Dietro le persiane chiuse della signora Bianchi c’era una solitudine immensa

Teresa strinse le labbra.

— Perché non volevo che pensasse che la cercavo solo perché avevo bisogno.

Quella frase mi fece male quasi quanto quella detta sul pavimento della cucina.

Non volevo disturbare nessuno.

Non volevo che pensasse che la cercavo solo perché avevo bisogno.

La solitudine, capii, non ti toglie solo le persone. Ti toglie anche il diritto di chiamarle.

Passarono ancora alcuni giorni.

Poi arrivò il problema del saggio di fine trimestre di Matteo.

Doveva recitare due frasi in una piccola rappresentazione a scuola. Niente di speciale. Ma per lui era tutto.

Il costume richiesto era semplice: pantaloni scuri, camicia chiara e un gilet marrone. Solo che il gilet che avevamo trovato al mercatino era enorme. Gli cadeva da tutte le parti.

Io non so cucire neanche un bottone senza fare danni.

Mentre guardavo quel gilet aperto sul tavolo, Matteo disse:

— Teresa lo saprebbe fare.

Io esitavo.

— Non possiamo chiederle tutto.

— Possiamo chiederle se vuole.

Aveva ragione.

Andammo.

Teresa aprì e ascoltò la richiesta senza interromperci. Prese il gilet tra le dita, lo osservò controluce e disse subito:

— Questo non è marrone. È color fango triste.

Matteo si mise a ridere.

Anch’io.

Lei si trattenne un attimo, poi accennò quel suo quasi-sorriso.

— Lasciatemelo. Vediamo cosa posso fare.

Il giorno dopo ci chiamò dal cancelletto.

Il gilet era perfetto. Accorciato, sistemato sulle spalle, con due bottoni cambiati e perfino una piccola toppa interna cucita bene dove il tessuto stava cedendo.

Matteo lo indossò davanti a lei e si guardò tutto contento nel vetro della finestra.

— Sembro vero, — disse.

— Prima sembravi un attaccapanni triste, — commentò Teresa.

Lui rise ancora.

Poi, con una spontaneità che io non avrei mai avuto, le chiese:

— Viene a vedermi?

Lei alzò gli occhi di scatto.

— Dove?

— Al saggio. Giovedì. Faccio il mugnaio.

Teresa guardò me, come se dovessi salvarla da quella proposta.

Io non la salvai.

— Gli farebbe piacere, — dissi. — Ma solo se se la sente.

Lei accarezzò il bordo del gilet con il pollice.

— Vedrò.

Il giovedì del saggio Matteo guardò verso la porta almeno venti volte.

Io gli dicevo di concentrarsi.

Lui annuiva, ma poi guardava ancora.

La sala era piena di genitori, nonni, fratelli, gente con i telefoni alzati e le giacche piegate sulle ginocchia.

Le sedie quasi finite.

Lo spettacolo stava per iniziare quando la vidi.

Teresa entrò piano, con il suo cappotto scuro e i capelli pettinati con una cura quasi commovente. Teneva la borsa stretta davanti a sé, come chi non è più abituato a stare in mezzo agli altri.

Alzai la mano per farle segno.

Lei si avvicinò e si sedette accanto a me.

— Sono in ritardo?

— No.

— C’è troppa gente.

— Sì.

— E fa caldo.

— Anche.

Restò composta per qualche secondo.

Poi aggiunse:

— Ma ormai sono qui.

Quando Matteo la vide dalla piccola quinta laterale, il suo viso cambiò. Si raddrizzò di colpo, come se fosse cresciuto di cinque centimetri.

Recitò le sue due frasi come se stesse facendo Shakespeare davanti a un teatro pieno.

A un certo punto agitò un braccio troppo presto, fece cadere un sacchetto di farina finta e mezzo palco si mise a ridere.

Lui arrossì fino alle orecchie.

Io trattenni il fiato.

Ma dalla sedia accanto a me sentii Teresa battere le mani per prima.

Forte. Senza imbarazzo. Con una convinzione quasi feroce.

Matteo la cercò con gli occhi.

Lei annuì una sola volta.

Bastò.

Alla fine del saggio lui corse da noi ancora col gilet addosso.

— Mi hai visto?

Teresa fece finta di pensarci.

— No. Stavo dormendo.

— Dai.

— Ti ho visto.

— Ero bravo?

Lei gli sistemò il colletto con due dita.

— Eri il miglior mugnaio che abbia mai visto.

Matteo si illuminò come se avesse ricevuto una medaglia.

Poi accadde una cosa che nessuno di noi aveva previsto.

All’uscita, mentre la gente si salutava davanti al cancello della scuola, una donna sulla sessantina si fermò davanti a Teresa e la guardò con attenzione.

— Teresa?

Teresa sbiancò leggermente.

— Lucia?

La donna fece un passo avanti.

— Sei proprio tu.

Scoprii così che Lucia era una cugina della figlia di Teresa. Una parente lontana, ma abbastanza vicina da sapere certe cose. Cominciarono a parlare. Prima con prudenza, poi con più calore.

Io e Matteo restammo un po’ in disparte.

Non spiavo davvero. Ma sentii Lucia dire piano:

— Tua figlia ha cambiato numero da mesi. Forse tu non ce l’hai. Ma io sì.

Vidi il volto di Teresa irrigidirsi.

Poi cedere.

Lucia frugò nella borsa, cercò un foglietto, scrisse qualcosa e glielo mise in mano.

Teresa lo prese come si prende una cosa fragile.

Quella sera non mi disse nulla.

Ma il mattino dopo, uscendo, la vidi seduta sulla panchina del cortile con il telefono in mano. Non succedeva mai. Lei il telefono lo teneva spento quasi sempre, come se anche gli squilli fossero un’invasione.

Mi guardò.

— Posso chiederle una cosa stupida?

— Certo.

— Se una persona non ti sente da tanto tempo… secondo lei riconosce ancora la tua voce?

Mi si strinse il petto.

Mi sedetti accanto a lei.

— Sì, — dissi. — Secondo me certe voci si riconoscono subito.

Lei annuì. Guardò lo schermo. Sospirò.

— E se risponde fredda?

— Allora avrà comunque risposto.

Restò lì ancora un po’.

Poi si alzò con fatica, ma con una specie di decisione nuova nelle spalle.

— Bene, — disse. — Allora provo.

Non seppi niente per due giorni.

Teresa non uscì quasi mai. Le persiane, però, si aprivano. E questo bastava a farmi capire che non c’era niente di grave.

Il terzo giorno, verso sera, suonò da noi.

Aprii.

Lei era sull’ingresso con gli occhi lucidi.

Non disse subito niente.

Poi guardò Matteo, che stava facendo i compiti in cucina, e disse:

— Domenica viene mia figlia.

Rimasi fermo.

— Davvero?

Fece sì con la testa.

— Viene con mia nipote.

Una pausa.

— Non la vedevo da quasi quattro anni.

Non aggiunse altro, ma non serviva.

Matteo lasciò la matita e corse quasi fino alla porta.

— Allora deve tagliarsi i capelli bene, — disse serio. — E forse servono dei biscotti.

Teresa fece una piccola risata soffiata, incredula.

— I capelli ormai quelli sono.

— I biscotti invece si possono fare, — decretò lui.

La domenica mattina il cortile sembrava aspettare anche lui.

Teresa aveva aperto tutte le persiane. Aveva messo una tovaglia chiara sul tavolo della cucina, visibile dalla finestra. Sulle fioriere nuove spuntavano due gerani rossi.

Io cercavo di non guardare troppo verso casa sua, per non metterle addosso altra agitazione.

Ma era impossibile non sentire la tensione nell’aria.

Verso le undici arrivò una macchina grigia.

Scese prima una donna bionda, sui cinquanta abbondanti, con il viso teso di chi ha ripetuto troppe volte un discorso in macchina e poi, al momento giusto, se lo dimentica. Dall’altro lato scese una ragazza giovane, forse vent’anni, con uno zaino leggero e gli occhi identici a quelli della foto sulla credenza.

Teresa era già sulla porta.

Per un secondo nessuna delle tre si mosse.

Poi la ragazza fece il primo passo.

— Nonna.

Fu solo una parola.

Ma dentro c’era tutto.

Teresa si portò una mano al petto. La figlia si avvicinò subito dopo. Non corsero. Non si buttarono addosso come nei film.

Meglio.

Si fermarono vicine. Si guardarono. E si abbracciarono con quella goffaggine vera di chi ha perso troppo tempo e non sa più da dove ricominciare.

Matteo era accanto a me e stringeva il pallone tra le mani.

— Ce l’hanno fatta, — sussurrò.

— Sì, — dissi. — Ce l’hanno fatta.

Non sentii le parole che si dissero dentro casa. Ed era giusto così.

Ma nel pomeriggio, quando le finestre restarono aperte e ogni tanto usciva una risata, capii che qualcosa si era sciolto davvero.

Verso sera Teresa venne nel cortile con sua figlia e sua nipote.

Aveva gli occhi stanchi, ma diversi. Come dopo un temporale che non ha distrutto niente e ha lasciato l’aria più pulita.

— Le presento Anna, — disse indicando la figlia. — E lei è Giulia.

Ci salutammo.

Anna mi strinse la mano con troppa gratitudine tutta insieme.

— Grazie per aver guardato mia madre quando io non l’ho fatto abbastanza.

Stavo per dirle che non era così semplice, che la vita si complica, che non si conoscono le storie degli altri.

Ma Teresa mi anticipò.

— Adesso basta contare i torti, — disse. — Altrimenti ricominciamo male.

Anna abbassò gli occhi e sorrise piano.

— Hai ragione.

Matteo, che non sopporta i momenti troppo seri, lanciò il pallone a terra una volta.

Rimbalzò storto e finì vicino ai piedi di Giulia.

Lei lo raccolse.

— Si gioca? — chiese.

Cinque minuti dopo erano già tutti e due in mezzo al cortile.

Teresa li guardava.

A un certo punto mi disse:

— Sa una cosa?

— Cosa?

— Quel giorno sul pavimento della cucina… io pensavo davvero che nessuno si sarebbe accorto di niente.

Non sapevo se rispondere.

Lei però continuò:

— Adesso invece, quando apro le persiane, mi sembra di stare in un posto dove qualcuno guarda se ci sono.

Fece una pausa.

— Non è poco.

No. Non lo era per niente.

Quella sera, prima di rientrare, Matteo lasciò il pallone apposta sul bordo del suo prato.

La guardai.

Lui fece finta di niente.

Teresa se ne accorse subito, naturalmente.

Scosse la testa, andò a prenderlo, tornò indietro con il suo passo lento e glielo porse.

— La prossima volta, — disse, — vediamo di tirare meglio.

Matteo lo prese.

— Sì, Teresa.

Lei non lo corresse.

E per me, in quel momento, fu forse la cosa più bella di tutte.

Perché certe storie non finiscono quando qualcuno viene salvato.

Finiscono quando qualcuno ricomincia a sentirsi aspettato.

E da noi, nel piccolo cortile dove per anni avevamo visto solo una donna severa dietro persiane pulite e vasi in ordine, ormai non c’era più soltanto la signora Bianchi.

C’era Teresa che faceva i biscotti all’anice.

Teresa che aggiustava i gilet.

Teresa che applaudiva troppo forte al saggio di un bambino che non era suo nipote.

Teresa che, ogni tanto, si sedeva fuori con noi a guardare il tardo pomeriggio scendere sui muri della corte.

E ogni volta che la vedevo lì, con le mani raccolte in grembo e la porta di casa lasciata socchiusa, pensavo la stessa cosa.

Che a volte non si cambia la vita di qualcuno con gesti enormi.

A volte basta bussare.

E restare.

Torna in alto