gruppo di messaggi. Qualcuno aveva portato coperte, qualcun altro una tazza di tè caldo.

«Come ti chiami, tesoro?» chiese Anna, la moglie di Marco, avvicinandosi con una delicatezza che neanche io saprei imitare.

«Lia» mormorò. «Posso sedermi?»

«Certo» disse Anna, prendendola in braccio. «Ma prima ti mettiamo queste calze, così i piedini si scaldano.»

Io, intanto, chiamai il 112. Spiegai chi ero, dov’eravamo, che c’era un padre fuori che urlava di star rapendo sua figlia, e che la bambina mostrava segni evidenti di maltrattamenti. Chiesi carabinieri e ambulanza.

Dall’altra parte riconobbi la voce del maresciallo con cui avevamo collaborato anni prima per un incendio doloso.

«Gianni, stai tranquillo. Tenete la bambina al caldo, non fatela vedere al padre. Noi arriviamo subito. E grazie che ti sei fermato.»

Chiusi la telefonata e tornai nella sala.

Lia stava seduta su una sedia, avvolta in una coperta, le mani strette sul peluche. Guardava tutti. Qualcuno di noi, lo ammetto, si asciugava gli occhi di nascosto.

«Lia» dissi piano, inginocchiandomi accanto a lei. «Ti devo chiedere una cosa difficile. Ti va di far vedere alla signora Anna dove ti fa male? Così quando arrivano i dottori sanno già da dove cominciare.»

Lei esitò, poi annuì. Con piccoli gesti, senza mai guardare direttamente, alzò un po’ le maniche, poi il bordo della camiciola. Non serviva di più.

Lividi di vecchia data, altri freschi. Segni lineari, come da cinghia o cavo. E quelle macchie rotonde sulla pelle, tutte della stessa grandezza. Sul fianco, la scritta col pennarello, storta ma chiara: “Nessuno ti vuole”.

Anna sbiancò. Marco, dietro di lei, strinse i pugni così forte che gli scricchiolarono le nocche.

«Chi ha scritto quella cosa lì?» chiesi piano.

«Papà» rispose Lia. «Ha detto che così non mi dimentico.»

La rabbia mi montò addosso come un incendio. Ma dovevo restare lucido. Non eravamo più in caserma, non avevamo più vent’anni. La cosa migliore che potevamo fare per lei era mantenere la calma e lasciare che la giustizia facesse il suo corso.


Le sirene si sentirono prima lontane, poi sempre più vicine. Il padre, fuori, urlava frasi confuse su rapimenti, setta, vecchi pazzi. Nessuno di noi aprì bocca.

I carabinieri entrarono per primi nel cortile, seguiti poco dopo dall’ambulanza. Il maresciallo, un uomo robusto con i baffi e lo sguardo stanco, mi riconobbe subito.

«Gianni.»

«Maresciallo.»

Si affacciò alla sala. Quando vide Lia, lo sguardo gli cambiò. Si tolse il berretto, come per rispetto.

«Buonasera, signorina» disse con una gentilezza che non sentivo dalla sua bocca dai tempi delle scuole nelle elementari. «Io sono Carlo. Posso sedermi qui accanto a te?»

Lia annuì piano.

Con lui c’era anche un’ispettrice della squadra mobile, una donna sulla quarantina, capelli raccolti in uno chignon disordinato, impermeabile ancora bagnato. L’avevo già vista alle conferenze sulla sicurezza nelle scuole.

«Sono l’ispettrice Rinaldi» si presentò. «Lavoro con i bambini quando succedono cose brutte. Lo so che sei stanca e hai paura, ma quello che dirai adesso ci aiuterà a proteggerti, va bene?»

Guardò me. «Può restare con lei, signor Gianni, se la bambina si sente più tranquilla.»

«Lia, vuoi che resti?» chiesi.

Mi prese la mano così forte che quasi mi fece male. «Non andare via.»

«Non vado da nessuna parte» promisi.

L’ispettrice si sedette dall’altra parte, a distanza, senza toccarla.

«Lia, puoi dirmi cosa è successo questa sera?» chiese con voce piano, quasi un sussurro.

Lia deglutì. «Ho chiamato la mamma e ho pianto…» cominciò. «Papà ha detto che è colpa mia se lei è volata in cielo. Una volta l’ho sentito urlare che l’ha spinta perché non ne poteva più… io ero nell’armadio… ma lui non sapeva che io vedevo.»

La stanza divenne improvvisamente più fredda. Nessuno parlava.

«Dopo, papà era sempre arrabbiato. Mi diceva che se raccontavo qualcosa, mi mandava in cielo come lei. Stanotte ha scritto quella cosa lì sul fianco…» indicò la scritta col pennarello «…e ha detto che domani mi faceva “perfetta per il paradiso”. Allora ho capito che voleva farmi morire davvero. Così sono scappata.»

L’ispettrice chiuse gli occhi un secondo, poi annuì. «Hai fatto benissimo a scappare, Lia. Hai salvato la tua vita. Sei stata più coraggiosa di tanti adulti.»

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