Alzò lo sguardo verso il maresciallo. «Arrestatelo. Subito. E che qualcuno chiami il magistrato di turno per la tutela minori.»
Il maresciallo annuì e uscì nel cortile. Poco dopo sentimmo le manette scattare e la voce dell’uomo che cambiava tono: da aggressiva a piagnucolosa, parlando di “equivoco”, di “educazione severa”, di “fantasie della bambina”.
Nessuno di noi ebbe voglia di guardarlo negli occhi.
L’ambulanza portò Lia all’ospedale cittadino. Io salii con lei, su richiesta del medico.
«Non vuole mollare la sua mano» mi disse la dottoressa. «E a noi fa solo comodo che stia calma.»
Durante il viaggio, Lia fissava il soffitto interno illuminato, come se guardasse le stelle. Le luci blu fuori facevano strani disegni sul suo viso.
«Gianni…» sussurrò a un certo punto.
«Dimmi, amore.»
«Se muoio, la mamma mi vede?»
Sentii un nodo in gola. «Tu non muori, Lia. Adesso hai un sacco di gente che si preoccupa per te. Dottori, poliziotti, amici… e io. Non sei più sola. La mamma, se ti guarda da lassù, stasera sarà molto fiera di te.»
Ci pensò un attimo. «Posso chiamarti qualcosa?»
«Certo. Come vuoi.»
«Non voglio dire “papà”, quella parola fa paura» mormorò. «Ma… forse “zio”? O… “nonno”…?»
Sorrisi nonostante tutto. «Vediamo. Per adesso, chiamami come ti senti. Il resto lo decidiamo con calma, quando sarai al caldo, con la pancia piena e tanti giochi attorno.»
Non sapevo ancora quanto quelle parole sarebbero diventate vere.
All’ospedale, gli esami furono lunghi. I medici parlarono di vecchie fratture saldate male, di segni di trascuratezza grave, di malnutrizione. Usavano parole tecniche, ma io capivo benissimo cosa significavano.
Ogni tanto dovevo uscire nel corridoio a respirare.
Chiamai mia moglie, Elena.
«È successa una cosa» le dissi, la voce rotta. «C’è una bambina… non posso spiegare tutto al telefono. L’ho trovata sulla statale. Ha quattro anni. È stata picchiata per tanto tempo, Elena. Non voleva lasciare la mia mano.»
Ci fu un attimo di silenzio, poi la sua risposta fu semplice: «In quale ospedale siete? Arrivo.»
Quando Elena entrò nella stanza, con i capelli ancora scompigliati dal cuscino e il cappotto messo al volo, Lia la fissò come si guarda un personaggio di fiaba.
«Sei un angelo?» chiese.
Elena sorrise piano. «No, tesoro. Sono solo Elena. Ma se hai bisogno, posso provare a fare finta di esserlo.»
«Sono scappata» disse Lia, come fosse una colpa.
«Tu ti sei salvata» la corresse Elena. «È molto diverso.»
Nei giorni successivi, tutto cambiò in fretta.
L’uomo fu trasferito in carcere in attesa di processo. La morte della madre di Lia, inizialmente archiviata come incidente domestico, fu riaperta come possibile omicidio. I servizi sociali seguirono Lia passo dopo passo.
E noi… noi ci ritrovammo con una bambina che ci cercava con gli occhi ogni volta che qualcuno entrava nella stanza.
«Per adesso rimane in una casa famiglia specializzata» ci spiegò un’assistente sociale un pomeriggio. «Poi cercheremo parenti idonei, o una famiglia affidataria. Non possiamo correre.»
Elena la guardò seria. «Se è il suo bene, noi siamo qui» disse soltanto. «Abbiamo una stanza libera, abbiamo tempo e pazienza. I nostri figli sono grandi, ma il cuore non diventa mai troppo vecchio per adottare qualcuno.»
Io, lo ammetto, all’inizio tentennai. «Siamo stanchi, Elena. Abbiamo cinquant’anni passati, abbiamo già cresciuto due figli…»
Lei mi lanciò quello sguardo che conoscevo dai tempi del nostro matrimonio. Quello che diceva: “Lo sai anche tu che la scelta l’hai già fatta, solo che non vuoi ammetterlo.”
«Gianni» disse piano. «Quella bambina ti ha trovato sulla statale nel cuore della notte, tra tutte le persone del mondo. Ti sembra caso?»
Pensai agli occhi di Lia, alla sua mano stretta sulla mia, al modo in cui si calmava solo se ero lì. No. Non era un caso.
Così, dopo qualche settimana di visite, colloqui, controlli, Lia cominciò a venire a casa nostra nei fine settimana. Poi tre giorni alla settimana. Poi quasi sempre.
Scoprì che in dispensa c’era sempre qualcosa da mangiare, senza dover chiedere permesso. Scoprì che nessuno alzava le mani, che le porte non si chiudevano a chiave, che le parole “ti voglio bene” potevano essere dette senza dover pagare niente in cambio.
Un giorno, mentre apparecchiava con Elena, mi chiamò dal tavolo.
«Gianni?»
«Dimmi, cucciola.»
«Posso provare a chiamarti… papà?» chiese, la voce sottile. «Solo un pochino, per vedere come mi sento?»
Mi si bloccò il respiro.
Nel suo mondo, quella parola era stata un’arma. Un coltello. Adesso voleva usarla come carezza.
«Se ti fa stare bene, certo che puoi» riuscii a dire.
Lei sorrise appena. «Papà» ripeté. «Questo è un papà nuovo. Quello vecchio lo buttiamo via.»
Da quel giorno, per lei io sono diventato “papà Gianni”.
Gli ex vigili del fuoco della nostra associazione adottarono Lia a modo loro.
Ogni volta che veniva in sede, c’era qualcuno che le insegnava a fare nodi, qualcun altro che le mostrava come si usa una maschera antigas (solo per gioco, ovviamente), qualcun altro ancora che le raccontava storie di salvataggi finiti bene.
Per lei, avevamo allestito un angolo con un caschetto rosso in miniatura, una piccola tuta con il suo nome ricamato e un tavolino con fogli e colori.
La scritta sul fianco, “Nessuno ti vuole”, col tempo si era un po’ sbiadita, ma lei la vedeva ogni volta che si cambiava e abbassava lo sguardo.
«Non mi piace quella frase» mi disse una sera. «Mi ricorda quando credevo che fosse vera.»
Allora parlammo con un tatuatore della città, un tipo grande e grosso che però aveva pianto quando gli avevo raccontato la storia. Si offrì di lavorare gratis, quando Lia fosse stata abbastanza grande e i medici avessero dato l’ok.
«Quando sarai più grande» le spiegai «potremo scrivere sopra quella frase un’altra frase. Una che ti racconta meglio.»
Lei ci pensò un attimo. «Tipo “Tutti ti vogliono bene”?»
«Mi sembra perfetta.»
Per adesso, la scritta vecchia era coperta da un piccolo cerotto con sopra un cuore disegnato da lei stessa.
Il processo fu lungo, ma alla fine la verità emerse.
Testimonianze dei vicini, referti medici, vecchi litigi, il racconto di Lia, tutto compose un quadro che nessuno poté più ignorare. L’uomo fu condannato a una lunga pena per maltrattamenti, omicidio volontario della moglie e tentato omicidio della figlia.
Lia non fu mai portata in aula. L’ispettrice Rinaldi veniva ogni tanto a trovarla a casa, portandole libri e colori.
«Devi ricordarti che non hai colpa di nulla» le ripeteva sempre. «Tu sei la parte giusta di questa storia.»
Dopo mesi di affido, per i servizi sociali divenne chiaro che Lia, con noi, aveva trovato una stabilità che non aveva mai conosciuto. I nostri figli adulti, quando tornavano nei weekend, la trattavano come una sorellina da viziare.
Un pomeriggio, l’assistente sociale ci convocò.
«Se siete d’accordo, potremmo avviare la procedura per l’adozione definitiva» disse. «Lia ha espresso il desiderio di restare con voi. E i nostri psicologi ritengono che questa sia la soluzione migliore.»
Io e Elena ci guardammo. Non servì neanche parlarne.
«Sì» rispondemmo insieme.
Il giorno in cui il giudice del Tribunale per i Minorenni firmò i documenti, la nostra associazione organizzò qualcosa che nessuno dimenticherà.
Una ventina di moto, tutte lucide e rumorose, più qualche auto per chi non poteva più salire in sella, accompagnarono Lia fino al tribunale. Lei era seduta dietro di me, con una giacchetta di pelle su misura, regalata dai “nonni” ex pompieri. Sul retro, una scritta ricamata: “Piccola Coraggiosa”.
Davanti al giudice, Lia sedeva tra me ed Elena.
«Allora, Lia» disse il giudice con un sorriso gentile. «Oggi diventiamo tutti un po’ parte della tua nuova famiglia. Ti va di dirci come vuoi chiamarti, d’ora in poi?»
«Mi chiamo sempre Lia» rispose. «Ma adesso posso avere lo stesso cognome di papà Gianni e della mamma Elena? Così siamo uguali.»
«Certo che sì» disse il giudice, firmando l’ultima pagina. «Da oggi sei Lia Rossi.»
Nel corridoio, appena usciti dall’aula, Lia mi tirò la manica.
«Papà?»
«Dimmi, amore.»
«Tu quella notte, se non ti fossi fermato, io…» si interruppe. «Perché ti sei fermato? Tutte le altre macchine passavano.»
Inspirai piano. «Perché è questo che si fa, Lia. Non serve essere eroi, basta non far finta di niente. Ho passato la vita a fermarmi davanti ai problemi degli altri. Non potevo smettere proprio con te.»
«Anche se pioveva forte e avevi sonno?»
«Soprattutto allora.»
Adesso Lia ha otto anni. È ancora un po’ minuta per la sua età, ma ha gli occhi vivi e un sorriso che, quando arriva, illumina le stanze come una finestra aperta.
Fa karate, legge libri due classi sopra la sua, sa già riconoscere tutte le parti di una vecchia moto che tengo in garage e mi corregge quando improvviso.
«Quello non è il carburatore, papà» mi ha detto l’altro giorno, mettendosi le mani sui fianchi. «Quello è il filtro dell’aria.»
Ogni anno, nella data in cui l’ho trovata sulla statale, la nostra associazione organizza una “giornata del coraggio” per raccogliere fondi a favore di bambini in difficoltà. Non facciamo discorsi pesanti, non mostriamo immagini scioccanti. Facciamo semplicemente quello che sappiamo fare: cuciniamo pasta al pomodoro, organizziamo una piccola parata di moto, mettiamo musica, raccontiamo ai bambini che nessuno merita di avere paura a casa propria.
Lia, con la sua giacca “Piccola Coraggiosa”, dà il via alla sfilata agitando una bandierina. I giornali locali ne parlano sempre come di una festa di quartiere, senza entrare nel dettaglio della sua storia. E va bene così. Lei non è “il caso di cronaca”, è una bambina che ha diritto al presente.
La scritta “Nessuno ti vuole”, sul fianco, ormai è quasi sparita. Tra qualche anno, quando sarà pronta, la trasformeremo davvero in un tatuaggio che dirà “Tutti ti vogliono bene”, piccolo ma ben visibile, per ricordarle ogni giorno che le parole possono cambiare senso.
A volte, la sera, quando è già a letto e io passo a spegnere la luce, mi chiama.
«Papà?»
«Sì.»
«Se quella notte non fossi uscito con la moto…?»
Mi avvicino, le sistemo la coperta.
«Quella notte dovevamo incontrarci» le rispondo sempre. «Tu avevi bisogno di qualcuno che si fermasse. E io avevo bisogno di ricordarmi perché, anni fa, ho scelto di correre verso il fuoco invece che scappare.»
Lei sorride appena, stringe il peluche con l’orecchio strappato che ancora tiene con sé.
«Allora grazie» sussurra.
«Di che?»
«Di non avermi portata in paradiso» dice, già con gli occhi che si chiudono. «Qui mi va bene. Qui c’è casa.»
E io resto qualche secondo lì, ad ascoltare il suo respiro diventare regolare, pensando che sì, a volte il paradiso non è un posto lontano nel cielo.
A volte il paradiso è una cucina con il profumo di sugo, una stanza piena di giocattoli, una sede di ex vigili del fuoco che si trasformano in nonni adottivi, una notte di pioggia in cui qualcuno, invece di tirare dritto, rallenta, si ferma, tende una mano.
E tutto cambia.
Non perché siamo santi o eroi. Ma perché, semplicemente, decidiamo di non voltare lo sguardo quando vediamo una bambina scalza chiedere aiuto sul ciglio della strada.






