La donna sembrò spaventata.
“E se non viene da me?”
“Non deve venire. Deve solo avere il tempo di capire che lei non pretende niente.”
La porta si chiuse.
Io rimasi fuori con Pesto.
Pensai a quel primo giorno.
A me, seduto come uno sciocco.
A lui, girato quasi di spalle.
A quei dieci minuti che avevano cambiato il rumore della mia casa.
Quando la porta si riaprì, Nocciola era sdraiata vicino alla borsa della donna.
Non sopra.
Non addosso.
Vicino.
La donna piangeva in silenzio.
La signora Ferri fece finta di controllare una scheda.
Io feci finta di sistemare il guinzaglio.
Pesto non finse niente.
Lui sbadigliò.
Come se dicesse che gli esseri umani arrivano sempre tardi alle cose ovvie.
Quel pomeriggio tornammo a casa più stanchi del solito.
Pesto dormì per quasi tre ore.
Io rimasi in cucina con la fotografia del signor Riva tra le mani.
Il mio bravo ragazzo impedisce alla casa di essere troppo vuota.
Pensai a mia moglie.
A come avrebbe guardato Pesto.
A come avrebbe riso del suo orecchio storto.
A come gli avrebbe parlato troppo, ignorando ogni mio avvertimento sul fatto che lui preferiva la calma.
Mi mancò in modo diverso.
Non meno.
Diverso.
Come una stanza che resta chiusa, ma finalmente ha una finestra aperta.
Quella sera entrai in bagno.
Pesto mi seguì.
Mi fermai davanti all’accappatoio.
Lo presi con entrambe le mani.
Non aveva più il suo profumo.
O forse sì.
O forse ero io che lo cercavo dove non poteva più essere.
Lo piegai piano.
Male.
Lei lo avrebbe rifatto da capo, scuotendo la testa.
Lo misi in una scatola, insieme a una sciarpa, a un libro con il segnalibro fermo a metà, e a un biglietto della spesa scritto da lei.
Non chiusi subito il coperchio.
Pesto infilò il muso nella scatola.
Annusò.
Poi si sedette.
“Era lei”, dissi.
La voce mi uscì bassa.
“Ti sarebbe piaciuta.”
Pesto appoggiò il mento sul bordo della scatola.
Non capiva tutto.
O forse capiva abbastanza.
La settimana dopo la signora Ferri mi mandò una foto.
Nocciola dormiva su un tappeto, accanto a una poltrona.
Sopra la poltrona c’era il cappotto beige della donna.
Il messaggio diceva:
Ha mangiato poco, ha russato tanto. Direi che siamo sulla buona strada.
Risi da solo.
Poi lessi il messaggio a Pesto.
Lui non mostrò entusiasmo.
Ma la coda batté una volta contro il pavimento.
Appena.
Sempre abbastanza.
Da quel giorno cominciai a passare al canile ogni tanto.
Non tutti i giorni.
Non per fare l’eroe.
Una volta alla settimana, il martedì pomeriggio.
La signora Ferri mi metteva nella stanza piccola con un cane anziano.
Io mi sedevo.
Non parlavo.
Non chiamavo.
Non battevo le mani sulle ginocchia.
Stavo.
All’inizio mi sembrava poco.
Poi capii che per certi animali era moltissimo.
Un cane cieco mi annusò la scarpa per otto minuti prima di dormire.
Una cagnolina con il pelo rovinato mi voltò le spalle per tre settimane, poi una volta si addormentò con il fianco contro la sedia.
Un vecchio meticcio nero non si avvicinò mai.
Ma smise di tremare quando entravo.
La signora Ferri diceva che anche quello contava.
Io le credevo.
A casa, Pesto sembrava sapere dove andavo.
Quando tornavo, mi annusava i pantaloni con aria severa.
Come se controllasse che avessi fatto bene il lavoro.
“Non sei il direttore del canile”, gli dicevo.
Lui mi guardava.
E io capivo che, nella sua testa, forse sì.
Un pomeriggio, tornando dalla passeggiata, incontrammo la vicina che mesi prima mi aveva portato la pasta al forno.
Si chiamava Ada.
Aveva sempre le mani fredde e il modo di parlare di chi ha paura di disturbare.
“Come va con lui?” mi chiese.
Guardai Pesto.
In quel momento stava cercando di evitare una foglia bagnata come se fosse un problema personale.
“Va”, dissi.
Lei sorrise.
“Le fa compagnia?”
Pensai alla risposta giusta.
Poi dissi la verità.
“No. Fa casa.”
Ada annuì piano.
Non disse altro.
E per questo le fui grato.
Ci sono persone che capiscono quando una frase deve restare piccola.
La primavera arrivò senza fare grandi promesse.
Le giornate si allungarono.
Pesto camminava sempre poco, ma guardava tutto con più interesse.
Io iniziai a cucinare di nuovo qualcosa che non fosse solo necessario.
Una sera preparai il sugo che faceva mia moglie.
Non venne uguale.
Naturalmente.
Mi arrabbiai con il sale, con il pomodoro, con me stesso.
Poi Pesto si sedette accanto al tavolo e mi fissò come se quella tragedia culinaria meritasse comunque rispetto.
Assaggiai.
Era diverso.
Non sbagliato.
Solo diverso.
Mangiai un piatto intero.
Poi, senza pensarci, dissi:
“Non è il tuo, amore. Ma almeno non è immangiabile.”
Mi fermai.
Avevo parlato con lei senza sentirmi spezzare.
Mi mancò.
Ma respirai.
Pesto sospirò sotto il tavolo.
Come se anche lui avesse approvato quel piccolo accordo tra vivi e morti.
Qualche mese dopo, il canile organizzò un’altra giornata aperta.
Questa volta la signora Ferri non dovette chiedermi di andare.
Fui io a dirglielo.
“Se serve, Pesto può venire.”
“Pesto serve sempre”, rispose.
Quel giorno arrivò anche la signora con Nocciola.
Si chiamava Giuliana.
Portava lo stesso cappotto beige, ma non lo stringeva più al petto.
Nocciola camminava al suo fianco, lenta e sicura.
Quando vide Pesto, gli andò vicino.
Si annusarono.
Poi si ignorarono con grande affetto.
Giuliana mi guardò.
“Sa cosa ha fatto ieri?”
“Nocciola?”
“È salita sul divano.”
“Ah.”
“Non doveva.”
“Capita.”
“Sì”, disse lei. “Però poi ho pensato che il divano era vuoto da troppo tempo.”
Non sapevo cosa rispondere.
Così sorrisi.
A volte il lieto fine è un cane vecchio che sale dove non dovrebbe.
A volte è una donna che non lo fa scendere.
Alla fine della giornata, la signora Ferri appese due fotografie sulla bacheca del canile.
Una era quella mia con Pesto.
L’altra era Giuliana con Nocciola, sedute sul divano incriminato.
Sotto scrisse a mano:
Non tutti vengono per correre. Alcuni vengono per restare.
Lessi quella frase tre volte.
Poi guardai Pesto.
Era sdraiato accanto alla porta, stanco, con gli occhi mezzi chiusi.
Pensai al signor Riva.
Pensai a mia moglie.
Pensai a tutte le persone e gli animali che passano nella vita di qualcuno e lasciano una sedia spostata, una coperta calda, una ciotola da lavare, una tazza di troppo sul tavolo.
Quella sera, tornati a casa, Pesto non dormì davanti alla porta.
Non controllò il corridoio.
Non aspettò nessuno.
Andò direttamente in camera.
Fece tre giri lenti sul tappeto.
Poi si sdraiò dal lato di mia moglie.
Io mi misi dall’altro lato.
Spensi la luce.
Nel buio, sentii il suo respiro pesante.
Sentii l’orologio in cucina.
Sentii il frigorifero.
Sentii la casa.
Non era allegra.
Non era guarita.
Ma era viva.
Allungai una mano verso il bordo del letto.
Pesto sollevò appena la testa.
Poi appoggiò il muso sulle mie dita.
Restammo così.
Senza parole.
Dieci minuti.
Forse di più.
E capii finalmente una cosa che la signora Ferri sapeva già dal primo giorno.
L’amore non torna sempre facendo rumore.
A volte torna piano.
Con le unghie che battono sul pavimento.
Con mezzo uovo la domenica.
Con una schiena calda contro una scarpa.
Con un vecchio cane che non promette miracoli.
Promette solo di restare finché può.
E certi giorni, credetemi, è abbastanza per ricominciare.





