Entrai per un gattino, ma una gatta ferita mi riportò alla vita

Pensavo che il nostro lieto fine fosse già cominciato.

Pensavo che la parte difficile della nostra storia fosse rimasta tutta lì, in quel box basso del rifugio, con la grata fredda, l’odore di candeggina e quel vecchio orsetto mezzo distrutto stretto tra i denti.

Mi sbagliavo.

Perché il secondo pezzo della nostra storia è iniziato due anni dopo, in un martedì di novembre, quando ho trovato l’orsetto appoggiato davanti alla porta di casa.

Non sul letto.

Non vicino alla sua cesta.

Proprio davanti alla porta d’ingresso.

Lei era seduta accanto, composta, con la coda raccolta intorno alle zampe, e guardava il pianerottolo come se stesse aspettando qualcuno.

All’inizio ho pensato che fosse un caso.

Magari aveva giocato durante la notte. Magari l’aveva trascinato lì senza un motivo particolare. I gatti, a volte, fanno cose misteriose e poi ti guardano come se il problema fossi tu che non capisci.

Ho rimesso l’orsetto sul letto.

La sera, tornando dal lavoro, l’ho trovato di nuovo davanti alla porta.

Lei era ancora lì.

Stessa posizione.

Stesso sguardo fisso verso fuori.

Mi si è stretto qualcosa nello stomaco.

Perché certi gesti, quando li hai già visti nascere dal dolore, li riconosci subito.

Per tre giorni è andata così.

Di mattina magari l’orsetto era in camera. Sul divano. Una volta persino in cucina, vicino alla ciotola dell’acqua.

Ma verso sera tornava davanti alla porta.

E lei con lui.

Non miagolava.

Non sembrava agitata.

Però aspettava.

La osservavo mentre fingevo di sistemare la spesa o di togliere le scarpe con calma. Ogni tanto alzava le orecchie, sentendo un rumore sulle scale. Poi niente. E tornava ferma.

Mi venne persino il dubbio di aver sbagliato qualcosa.

Avevo cambiato poco, in quei giorni. Gli orari erano gli stessi. Le ciotole piene. Le finestre aperte quel tanto che le piaceva. La coperta sul lato destro del letto, dove si metteva ogni sera.

Eppure c’era quel gesto antico che era tornato.

Quell’offerta muta.

Quella cosa preziosa portata sulla soglia.

Non per giocare.

Per dire qualcosa.

Sul nostro pianerottolo, da qualche settimana, si era trasferita una donna anziana.

L’avevo incrociata due o tre volte.

Sempre con lo stesso cappotto scuro, ben tenuto ma vecchio. Sempre con un foulard chiaro annodato al collo, anche quando non faceva davvero freddo. Aveva un viso sottile, stanco, di quelli che sembrano chiedere scusa anche quando non hanno fatto niente.

La prima volta che ci eravamo parlate, era stato per una sciocchezza.

Le erano cadute due arance dal sacchetto della spesa sul pianerottolo e una aveva rotolato fino alla mia porta. Gliel’avevo raccolta.

Lei aveva detto:

“Mi perdoni.”

Non grazie.

Mi perdoni.

Come se occupare uno spazio, per un secondo, fosse già troppo.

Le avevo sorriso e basta. Ma quella frase mi era rimasta addosso.

Si chiamava Lidia.

Lo seppi qualche giorno dopo, leggendo il nome sul campanello nuovo, storto da un lato.

Non sapevo altro di lei.

Solo che usciva poco. Che rientrava sempre presto. E che quando sentiva qualcuno sulle scale, tendeva un po’ le spalle, come fanno certe persone che non si aspettano niente di cattivo ma nemmeno niente di buono.

Il quarto giorno, verso sera, sentii il rumore lento di passi sul pianerottolo.

La mia gatta si alzò di colpo.

Prese l’orsetto in bocca.

Si piazzò davanti alla porta.

Io rimasi immobile.

I passi si fermarono proprio fuori. Poi sentii il suono secco di una chiave che cercava la serratura accanto alla mia.

Aprii la porta quasi senza pensare.

Lidia era lì, con una borsa della spesa in una mano e l’altra appoggiata al muro. Si girò sorpresa. La mia gatta, senza esitazione, lasciò l’orsetto ai suoi piedi.

Ci fu un secondo di silenzio vero.

Quello che capita solo quando nessuno sa ancora che parole usare.

Lidia abbassò gli occhi.

Guardò quel pupazzo consunto, con l’orecchio mezzo scucito e il muso quasi cancellato dal tempo. Poi guardò la gatta. Poi me.

“È per me?” chiese piano.

Mi uscì un sorriso piccolo.

“Credo di sì.”

Lei non rise.

Si piegò con fatica, non per prendere il pupazzo, ma per guardarlo meglio. Poi si portò una mano alla bocca come a fermare qualcosa.

La mia gatta fece un passo avanti.

Non sembrava spaventata.

Sembrava sicura.

Lidia si asciugò in fretta un occhio con le dita, quasi vergognandosi di quel gesto davanti a me, davanti a un animale, davanti a un pianerottolo qualsiasi.

“Non ricordo da quanto tempo,” disse, “nessuno mi accoglie sulla porta.”

Non seppi cosa rispondere.

Perché ci sono frasi piccole che, quando escono, fanno più rumore di una confessione intera.

Allora le presi solo una delle buste.

“Le do una mano.”

Lei fece per dire di no.

Lo vidi proprio, quel riflesso automatico. Quel ritrarsi educato. Quella fretta di non pesare.

Poi guardò di nuovo la gatta.

E disse:

“Va bene. Grazie.”

Entrammo entrambe nei nostri appartamenti.

Ma da quella sera qualcosa cambiò.

Non subito in modo grande.

Non con discorsi lunghi o confidenze improvvise.

Solo nei modi in cui cambiano davvero le cose che contano.

Il giorno dopo Lidia bussò alla mia porta.

Aveva in mano un piattino con tre biscotti fatti in casa, un po’ storti, un po’ troppo cotti sui bordi. Si scusò del disturbo prima ancora che io aprissi bene.

“Era per ringraziare,” disse. “E anche per il comitato d’accoglienza.”

Abbassai gli occhi.

La mia gatta era già lì, seduta davanti a lei.

L’orsetto, stavolta, non era per terra.

Lo teneva stretto tra i denti.

Lidia rise piano.

Una risata vera, ma arrugginita, come una finestra che non veniva aperta da mesi.

Da quel giorno prese l’abitudine di passare qualche minuto da me ogni tanto.

Mai troppo, all’inizio.

Cinque minuti.

Dieci al massimo.

Un caffè bevuto in piedi. Due parole sul tempo. Una domanda su dove avessi comprato il detersivo che profumava così buono di pulito. Le cose piccole, quelle che usano le persone prudenti quando vogliono avvicinarsi senza farsi vedere troppo mentre lo fanno.

La mia gatta, con lei, era diversa.

Non era agitata.

Non cercava attenzioni in modo disperato.

Faceva una cosa precisa.

Andava a prendere l’orsetto, lo trascinava fino ai piedi della sedia dove Lidia si sedeva e poi si sistemava poco distante, come una padrona di casa silenziosa che ha fatto le presentazioni e ora lascia respirare gli ospiti.

La prima volta che lo fece, Lidia restò a fissare il pupazzo.

“Me lo porta ogni volta,” disse.

“Già.”

“Come se volesse offrirmelo ancora.”

“Anch’io all’inizio pensavo quello.”

Lei mi guardò.

“All’inizio?”

Versai altro caffè e glielo raccontai.

Del rifugio.

Del box.

Di come offrisse l’orsetto a chiunque passasse.

Di quella mia frase sussurrata attraverso la grata, tu non devi conquistarti niente, che a pensarci bene aveva salvato più me di lei.

Lidia ascoltò senza interrompermi.

Alla fine si passò una mano sul ginocchio, lentamente.

“Ci sono persone,” disse, “che passano una vita intera a fare la stessa cosa.”

Annuii.

Lei abbassò gli occhi sulla tazzina.

“Io, per esempio.”

Non parlò tanto quel giorno.

Ma cominciò a parlare nei giorni dopo.

A pezzi.

Come succede a chi ha tenuto tutto chiuso troppo a lungo e non sa più bene da dove si inizi.

Aveva perso suo marito l’anno prima.

Quarantadue anni insieme.

Una vita fatta di abitudini normali. La spesa il sabato. Le medicine sul tavolo della cucina. La televisione troppo alta. Il caffè dopo pranzo sempre nella stessa tazza.

Quando lui era mancato, la casa grande dove avevano vissuto era diventata troppo piena e troppo vuota insieme.

Troppi oggetti.

Troppo silenzio.

Troppi angoli che sapevano di lui.

Così la figlia aveva insistito perché si trasferisse in un appartamento più piccolo, più pratico, più facile da gestire.

“Non aveva torto,” disse Lidia. “Però certe volte fare la cosa giusta non la rende meno dolorosa.”

Quella frase me la ricordo ancora.

Perché era semplice. E vera.

Mi disse anche un’altra cosa.

Una sera che fuori pioveva e la mia gatta dormiva con una zampa sopra l’orsetto, proprio tra noi due sul divano.

“A una certa età,” disse Lidia, “si inizia a diventare educati in modo triste.”

La guardai senza capire.

Lei sorrise appena.

“Ti fai più piccolo. Chiedi meno. Ringrazi per tutto. Ti scusi sempre. Cerchi di non dare fastidio ai figli, ai vicini, al mondo intero. E senza accorgertene cominci a vivere come se dovessi meritarti il posto che occupi.”

Sentii un brivido lento.

Perché all’improvviso quel vecchio pupazzo, quella grata del rifugio, quella porta di casa mia, tutto si teneva insieme.

Non era solo la storia di una gatta.

Non lo era mai stata.

Con l’arrivo di dicembre, Lidia cominciò a venire più spesso.

Io rientravo dal lavoro e a volte trovavo un bigliettino infilato sotto la porta.

“Ho fatto il brodo. Se vuole, gliene lascio un po’.”

“Ho comprato troppo pane. Ne vuole metà?”

“Non disturbo. Se è stanca, un’altra volta.”

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