Duecento motociclisti frenano sulla statale per un bambino muto insanguinato che chiede aiuto solo con le mani

Duecento motociclisti hanno fermato tutto per salvare un bambino di otto anni, muto, che sanguinava in mezzo alla statale e chiedeva aiuto solo con le mani spezzate.

Eravamo nel pieno del nostro giro annuale di beneficenza quando quel ragazzino in pigiama con i dinosauri si è buttato davanti alla mia moto.

Stavo già per urlargli di spostarsi quando ho visto cosa stringeva al petto: un baby monitor con una lucina rossa che lampeggiava. Tra il fruscio del segnale si sentiva una voce di donna:
«Per favore, non farle del male… ha solo tre anni…»

Il bambino continuava a segnare disperato, indicava il bosco alle nostre spalle, poi il monitor, poi si passava una mano sulla gola in un gesto che non aveva bisogno di traduzione.

Marco, il nostro capofila, conosce la lingua dei segni italiana perché suo fratello è sordo. Lo vidi impallidire mentre osservava quelle mani piccole agitarsi.

«Madonna santa…» mormorò. «Dice che sua madre e la sorellina sono chiuse in uno scantinato. Che il padre stamattina le vuole uccidere. Che lui è uscito da una finestrella per cercare aiuto ma nessuno si è fermato perché non riesce a parlare.»

Fu allora che notammo una cosa semplice e terribile: il sangue sul pigiama non veniva dall’asfalto. Veniva dai tagli delle braccia, dal vetro che aveva rotto per scappare. C’erano ancora minuscoli pezzi di vetro conficcati nella stoffa.

Il bambino all’improvviso mi afferrò il gilet di pelle e puntò il dito su una toppa – quella con scritto “Papà di due”. Poi si indicò il petto e alzò due dita.

Ero un padre. Lui cercava un padre. Non il mostro che teneva la sua famiglia chiusa in cantina, ma qualcuno, chiunque, che sapesse cosa vuol dire proteggere dei bambini.

Quello che quel bambino coraggioso non poteva sapere era che il nostro “giro di beneficenza” era proprio a favore di un centro antiviolenza della zona.

La metà dei nostri duecento motociclisti erano sopravvissuti a violenza domestica o avevano perso qualcuno per mano di chi avrebbe dovuto amarli. Quel bambino era letteralmente finito in mezzo all’unico gruppo di persone che, senza pensarci due volte, avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvare sua madre e sua sorella.

Il bambino si chiamava Luca. Marco traduceva mentre quelle mani smagrite volavano nell’aria.

Il padre era ubriaco da tre giorni. La madre la sera prima aveva provato a scappare. Lui le aveva raggiunte alla stazione degli autobus. Le aveva riportate a casa. Aveva chiuso la madre e la piccola Emma in cantina. A Luca aveva lasciato il baby monitor, obbligandolo a “sorvegliarle” mentre lui andava a prendere la pistola che teneva nel furgone.

«Da quanto tempo è andato via?» chiesi.

Luca alzò le dieci dita. Dieci minuti.

Io sono Enrico, cinquantadue anni. Guida esperta, padre di due figli quasi grandi, parte del gruppo “Motori in Ascolto”, un’associazione di motociclisti che raccoglie fondi per chi vive situazioni difficili. In quel momento però non ero un volontario: ero solo un padre che guardava un altro bambino chiedere aiuto senza voce.

Marco tirò fuori il telefono per chiamare il 112, ma Luca scosse la testa con una furia disperata, segnando così veloce che le sue mani sembravano tremare.

«Dice che il padre è un agente delle forze dell’ordine» tradusse Marco, con la voce tesa. «Dice che in passato qualcuno è già venuto a casa, ma hanno creduto più a lui che alla madre. Dice che ha paura che non lo prendano sul serio.»

Un agente. Certo. Questo spiegava perché una donna disperata e i suoi figli erano ancora da soli, chiusi in uno scantinato.

Guardai il baby monitor. La voce della donna tornò, questa volta più dolce, quasi un sussurro: stava cantando piano alla bambina, una ninnananna spezzata, nel tentativo di tenerla calma mentre aspettava non sapeva cosa.

«Dov’è casa tua, Luca?» chiesi.

Lui indicò un viottolo sterrato che si perdeva tra gli alberi, a forse trecento metri dalla statale.

Lupo, il nostro presidente – lo chiamavamo così fin da giovane – prese una decisione che avrebbe potuto cambiare la vita di tutti noi.

«Marco, chiama il 112 e dai posizione precisa. Dici che c’è una minaccia grave in corso, donna e bambina chiuse in cantina» ordinò, senza alzare la voce. «Tu e una decina di moto restate sulla statale a guidare le pattuglie quando arrivano. Enrico, tu con me. Il resto ci segue. Andiamo a vedere cosa succede lì dentro, ma senza fare gli eroi: prima viene la sicurezza dei bambini.»

«Lupo…» mormorò qualcuno. «Se davvero è un agente…»

«Se davvero è un agente, allora sa benissimo cosa sta facendo» rispose lui, secco. «E noi sappiamo benissimo cosa dobbiamo fare: proteggere chi è in pericolo e collaborare con chi arriverà in divisa.»

Luca salì sulla mia moto, le sue mani sanguinanti aggrappate al mio giubbotto. Mentre percorrevamo il viottolo sterrato, con decine di moto rombanti alle nostre spalle, lo sentivo tremare contro la mia schiena.

La casa comparve all’improvviso: un casolare a due piani, intonaco scrostato, un ingresso laterale con le classiche porte di ferro della cantina. Un’auto di servizio era parcheggiata storta nel cortile, la portiera lato guida ancora aperta.

Il che significava che lui era già tornato.

Sentimmo le urla prima ancora di spegnere i motori.

Luca saltò giù e corse verso le porte della cantina, ma lo bloccai a metà strada. Lui si divincolava, segnando freneticamente.

«Dice che c’è una chiave nascosta» tradusse Marco, già correndo verso di noi. «Sotto la terza pietra vicino al muro.»

Due dei nostri, Orso e Nico, erano già alle porte. Trovarono la pietra, poi la chiave. Aprirono le ante di ferro e sparirono dentro. Le urla si fecero più forti, poi si interruppero di colpo.

Quell’attimo di silenzio fu il più lungo della mia vita.

Poi Orso riapparve con in braccio una bambina con due codini spettinati che stringeva una bambola rotta. Dietro di lui, Nico sorreggeva una donna magrissima, con lividi vecchi e nuovi che ne spezzavano il viso e il collo. Ma erano vive.

Luca si liberò dalla mia presa e corse verso la madre. Lei cadde letteralmente in ginocchio, cercando di abbracciare contemporaneamente lui e la piccola Emma, singhiozzando senza più forza per trattenersi.

«Dov’è lui?» chiese Lupo.

«Sparito» rispose Orso. «La porta sul retro era aperta. Deve aver sentito il rumore delle moto ed è scappato.»

Un uomo in fuga, forse armato, nel pieno di una crisi. Ma in quel momento la mia attenzione era tutta su Luca.

Il bambino ricominciò a segnare, urgente. Marco annuì leggermente, poi ci guardò con gli occhi spalancati.

«La scuola» disse piano. «Dice che il padre ha minacciato di “fare una follia” nella scuola di Emma se la madre avesse provato ad andarsene. Dice che tiene delle armi nascoste nel suo armadietto. Fa servizio come agente di sorveglianza alla scuola primaria del paese.»

Una scuola elementare. Con centinaia di bambini che proprio in quel momento stavano entrando in classe.

Non avevo mai visto duecento motociclisti muoversi così in fretta.

«Marco, richiama subito il 112» disse Lupo. «Dici che la minaccia riguarda la scuola primaria. Che c’è un agente armato potenzialmente instabile. Che stiamo andando lì ma che devono evacuare immediatamente.»

Partimmo in colonna, rompendo qualsiasi limite di velocità, pregando in silenzio di non arrivare troppo tardi.

Sentivo Marco urlare nel telefono per sovrastare il rumore dei motori: «Scuola Primaria Arcobaleno, in via dei Tigli! Agente armato potenzialmente pericoloso! Evacuate subito, non c’è tempo!»

Quando arrivammo, era già caos.

La dirigente scolastica era davanti al cancello, cercava di far uscire le classi in ordine. Alcuni genitori, richiamati in fretta, avevano creato involontariamente un ingorgo con le auto parcheggiate ovunque. Bambini che piangevano, altri che ridevano nervosi senza capire.

E lì, accanto all’ingresso laterale della scuola, c’era lui. L’uomo che Luca chiamava “papà”.

Indossava ancora la giacca di servizio. Una mano appoggiata all’arma nella fondina. Osservava l’evacuazione con uno sguardo vuoto che mi mise i brividi.

Ci vide arrivare. Vide la schiera di moto che si fermava in semicerchio. Vide Luca sulla mia moto. Vide la moglie sorretta da Orso, la piccola Emma in braccio.

E sorrise. Un mezzo sorriso stanco, storto. Quello fu il momento in cui capii che, dentro di lui, qualcosa si era già rotto da tempo.

L’avremmo potuto vedere in mille modi: come un mostro, come un malato, come un uomo in fuga. In quel momento, però, era soprattutto un pericolo.

Ma Luca fece qualcosa che nessuno di noi avrebbe previsto.

Scese dalla moto e cominciò a camminare verso il padre. Questo bambino di otto anni, in pigiama sporco di sangue e terra, camminò dritto verso l’uomo che aveva terrorizzato la sua famiglia.

«Luca, no!» gridò la madre, con un filo di voce.

Lui non si fermò. Quando fu a pochi metri, iniziò a segnare.

Le sue mani, bendate e graffiate, si muovevano con una calma incredibile.

Più tardi, Marco ci tradusse ogni gesto.

“Ti volevo bene, papà. Anche quando facevi del male alla mamma. Anche quando gridavi. Anche quando spaccavi i piatti. Ti volevo bene perché pensavo che, da qualche parte dentro di te, il papà buono ci fosse ancora. Ma i papà buoni non fanno male alle persone. I papà buoni le proteggono. Questi uomini qui sono papà buoni. Loro ci hanno protetto. Puoi essere un papà buono, solo una volta. Adesso. Per favore.”

L’uomo rimase immobile a guardare quelle mani. Suo figlio. Il figlio con cui non si era mai preso la briga di imparare a comunicare davvero. Il bambino che in quel momento era più coraggioso di tutti noi messi insieme.

«Non sa neanche parlare…» mormorò, con la voce rotta. «Non sa nemmeno parlare…»

Marco fece un passo avanti. È alto un metro e novanta, pieno di tatuaggi, l’aspetto di uno che incuterebbe paura a chiunque lo veda solo passare per strada. Ma in quel momento, nel suo sguardo c’era solo ferma dolcezza.

«Quel bambino che “non sa parlare”» disse piano, «oggi ha salvato sua madre, sua sorella e tutti questi bambini. Ha chiesto aiuto quando nessuno lo ascoltava. Ha fatto quello che molti adulti non hanno il coraggio di fare. Ha detto “basta” con le mani, visto che con la voce non poteva.»

La mano dell’uomo si mosse di qualche centimetro verso l’arma.

Luca non arretrò. Continuò a segnare.

Marco deglutì, ma tradusse lo stesso, la voce spezzata.

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