Da quel giorno, il giovedì, Luca lo aspettava già con il gilet addosso. Negli altri giorni, lo teneva appeso all’asta della flebo, come un promemoria di chi era oltre il letto.
Poi, all’improvviso, le cose precipitarono.
Due settimane dopo, la situazione di Luca peggiorò in modo evidente. Le crisi si fecero più frequenti, gli organi cominciavano a cedere. I medici chiamarono i genitori per il discorso che nessun genitore dovrebbe mai ascoltare.
In parole semplici: difficilmente sarebbe arrivato a giovedì.
Ma Luca aveva altro in mente.
Tra una crisi e l’altra chiedeva solo una cosa:
«Che giorno è? È già giovedì? Lo Zio Orso lo sa che lo aspetto?»
Il giovedì arrivò comunque. Non so da dove trovò le forze, ma quel piccolo corpo riuscì a resistere fino alle tre del pomeriggio.
Appena sentì il motore nel parcheggio, il monitor vicino al letto segnò un lieve aumento del battito. Era come se il suo cuore riconoscesse quel rumore.
Marco entrò nella stanza più piano del solito. Non fece la solita battuta. Si fermò sulla porta un secondo di troppo, colpito dalla differenza.
Luca era quasi incosciente, il respiro corto, il viso ancora più pallido. Ma quando sentì la voce di Marco, aprì gli occhi.
«Ehi… piccolo pilota,» mormorò l’uomo, con la voce incrinata. «Sono in ritardo o in anticipo?»
Luca mosse appena le dita, cercando a tentoni il gilet appeso all’asta.
Marco capì subito. Lo prese e lo appoggiò con delicatezza sulle spalle magre di Luca, sistemando bene la toppa sulla schiena.
«Così va meglio,» sussurrò. «Non si va mai in viaggio senza la giacca giusta.»
Per quasi un’ora, Marco parlò. Raccontò di viaggi che forse non avrebbe mai fatto, ma che Luca sembrava vedere benissimo.
«Andiamo su in montagna, ti va?» diceva. «La strada sale tra gli alberi, l’aria sa di resina e di neve anche in estate. Poi scendiamo verso il mare: senti il sale sulla faccia, il vento che tira forte e ti strappa il cappellino. La moto fa un rumore che copre tutti i pensieri brutti.»
Luca non rispondeva. Ma i suoi occhi non lasciavano mai il volto di Marco. Ogni tanto, un’ombra di sorriso gli compariva agli angoli della bocca.
Poi successe qualcosa che nessuno di noi dimenticherà.
Improvvisamente, Luca ebbe uno di quei momenti di lucidità che sembrano un dono dell’ultimo minuto. La voce era un sussurro, ma le parole uscirono chiare.
«Marco…» mormorò. «Lassù… ci sarà Andrea?»
Marco si bloccò. Io pure. Nessuno di noi aveva mai pronunciato quel nome davanti a Luca. Marco non gli aveva mai raccontato dei suoi lutti, mai fatto pesare il proprio dolore.
Gli tremarono le mani.
«Sì, amore,» rispose infine, dopo un lungo respiro. «Andrea ti aspetta già. Vi piacerete, lo so. È come te, testa dura e innamorato delle moto.»
Luca deglutì a fatica.
«La moto… rossa… con le fiamme… c’è?» chiese, con quel filo di voce che ti entra direttamente nel petto.
Marco si chinò su di lui, e stavolta non nascose più le lacrime.
«C’è,» disse. «Rossa, con le fiamme, e fa un rumore che fa ridere tutti gli angeli. Andrea l’ha tenuta lucida per te. Dice che non vede l’ora di farti fare un giro.»
Luca fece un piccolo sorriso, il più grande che il suo volto riuscisse ancora a sostenere. Stringeva forte in mano uno dei modellini che Marco gli aveva regalato.
Quella notte se ne andò. Con il gilet addosso e un piccolo motociclo di plastica stretto tra le dita.
Il funerale doveva essere una cosa intima: famiglia, qualche amico, qualche vicino di casa. Ma quando arrivammo al cimitero, quello che trovammo fece fermare tutti.
La strada d’ingresso era fiancheggiata da moto parcheggiate una accanto all’altra. Ce n’erano decine, forse centinaia. Gente venuta da altre province, da altre regioni, da quei gruppi di volontari delle due ruote che si parlano tra loro anche senza conoscersi.
Marco aveva raccontato di Luca. E loro erano venuti.
Avevano spento tutti il motore. Stavano lì in silenzio, in fila, molti con il casco ancora in mano, il giubbotto di pelle addosso, qualcuno con la vecchia divisa dei vigili del fuoco o della protezione civile.
Quando il piccolo feretro passò accanto a loro, non si mosse una foglia. Il padre di Luca crollò in lacrime, vedendo quella specie di guardia d’onore che non aveva mai immaginato per suo figlio.
Finita la cerimonia, Marco si avvicinò alla sua moto. Non disse una parola. Mise il casco, girò la chiave e accese il motore.
Il rombo riempì il cimitero, forte ma stranamente rispettoso. Dopo pochi secondi, un altro motociclista accese il proprio motore. Poi un altro. E un altro ancora.
In pochi istanti, tutte le moto erano accese. Il suono era potente, quasi assordante, ma non c’era nulla di aggressivo. Era come un coro.
Tre volte revvarono insieme, alzando il rombo verso il cielo. Tre saluti per il più piccolo dei loro compagni di strada.
Poi, all’improvviso, silenzio. Solo il vento tra gli alberi e il suono soffocato di tanti uomini e tante donne che si asciugavano gli occhi.
Luca sarebbe impazzito di gioia.
Da allora, Marco continua a venire in città il giovedì. Ma prima di salire in reparto passa sempre dal cimitero. Sul marmo bianco della tomba di Luca, proprio accanto al nome, lascia ogni volta un piccolo modellino di moto.
Ormai sono così tanti che il custode ha proposto di mettere una bacheca di vetro per proteggerli dalla pioggia. Ogni volta che ci passo davanti, mi sembra di vedere una piccola vetrina di negozio, ma con un cartello invisibile: “Qui riposa un pilota.”
Una volta gli ho chiesto perché non lava mai il serbatoio della moto come il resto.
«Vedi queste due impronte?» mi ha detto, accarezzando due macchie quasi trasparenti, come mani piccole. «Queste le ha lasciate Luca, l’ultima volta che era abbastanza forte per sedersi qui sopra. Ma secondo me…» e qui ha sorriso triste, «…ce n’è anche una che è di Andrea. Quando parto, penso sempre che loro due stiano viaggiando insieme.»
Il gruppo di motociclisti a cui appartiene Marco, gli “Amici della Strada”, ha creato una tradizione dopo la morte di Luca. Ogni giovedì alle tre, dovunque si trovino – al lavoro, su una strada di montagna, in città – se sono in moto si fermano un attimo e danno un colpo di gas.
Un solo rombo, breve, in memoria di tutti i bambini che non hanno fatto in tempo a diventare grandi abbastanza per guidare davvero.
E Marco? Marco non ha smesso di entrare nel reparto di oncologia pediatrica. Ogni tanto cambia ospedale, segue le richieste delle associazioni. Ma la scena è sempre la stessa: un uomo grande, con la barba grigia, il giubbotto consunto e lo sguardo buono, che entra in una stanza dove c’è un bambino che ama le moto.
Parlano di curve, di colori, di viaggi che forse non faranno mai ma che, per un’ora, diventano più reali delle flebo e dei macchinari.
A qualcuno regala piccoli gilet con la scritta “Piccolo Coraggioso”. Ad altri solo tempo, storie, ascolto.
Perché, come dice lui, «chi ha fatto il pompiere sa che non sempre puoi spegnere l’incendio. Ma puoi sempre tenere la mano di chi ha paura, finché il fumo non si dirada.»
A Natale, la madre di Luca ha spedito a Marco una busta. Dentro c’era una foto scattata l’ultimo giovedì: Luca con il gilet, seduto sul letto, la testa appoggiata alla spalla di Marco. Entrambi sorridevano, un sorriso stanco ma vero.
Sul retro, con una grafia tremante, la madre aveva scritto:
«Grazie per aver mostrato a mio figlio che gli angeli a volte portano il casco e il giubbotto di pelle. Grazie per aver dimostrato che gli uomini più forti sono spesso quelli che sanno piangere. Grazie per otto mesi di giovedì che per noi hanno significato tutto.»
Ora Marco tiene quella foto nel portafoglio, accanto a quella vecchia di Andrea.
Due bambini. Trent’anni di distanza. Entrambi partiti troppo presto.
Ma ogni giovedì, alle tre in punto, quando tante moto in giro per l’Italia si fermano un istante per un colpo di gas in più, è come se quei due piccoli piloti fossero ancora qui, seduti dietro di noi, a ricordarci come si fa ad avere coraggio.
E questo, le foto non te lo raccontano.
Non ti mostrano le ore di strada sotto la pioggia, le notti passate a chiedersi se avrà la forza di arrivare di nuovo in tempo, gli anni di lutto che non finiscono mai davvero. Non ti fanno sentire la paura di affezionarsi a un altro bambino dopo aver già perso il proprio.
Ti mostrano solo un uomo grande e ruvido che fa ridere un bambino malato.
Ma adesso sai perché il giovedì alle tre è sacro per gli “Amici della Strada”. Sai perché un ex vigile del fuoco chiamato “Orso” è, allo stesso tempo, uno degli uomini più duri e dei più dolci che io abbia mai incontrato.
E sai anche perché, ogni giovedì alle tre, noi infermieri ci fermiamo un attimo e guardiamo fuori dalla finestra, in cerca di una moto.
Perché a volte l’amore profuma di benzina, si veste di pelle consumata e ha il suono profondo di un motore che non vuole spegnersi.
E spesso sono proprio i piloti più piccoli a lasciare i segni più grandi nei cuori più duri.





