Matteo strinse le labbra.
—Perché si vergogna.
Teresa scattò.
—Dovrei vergognarmi io, semmai. Lei non ha fatto niente.
—Appunto —disse Matteo.
La parola cadde sulla tavola come un bicchiere rotto.
Teresa appoggiò il mestolo.
—Non trattarmi come una delinquente. Ho avuto paura.
—Di due ragazze sedute?
—Tu non sai come va il mondo.
Matteo alzò gli occhi.
Per una volta non sembrava timido.
—Amina sa come va.
Teresa si voltò verso di lui.
—Che significa?
Matteo guardò i genitori.
Nadia impallidì.
Paolo smise di mangiare.
—Matteo… —disse piano.
—Tanto prima o poi bisogna dirglielo.
—Dirmi cosa? —chiese Teresa.
Il ragazzo prese fiato.
—A novembre ho smesso di andare a scuola per quasi tre settimane.
Teresa aggrottò la fronte.
—Eri influenzato.
—No.
Nessuno toccava più il cibo.
—Mi venivano degli attacchi di panico —continuò Matteo. —Non riuscivo a entrare in classe. Mi mancava l’aria. Mi chiudevo nel bagno della stazione e dicevo a mamma che ero a scuola.
Teresa guardò Nadia.
—Perché non mi avete detto niente?
Nadia abbassò la voce.
—Perché ogni volta che qualcuno ha un problema, tu pensi prima a cosa dirà la gente.
—Non è vero.
—Quando Paolo ha perso il lavoro, ci hai fatto parcheggiare l’auto dietro casa perché i vicini non vedessero che venivamo a chiederti aiuto.
—Volevo proteggervi.
—Quando Matteo ha iniziato ad andare dalla psicologa, hai detto che certe cose era meglio non raccontarle.
—Perché la gente è cattiva.
—E ieri? —domandò Paolo. —Chi è stata cattiva, mamma?
Teresa sentì il viso bruciare.
Matteo continuò.
—Amina mi ha trovato una mattina sulle scale della scuola. Non riuscivo a respirare. Tutti passavano. Lei è rimasta.
Il ragazzo si tormentava il tovagliolo tra le dita.
—Mi ha fatto sedere. Ha chiamato mia madre. Nei giorni dopo mi ha mandato gli appunti. Quando sono tornato, si è messa vicino alla porta perché sapeva che lì mi sentivo meno chiuso.
Teresa guardò il nipote.
Poi guardò il piatto davanti a sé.
Il ragù aveva macchiato il bordo dorato.
—Non lo sapevo.
—No —disse Matteo. —Non sapevi niente di lei. Ma hai deciso che era sospetta.
Teresa aprì la bocca.
Non uscì alcuna parola.
Dal cortile arrivò il rumore di una motocicletta.
Nella cucina, invece, nessuno si muoveva.
Per tutta la vita Teresa aveva difeso la famiglia dagli sguardi degli altri.
Aveva stirato camicie anche quando Carlo era senza lavoro.
Aveva preparato pranzi abbondanti quando in banca restavano pochi soldi.
Aveva sorriso ai matrimoni dopo aver pianto in bagno.
Aveva chiamato dignità quella fatica.
Ma forse, qualche volta, era stata soltanto paura.
Paura che il paese vedesse le crepe.
Paura di essere giudicata.
Paura di chi non assomigliava alle persone che conosceva.
—Non volevo che succedesse questo —disse.
Paolo sospirò.
—Lo sappiamo.
—Ho sentito parlare di furti. Di truffe agli anziani. Da quando vostro padre non c’è più, ogni rumore mi sveglia.
La voce di Teresa si spezzò.
—La sera controllo il cancello tre volte. Se suona qualcuno che non conosco, non apro. Quando vedo una macchina ferma, penso che stiano studiando la casa. Io sono sola.
Nadia allungò una mano sul tavolo, ma non la toccò.
—Avere paura non ti rende cattiva, Teresa.
—Allora perché mi guardate così?
—Perché hai trasformato la paura in un’accusa.
Teresa si asciugò gli occhi con il tovagliolo.
—Che cosa devo fare?
Matteo rispose prima degli adulti.
—Chiedere scusa.
—E se non vogliono ascoltarmi?
—Hanno il diritto di non ascoltarti.
Quelle parole furono più difficili di tutte.
Teresa era abituata a pensare che chiedere scusa servisse a chiudere una questione.
Si diceva “mi dispiace”.
L’altro rispondeva “non fa niente”.
Si tornava alla normalità.
Ma forse alcune ferite non avevano l’obbligo di guarire in fretta solo per far sentire meglio chi le aveva provocate.
Dopo pranzo, Matteo le mostrò una fotografia della classe.
Amina era in seconda fila.
Sorrideva.
Teresa la riconobbe subito.
Non come la ragazza sospetta.
Come la persona che aveva aiutato suo nipote quando nessun altro si era accorto che stava male.
—Sua madre si chiama Valeria Benassi —disse Matteo. —Lavora nell’amministrazione di una clinica privata. Il padre è morto quando erano piccole.
Teresa si voltò.
—È vedova?
—Sì.
La parola colpì Teresa in un punto preciso.
Vedova.
Conosceva il silenzio della sera.
Conosceva le responsabilità portate da sola.
Conosceva la paura di arrivare tardi dai figli.
Il lunedì mattina Teresa chiese a Matteo l’indirizzo.
Comprò dei biscotti nella pasticceria del quartiere, poi li lasciò sul tavolo.
Le sembrarono un gesto troppo facile.
Come se una scatola con un nastro potesse cancellare le luci della pattuglia.
Prese invece un foglio e scrisse.
“Signora Valeria, sono Teresa, la donna che ha chiamato la polizia. Vorrei chiedere scusa a lei e alle sue figlie. Non cercherò giustificazioni. Ho visto due ragazze che non conoscevo e ho permesso ai miei pregiudizi di trasformarle in un pericolo. Capirò se non vorrete incontrarmi.”
Rilesse il messaggio sette volte.
Poi lo infilò in una busta.
Nel pomeriggio andò a consegnarlo.
Valeria abitava in un condominio dall’altra parte della città.
Fu Amina ad aprire il portone.
Quando vide Teresa, il suo volto si irrigidì.
—C’è tua madre?
Amina non rispose.
Valeria apparve alle sue spalle.
—Che cosa vuole?
Teresa sentì le gambe molli.
—Chiedervi scusa.
Le porse la busta.
Valeria non la prese subito.
—Le mie figlie non devono farla sentire meglio.
—Lo so.
—Da ieri Leila chiede perché una donna che non l’aveva mai vista ha pensato che potesse fare qualcosa di male.
Teresa abbassò gli occhi.
—Non ho una risposta che non sia vergognosa.
Valeria prese la busta.
—Le scuse non cancellano quello che è successo.
—Lo so.
—Amina ha passato anni a imparare come comportarsi quando qualcuno la considera fuori posto. Leila ha imparato quella lezione sabato.
Teresa guardò la ragazza.
—Mi dispiace.
Amina rimase in silenzio.
Non sorrise.
Non disse che andava tutto bene.
Teresa capì che non ne aveva alcun obbligo.
—Non vi disturberò più —disse.
Fece per andarsene.
—Signora Teresa —la chiamò Valeria.
Lei si voltò.
—Se vuole davvero fare qualcosa, non racconti in giro che è stato un equivoco.
Teresa rimase immobile.
—Dica la verità.
—Quale verità?
—Che ha sbagliato.
Il martedì mattina Teresa entrò nel piccolo negozio di alimentari del quartiere.
C’erano il signor Gino, Mirella e altre due vicine.
Quando la videro, il discorso si interruppe.
—Eccola —disse Mirella. —Abbiamo saputo. Che spavento, però. Hai fatto bene a controllare.
Teresa posò il cestino.
Qualche giorno prima quelle parole le avrebbero dato sollievo.
Avrebbero trasformato la sua scelta in prudenza.
Le avrebbero restituito la bella figura.
Invece pensò a Valeria.
“Dica la verità.”
—No —rispose Teresa. —Non ho fatto bene.
Mirella aggrottò la fronte.
—Ma tu non potevi sapere chi fossero.
—Non dovevo sapere chi fossero. Erano due ragazze sedute.
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