Facevo solo le pulizie in villa, poi due gemelle disperate smisero di urlare appena le presi in braccio

Paura.

Non nei genitori.

Negli occhi della dottoressa.

Da quel giorno cambiò tutto.

O forse cominciai solo a vedere quello che prima nessuno voleva vedere.

Ogni mattina le bambine erano stremate.

Io le sentivo da lontano, mentre pulivo le scale o piegavo asciugamani.

Ogni volta che, per un motivo o per un altro, riuscivo a prenderle in braccio anche solo cinque minuti, si calmavano. Dormivano. A volte mangiavano meglio. Il respiro si faceva regolare.

Ma ogni pomeriggio, verso le quattro, arrivava la dottoressa Vassalli.

E entro le cinque, tornavano le urla.

Sempre.

Come un copione.

Un pomeriggio Rosa mi raggiunse in lavanderia.

Chiuse la porta.

“Non è normale,” disse sottovoce.

Io smisi di piegare i body.

“Lo so.”

“Da quarant’anni lavoro in case con bambini. Ho visto febbri, dentini, coliche, notti impossibili. Ma questa cosa…” Fece no con la testa. “Questa cosa puzza.”

La guardai.

Avevo il cuore che batteva forte, ma anche una paura matta di dire ad alta voce quello che mi stava passando in testa.

“Secondo te…?”

“Secondo me,” disse Rosa, “ogni volta che quella donna mette mano a qualcosa, quelle piccole stanno peggio.”

Quella sera non riuscii a dormire.

Continuavo a ripensare al modo in cui la dottoressa si irrigidiva quando vedeva le gemelle serene. Al fatto che non sembrasse mai contenta di un miglioramento. Al tono con cui parlava a Gabriele, come se lui fosse stupido e lei l’unica capace di capire.

E continuavo a ripensare a una cosa ancora più semplice.

Il corpo non mente.

Le bambine si rilassavano quando venivano trattate come creature spaventate.

Si spegnevano quando tornavano nelle sue mani.

Tre giorni dopo successe qualcosa.

Pioveva forte. Io stavo rientrando dal retro con la spesa della cucina quando vidi la dottoressa salire in macchina di fretta. Le cadde qualcosa accanto al cancello, ma lei non se ne accorse.

Aspettai che uscisse.

Poi mi avvicinai.

Era una piccola fiala di vetro.

Trasparente. Quasi vuota.

Sul lato c’era un’etichetta mezza rovinata dalla pioggia. Si leggeva appena.

Efedrina / Digossina – 0,5 mg

Mi si gelarono le mani.

Non ero un medico. Non volevo fingere di esserlo. Ma sapevo leggere abbastanza da capire che quei nomi non avevano niente a che fare con una tisana per neonati.

Tornai dentro con il cuore in gola.

Presi il telefono e cercai.

Una volta.

Due volte.

Tre.

Ogni risultato che leggevo mi faceva stare peggio.

Accelerazione del battito.

Agitazione.

Tremori.

Febbre.

Crisi.

Sintomi indotti.

Mi mancò il respiro.

Mi sedetti sul primo gradino delle scale di servizio e sentii la gola stringersi. Davanti agli occhi avevo Bianca che tremava, Viola che diventava paonazza dal pianto, Gabriele che si sentiva chiamare ansioso.

Non le stava curando.

Le stava tenendo malate.

Per restare indispensabile.

Per essere sempre lei quella da chiamare.

Per continuare a comandare, a incassare, a decidere.

Mi alzai di scatto e corsi nello studio.

Gabriele era davanti al computer, ma non stava lavorando. Aveva solo lo sguardo fisso nel vuoto.

“Signor Ferri.”

Lui si girò.

Forse vide la mia faccia, perché si alzò subito. “Che succede?”

Gli allungai la fiala con la mano che tremava.

“Credo che debba guardare questo.”

Lui la prese, lesse l’etichetta e impallidì.

“Dove l’hai trovata?”

“Fuori. L’ha persa la dottoressa.”

Lo vidi passare in pochi secondi dalla confusione al rifiuto, poi dal rifiuto al terrore.

“No,” disse. “No, non è possibile.”

“Tutto quello che fanno le bambine corrisponde. Ogni volta che la vede peggiorano. Ogni volta che stanno con qualcuno che le calma, lei si arrabbia. La prego…”

La voce mi si spezzò.

“La prego, salvi le sue figlie.”

Gabriele mi guardò come se in quel momento avesse capito due cose insieme: che poteva essere tutto vero, e che se era vero lui aveva quasi lasciato morire le sue bambine fidandosi della persona sbagliata.

Chiamò subito una clinica privata diversa, lontana dal giro abituale della dottoressa. Pretese analisi urgenti. Fece venire un’ambulanza con la scusa di una nuova crisi.

Quella sera, però, la dottoressa Vassalli arrivò prima del previsto.

Entrò senza salutare.

Aveva già capito che qualcosa stava cambiando.

“Dove sono le bambine?” chiese secca.

“In sala, con Rosa,” disse Gabriele.

Io ero lì. Non volevo esserci, ma non me la sentivo di lasciare quelle piccole da sole un altro secondo.

La dottoressa mi vide e gli occhi le si fecero duri.

“Hai parlato tu, vero?”

Gabriele fece un passo avanti. “Lidia, devo portarle via da qui.”

Lei rise.

Non una risata vera.

Una risata corta, vuota, cattiva.

“Portarle via? E dove? Da chi? Da me?”

“Hanno fatto nuovi prelievi.”

A quel punto il suo viso cambiò.

Cadde la maschera.

Non sembrava più elegante. Non sembrava più brillante. Sembrava solo pericolosa.

“Tu non capisci,” disse avvicinandosi. “Senza di me non sapresti fare nulla. Quelle bambine sono vive perché ci sono io.”

“Stanno male perché ci sei tu,” dissi senza rendermene conto.

Lei si girò verso di me con un odio che mi inchiodò.

“Tu non sei nessuno.”

“Basta,” gridò Gabriele.

Ma lei aveva già perso il controllo.

Afferrò dal tavolino un fermacarte pesante di vetro e fece un passo nella mia direzione. Non so se volesse colpirmi davvero o spaventarmi. So solo che in quel momento non pensai a me.

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