Pensavo che quel cancelletto avesse già fatto la sua parte.
Mi sbagliavo.
Perché certe porte, quando le apri davvero, non si richiudono più come prima.
Quel pomeriggio, dopo che Elio mi disse quelle parole sulla cicatrice di Balù, rimasi seduto in cortile più a lungo del solito.
Lui continuava a spazzolare il cane piano, con quella cura che hanno i bambini quando temono di rompere anche le cose già rotte.
Balù teneva gli occhi socchiusi.
Sembrava vecchissimo, più vecchio del giorno prima.
A volte mi prendeva una paura strana, guardandolo.
La paura che Elio avesse appena trovato un pezzo di pace, e che la vita glielo portasse via di nuovo troppo presto.
Ma non dissi niente.
A una certa età impari che non tutte le paure vanno dette ad alta voce.
Alcune vanno solo tenute in tasca, strette, mentre prepari un bicchiere d’acqua a qualcuno.
«Giuseppe?» disse Elio.
Mi voltai.
«Secondo lei Balù lo sa che mi ha salvato?»
La domanda mi prese alla sprovvista.
Guardai il cane, quel vecchio testone color miele, steso con la pancia sul pavimento del cortile e una zampa tremolante.
«Secondo me no», risposi. «I cani certe cose non le pensano come noi.»
Elio abbassò lo sguardo.
Poi aggiunsi: «Però lo sente.»
Lui accarezzò il muso bianco di Balù.
«Anche quando non c’ero?»
«Soprattutto quando non c’eri.»
Elio sorrise appena.
Era un sorriso piccolo, ma vero.
Per mesi, quel sorriso fu la cosa più grande che vidi succedere in casa mia.
Elio continuò a venire due volte alla settimana.
A volte veniva accompagnato. A volte restava solo un’ora. A volte un pomeriggio intero.
Portava i compiti nello zaino nuovo, sempre chiuso bene.
Questa cosa mi commuoveva più di quanto fosse ragionevole.
Uno zaino chiuso bene può sembrare niente.
Ma per me voleva dire che Elio non stava più scappando.
Stava andando da qualche parte.
All’inizio studiava sul tavolo della cucina.
Scriveva con la testa bassa, le spalle ancora strette, come se ogni errore potesse costargli caro.
Quando sbagliava una parola, si irrigidiva.
Io facevo finta di non accorgermene.
«Anch’io sbagliavo sempre le doppie», gli dicevo.
«Davvero?»
«Certo. Una volta ho scritto “pala” invece di “palla” su un biglietto d’auguri.»
Elio mi guardò serio.
«E che è successo?»
«Niente. La signora rise e mi offrì un caffè.»
Lui rimase zitto.
Poi disse piano: «A casa mia non ridevano.»
Non aggiunsi domande.
Gli misi davanti una matita temperata e dissi: «Qui puoi sbagliare anche tre volte.»
Lui mi guardò come se gli avessi dato un permesso enorme.
Forse lo era.
Balù, intanto, peggiorava piano.
Non in modo drammatico.
Non come nei film, dove tutto succede in una scena sola.
Peggiorava come fanno i vecchi cani.
Un giorno saliva il gradino più lentamente.
Un altro giorno lasciava metà pappa nella ciotola.
Un altro ancora si fermava davanti al cancello, come se la strada fosse diventata troppo lunga.
Elio se ne accorse prima di me.
I bambini che hanno avuto paura imparano a leggere i silenzi meglio degli adulti.
«Gli fa male qualcosa?» chiese un giorno.
Io stavo lavando una tazza.
Mi fermai.
«È anziano», dissi.
Elio non rispose.
Andò da Balù, si sedette per terra e gli appoggiò la mano sul fianco.
«Non deve andare via adesso», sussurrò.
Finsi di non sentire.
Ma lo sentii.
Eccome se lo sentii.
Quella sera, quando Elio se ne andò, Balù rimase davanti al cancelletto anche dopo che la strada era vuota.
Io gli misi una mano sulla testa.
«Lo so», dissi. «Anch’io vorrei tenerlo qui per sempre.»
Qualche settimana dopo, la maestra di Elio mi chiamò.
Non era una chiamata ufficiale, niente di complicato.
Aveva avuto il mio numero perché Elio mi aveva indicato come persona da avvisare per una piccola iniziativa scolastica.
Quella frase mi fece sedere.
Persona da avvisare.
Non parente.
Non tutore.
Non niente di grande.
Eppure, per me, fu come ricevere una medaglia.
«Elio ha scritto un tema», mi disse la maestra. «Parla di lei e del cane. Vorrebbe leggerlo alla festa di fine anno, ma ha paura.»
Io guardai Balù che dormiva ai miei piedi.
«Ha detto lui che posso saperlo?»
«Sì. Ha detto che lei deve venire, se può.»
Se può.
Come se io potessi essere altrove.
Il giorno della festa, mi misi la camicia buona.
Era una camicia vecchia, stirata male, con un bottone diverso dagli altri.
Ma era la mia migliore.
Balù non poté venire.
Era troppo stanco.
Prima di uscire, Elio passò da casa mia.
«Gli leggo il tema dopo», disse, inginocchiandosi davanti al cane. «Così non si offende.»
Balù gli leccò le dita.
A scuola, Elio salì sul piccolo palco con il foglio che gli tremava tra le mani.
C’erano genitori, nonni, insegnanti, sedie di plastica, bambini che si agitavano.
Io mi sedetti in fondo.
Da vecchio postino, ero abituato a stare un passo indietro.
Elio guardò la sala.
Per un attimo pensai che non ce l’avrebbe fatta.
Poi mi vide.
Io non feci grandi gesti.
Alzai solo due dita, come quando lo salutavo dal cortile.
Lui respirò.
E cominciò a leggere.
«C’è un cane che non sa di essere coraggioso.»
La sua voce era bassa, ma arrivava.
«Si chiama Balù. È vecchio, cammina piano e qualche volta russa così forte che sembra un motorino rotto.»
Qualcuno rise.
Elio sorrise, ma non si fermò.
«Balù ha una cicatrice sulla schiena. Io pensavo che le cicatrici fossero cose brutte da nascondere. Poi ho capito che una cicatrice può anche voler dire che sei sopravvissuto.»
Sentii qualcosa stringermi la gola.
Elio continuò.
«C’è anche un uomo che si chiama Giuseppe. Lui dice di essere solo un vecchio postino. Però non è vero. Perché un giorno ha aperto un cancelletto, e per me quella è stata la cosa più importante del mondo.»
Io abbassai gli occhi.
Non volevo piangere davanti a tutta quella gente.
Ma a sessantasette anni certe difese diventano sottili.
Quando Elio finì, nessuno parlò subito.
Poi partirono gli applausi.
Non forti all’inizio.
Poi sempre più pieni.
Elio rimase fermo, con il foglio in mano, come se non sapesse cosa farsene di tutto quel bene.
La maestra gli mise una mano sulla spalla.
Lui cercò me con lo sguardo.
Io mi alzai.
E per la prima volta, davanti a tutti, Elio non abbassò la testa.
Tornammo a casa piano.
Non parlammo molto.
A volte, quando una cosa bella è appena successa, bisogna lasciarla respirare.
Quando entrammo nel cortile, Balù sollevò appena la testa.
Elio corse da lui.
«Ho letto tutto», disse. «Non mi sono fermato.»
Balù mosse la coda una volta sola.
Poco.
Ma abbastanza.
Quella sera Elio lasciò il foglio del tema sul tavolo della mia cucina.
«Posso lasciarlo qui?» chiese.
«Certo.»
«Così Balù ce l’ha vicino.»
Io annuii.
Da quel giorno, il foglio rimase appeso al frigorifero con una calamita a forma di limone.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





