La mattina dopo quel pranzo, l’odore di candeggina era ancora sulle mie mani. Non perché avessi pulito di nuovo, ma perché certi odori restano addosso come una seconda pelle, più sinceri del profumo del vino buono.
Mi sono svegliato presto, come sempre. Roma, a quell’ora, ha un silenzio finto, come se la città trattenesse il respiro prima di ricominciare a urlare.
Papà dormiva nella sua stanza con la porta socchiusa. La luce entrava a strisce tra le persiane e tagliava il letto come una zebra stanca.
Mamma era già in cucina. Aveva la vestaglia e i capelli legati male, il viso più vecchio di ieri, come se la serata avesse portato via un pezzo di energia.
— Hai dormito? — mi ha chiesto senza guardarmi davvero.
— Un po’. Papà?
— Ha preso la pastiglia. Poi ha dormito. Non ne parliamo, Marco.
“Non ne parliamo” è una frase che in casa nostra significa: “Ne parliamo tra dieci anni, quando sarà troppo tardi per cambiare qualcosa”.
Mi sono seduto al tavolo, e ho visto il posto di Luca vuoto. Il suo bicchiere era ancora sul mobile, lavato e capovolto, come se anche lui fosse già un ricordo.
Pensavo che Luca sarebbe ripartito in silenzio, come al solito, lasciando dietro di sé il profumo delle sue cose costose e la nostra vergogna impastata nel pavimento. Ma alle nove e mezza ha bussato.
Tre colpi. Esitati. Non il bussare sicuro di uno che si sente a casa.
Ho aperto. Luca era lì, con la stessa giacca del giorno prima. Occhiaie leggere, la faccia di uno che ha passato la notte a rivedere una scena mille volte come un film che non si riesce a spegnere.
— Ciao — ha detto. La sua voce era più bassa del normale. — Posso entrare?
Mi sono spostato, senza dire niente. Perché le parole, a volte, sono solo un modo elegante per rimandare.
È entrato e ha guardato intorno come se vedesse per la prima volta quel corridoio, quelle pareti con le foto sbiadite, quel tappeto consumato che io ho aspirato mille volte.
— Papà dorme — ho detto. — Mamma è in cucina.
Luca ha annuito. E poi, come se si fosse tolto una spina dal petto, ha sussurrato:
— Mi dispiace.
Non “mi dispiace per papà”. Non “mi dispiace per ieri”. Mi dispiace e basta. Una parola piccola, ma detta da lui suonava come un oggetto pesante lasciato cadere sul tavolo.
— Per cosa, Luca? — ho chiesto. Non per sadismo. Perché volevo vedere se era un gesto di coscienza o solo di colpa.
Lui ha deglutito. Si è passato una mano sulla barba che non portava mai davvero, quella peluria da viaggio, da aeroporto.
— Per come ho guardato papà. Per come ho guardato te. Per… tutto il resto.
Ho sentito la rabbia muoversi in me, lenta come un animale che si sveglia. Ma non è uscita. Non subito. Perché la rabbia, a quarant’anni, spesso si trasforma in stanchezza.
— Vieni in cucina — ho detto. — Mamma sta facendo il caffè.
Mamma, quando l’ha visto, ha cambiato faccia in un secondo. Le sue spalle si sono raddrizzate, come se la colonna vertebrale ricordasse improvvisamente di essere giovane.
— Luca! Ma non dovevi partire?
— Ho spostato il volo — ha risposto lui, rapido, come se avesse paura che l’idea scappasse. — Resto ancora un paio di giorni.
Mamma si è portata una mano al petto. — Ma amore mio… e il lavoro?
— Il lavoro può aspettare.
Io ho guardato la tazzina. Ho pensato: ecco. Il lavoro può aspettare, quando si decide che può aspettare.
Abbiamo bevuto il caffè in silenzio. Luca non raccontava nulla di Londra. Non faceva battute. Sembrava uno che ha perso la lingua e sta imparando a usarne un’altra, più vera e più scomoda.
Poi ha fatto una cosa strana. Ha guardato me.
— Oggi voglio venire con te — ha detto. — In tutto.
— In tutto cosa?
— Quello che fai tu. Le cose. Le… analisi, le medicine, la spesa. Non lo so. Voglio vedere.
La tentazione di ridere mi è salita in gola, amara. Vedere. Come se fosse un museo. Come se la vita di papà fosse un’esposizione temporanea.
Ma Luca non aveva l’aria del turista. Aveva l’aria di uno che finalmente ha capito di essere stato in vacanza per anni, mentre qualcun altro lavorava.
— Va bene — ho detto. — Però non ci sono applausi.
— Non li voglio — ha risposto lui, e per la prima volta la sua voce non aveva difese.
Abbiamo iniziato dalla farmacia. Era una di quelle farmacie di quartiere dove la gente si conosce di vista e i farmacisti hanno gli occhi stanchi di chi ha sentito mille storie di dolore.
Io ho chiesto le solite cose. Luca stava dietro di me, guardava le scatole, i nomi, le dosi. A un certo punto ha detto:
— Quante sono?
— Dipende dai giorni. Dipende da come sta. Dipende da quanto dorme mamma.
Lui ha fatto un cenno lento. Come se ogni parola fosse un colpo che finalmente arrivava a destinazione.
Poi siamo passati al supermercato. Carrello, acqua, detersivo, biscotti che papà mangia anche se dice di non volerli. Luca ha preso la confezione e ha letto gli ingredienti come un uomo che improvvisamente scopre la banalità del quotidiano e la trova gigantesca.
— È tutto… pesante — ha detto, mentre mettevo le casse d’acqua sul nastro.
— È solo vita — ho risposto. — Solo che nessuno la fotografa.
Quando siamo tornati, papà era sveglio. Era seduto in poltrona, il giornale sulle ginocchia, lo sguardo perso nel vuoto. Mamma gli sistemava la coperta come si sistema un bambino.
Papà ha visto Luca e si è illuminato, istintivamente. Quella scintilla che io conosco bene e che, lo ammetto, mi fa male come un graffio.
— Luca! — ha esclamato. — Sei ancora qui?
— Sì, papà — ha detto Luca. E poi ha fatto una cosa che non avevo mai visto fare a mio fratello: si è inginocchiato davanti alla poltrona, all’altezza del viso di papà, e gli ha preso le mani. Non in modo teatrale. In modo… timido.
— Ieri… mi hai fatto paura — ha detto.
Papà ha alzato le spalle, come se la vergogna fosse un cappotto troppo grande. — È successo. Che ci vuoi fare.
Luca ha stretto un po’ di più. — Non deve essere solo.
Io mi sono irrigidito, perché quella frase era mia. Era la mia vita. Era come se mi rubasse anche quello.
E invece Luca ha continuato:
— Marco non deve essere solo.
Ho sentito qualcosa muoversi. Non tenerezza. Non ancora. Più che altro un piccolo cedimento interno, come un muro che si crepa.
Papà ha guardato me, poi Luca, come se stesse facendo fatica a tenere insieme le immagini.
— Marco è bravo — ha mormorato. — Marco… c’è.
— Lo so — ha detto Luca. E ha abbassato lo sguardo, perché dire “lo so” significava ammettere anche tutto quello che non aveva fatto.
Quel pomeriggio, papà ha avuto un momento difficile. Un altro. Non una tragedia, non un colpo di scena. Solo il corpo che fa quello che fanno i corpi quando invecchiano: tradiscono.
Mamma era in bagno, io stavo preparando una minestra. Papà ha chiamato.
— Marco…
Sono corso, come sempre. Luca era in soggiorno, a guardare il telefono senza davvero guardarlo.
Papà aveva gli occhi lucidi. — Devo andare.
Ho capito subito. Ho visto le sue mani tremare, la paura di non farcela, la vergogna in anticipo.
Io mi sono avvicinato, pronto a fare quello che faccio da anni. Ma Luca si è alzato prima di me.
— Aspetta — ha detto. La voce gli tremava. — Ci penso io.
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