Due uomini spinsero un vecchio musicista, ma l’uomo elegante dietro la folla conosceva il suo segreto

—Chi è lei?

L’uomo si tolse lentamente il cappello.

Aveva capelli bianchi ben pettinati e una cicatrice sottile vicino alla tempia.

—Mi chiamo Andrea Ferraris.

Il vecchio lo fissò.

Prima il volto.

Poi gli occhi.

Poi una fossetta appena visibile sul mento.

Gli cedettero le ginocchia.

Il barista gli mise subito una sedia alle spalle.

—Si sieda.

Il vecchio obbedì come un uomo che non sente più il proprio corpo.

—Andrea… —mormorò. —Il bambino con il maglione rosso.

L’uomo in nero impallidì.

—Come fa a sapere del maglione?

Il vecchio abbassò lo sguardo.

—Te lo comprò tua madre per il Natale del settantadue. Era troppo grande. Le maniche ti coprivano le mani.

Nessuno parlava più.

La città continuava a correre attorno a loro, ma sotto quel portico il tempo si era fermato.

Andrea si chinò fino a trovarsi all’altezza del vecchio.

—Lei chi è?

Il cantante passò il pollice sulla crepa della chitarra.

—Mi chiamavo Pietro Valenti.

La sarta fece un piccolo verso di sorpresa.

Quel nome lo ricordava.

Non bene, ma abbastanza.

Negli anni Settanta, Pietro Valenti aveva scritto alcune canzoni per cantanti che riempivano le balere e apparivano nei programmi del sabato sera.

Il suo volto compariva raramente.

Il suo nome ancora meno.

Poi, all’improvviso, era scomparso.

Qualcuno aveva detto che fosse morto all’estero.

Altri parlavano di debiti.

I più anziani ricordavano una canzone d’amore diventata famosa con la voce di un altro uomo.

—Mia madre la conosceva —disse Andrea.

Pietro rise senza allegria.

—Tua madre era la mia vita.

Andrea si rialzò di scatto.

La frase gli era arrivata addosso come uno schiaffo.

—Mio padre era Carlo Ferraris.

—Lo so.

—Erano sposati da quarant’anni.

—Lo so anche questo.

—Allora che cosa sta dicendo?

Pietro guardò le persone intorno.

Troppe facce.

Troppi telefoni.

Troppi occhi curiosi.

—Non qui.

Andrea esitò.

Il suo autista si era avvicinato.

—Dottore, al teatro la stanno aspettando.

Andrea non si voltò nemmeno.

—Che aspettino.

Poi indicò il bar.

—Entriamo.

Il locale era stretto, con quattro tavolini, un bancone di legno rovinato e fotografie di squadre di calcio locali appese alle pareti.

Il barista abbassò la serranda a metà per tenere fuori i curiosi.

La donna col cappotto beige consegnò a Pietro un fazzoletto pulito.

—Per il labbro.

—Grazie.

—Quei due non dovevano toccarla.

Pietro si tamponò il sangue.

—Signora, alla mia età una spinta è quasi una carezza, rispetto a certe cose che ho ricevuto.

Andrea si sedette davanti a lui.

Non tolse il cappotto.

Sembrava temere che, mettendosi comodo, avrebbe accettato quella situazione come reale.

—Cominci dall’inizio.

Pietro guardò la tazzina di caffè che il barista gli aveva messo davanti.

—L’inizio è sempre la parte che ricordiamo meglio e capiamo peggio.

—Non faccia il poeta.

—Non lo faccio più da molto tempo.

Inspirò lentamente.

—Conobbi Elena nell’estate del sessantanove, a una festa di paese. Io suonavo in un complesso. Quattro ragazzi, un furgone che perdeva olio e più sogni che soldi.

Andrea non batté ciglio.

Pietro continuò.

—Tua madre aveva vent’anni. Portava un vestito giallo cucito da tua nonna. Non era la più bella della sala, ma quando rideva sembrava che tutti gli altri avessero dimenticato come si faceva.

Andrea abbassò gli occhi.

Sua madre aveva conservato quel vestito.

Era rimasto per decenni in una scatola nell’armadio, avvolto nella carta velina.

—Ci innamorammo subito —disse Pietro. —Come succedeva allora. Senza messaggi, senza fotografie ogni cinque minuti. Aspettavi una settimana per una lettera e, quando arrivava, la leggevi finché la carta diventava morbida.

Per un attimo il suo volto parve più giovane.

—Io venivo da una famiglia povera. Mio padre faceva il falegname e aveva mani che sembravano radici. Elena apparteneva a una famiglia rispettata. Non ricca, ma rispettata. In paese, a quei tempi, il rispetto pesava più dei soldi.

Il padre di Elena non voleva un musicista in casa.

Diceva che chi suonava la notte non poteva essere un uomo serio di giorno.

Pietro le promise che sarebbe diventato qualcuno.

Partì per Milano con una valigia di cartone e due camicie.

Elena gli disse che lo avrebbe aspettato.

—E non è tornato —disse Andrea.

—Sono tornato tre mesi dopo.

Pietro infilò una mano sotto il cappotto e tirò fuori un portafoglio consumato.

Da una tasca interna estrasse una fotografia piegata.

Ritraeva una ragazza davanti a una casa con le persiane verdi.

Andrea la riconobbe subito.

Sua madre.

Giovane.

Con il vestito giallo.

Sul retro c’erano poche parole scritte con inchiostro blu:

“Per Pietro. Non lasciare che il mondo ti faccia dimenticare chi eri con me. Elena, agosto 1969.”

Andrea prese la fotografia.

Le dita gli tremavano.

—Quando tornai, tuo nonno mi disse che Elena non voleva più vedermi. Mi mostrò una lettera.

—Che cosa diceva?

—Che si era vergognata di me. Che aveva conosciuto un uomo con un lavoro sicuro. Che la musica era stata una sciocchezza estiva.

Pietro guardò Andrea.

—Io avevo ventiquattro anni. Ero orgoglioso. Povero, umiliato e orgoglioso. È una miscela che rovina molte vite.

Ripartì.

Scrisse canzoni.

Dormì in pensioni economiche.

Vendette melodie per poche lire a uomini che poi le firmavano con il proprio nome.

Una sua canzone diventò un successo nazionale, ma sul disco non comparve mai Pietro Valenti.

—Tornai ancora dopo due anni —continuò. —Questa volta tua madre era sposata. E aveva un bambino.

Andrea sentì il cuore battergli nelle orecchie.

—Me.

Pietro lo guardò a lungo.

—Sì.

Il barista si voltò verso la macchina del caffè, fingendo di pulirla.

La donna col cappotto beige si portò una mano al petto.

Andrea si irrigidì.

—Che cosa vuole farmi credere?

—Niente. Non sono qui per convincerti.

—Sta dicendo di essere mio padre?

Pietro non rispose subito.

Prese la chitarra.

Con l’unghia sollevò un piccolo pezzo di legno vicino alla base.

C’era una cavità nascosta.

Da lì tirò fuori una busta ingiallita, protetta da un involucro di plastica.

—Questa l’ho ricevuta sei mesi dopo il matrimonio di Elena.

Andrea lesse il proprio nome sulla busta.

Non “Andrea Ferraris”.

Solo “Per Andrea, quando sarà abbastanza grande da capire”.

La calligrafia era quella di sua madre.

Ne era certo.

L’aveva vista su centinaia di biglietti lasciati sul tavolo della cucina.

“Ricordati il pane.”

“Copriti bene.”

“La minestra è nel frigorifero.”

Le piccole frasi che una madre lascia senza immaginare che un giorno diventeranno reliquie.

—Perché ce l’ha lei?

—Perché tua madre non ebbe il coraggio di dartela.

—E lei sì?

—No. Nemmeno io.

Andrea sollevò lo sguardo.

—Allora perché adesso?

Pietro indicò la chitarra rotta.

—Perché oggi avevo deciso di suonare quella canzone per l’ultima volta.

—Perché?

Il vecchio accennò un sorriso.

—Perché domani non avrò più la chitarra.

—Ne comprerà un’altra.

—Domani devo lasciare il dormitorio. Non ho più un posto. E da qualche mese la mia memoria ha cominciato a fare brutti scherzi. A volte mi sveglio e non ricordo in quale città mi trovo.

Andrea strinse la lettera.

—Perché non mi ha cercato prima?

—Ti ho cercato.

—Quando?

—Nel novantotto. Dopo la morte di tua madre.

Andrea impallidì.

—Come sapeva che era morta?

—Leggevo i necrologi del paese ogni settimana. Per venticinque anni.

La risposta fu così semplice da sembrare crudele.

Pietro raccontò di essere andato alla casa di Andrea.

Aveva suonato il campanello.

Aveva aperto Carlo Ferraris, l’uomo che Andrea aveva sempre chiamato papà.

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