Gli dissi soltanto che suo padre stava facendo il proprio lavoro e che quella notte non era riuscito a tornare.
«Era solo?»
«No.»
«C’era Argo?»
«Sì.»
«È rimasto?»
«Fino alla fine.»
Luca abbassò gli occhi.
Pensò a lungo.
«Allora papà non era solo.»
Mio figlio aveva cinque anni.
E con una frase fece per me quello che nessun adulto era riuscito a fare in quattro anni.
Mi diede un’immagine diversa dell’ultima notte di Davide.
Non un uomo abbandonato nel fango.
Un uomo con il proprio compagno accanto.
Gli anni passarono come passano quando hai superato i cinquanta e guardi indietro: lentamente mentre li vivi, troppo in fretta quando li ricordi.
Foto di scuola.
Denti caduti.
Feste di compleanno nel cortile.
Ginocchia sbucciate.
Natali in cui mancava sempre un posto a tavola anche quando quel posto non veniva più apparecchiato.
Il quartiere cresceva insieme a Luca.
La signora Rosa invecchiò e cominciò ad avere problemi alle ginocchia.
A quel punto ero io a portarle il ragù.
Giulio rimase vedovo.
Luca andava da lui ogni sabato a giocare a carte.
Il panettiere cambiò gestione, ma il nuovo proprietario imparò presto la storia di Argo e continuò a mettere da parte un pezzetto di focaccia.
Non glielo avevamo mai chiesto.
Era diventata una specie di eredità del quartiere.
Quando Luca giocava a pallone nel campetto parrocchiale, Argo rimaneva fuori dalla rete.
Ormai il muso era quasi tutto grigio.
A otto anni del bambino, il cane cominciò ad avere problemi alle zampe posteriori.
Serviva una piccola rampa per salire in macchina.
Luca non lo tirava mai.
Non lo chiamava impaziente.
Aspettava.
«Con calma, compagno.»
Compagno.
Quella parola era passata da Davide ad Argo.
Poi da Argo a Luca.
A nove anni, Luca rinunciò a una gita perché Argo aveva avuto una brutta settimana.
Io cercai di convincerlo.
«Devi andare con i tuoi amici.»
«Lui è stato qui quando avevo bisogno io.»
Non se ne parlò più.
La sera si sedette sul pavimento con una coperta.
Rimase accanto al cane a leggere un fumetto.
Io li osservavo dalla cucina.
Pensai alla velocità con cui il mondo moderno ci insegna a sostituire tutto.
Telefoni.
Mobili.
Case.
Persone.
Perfino i legami, qualche volta.
E poi c’era quel vecchio cane che, da quasi dieci anni, continuava a vivere secondo una frase pronunciata nella pioggia.
Guarda il mio bambino.
Al decimo anniversario della morte di Davide, ricevemmo un invito dal centro provinciale dove venivano addestrate le nuove unità cinofile.
Argo aveva ormai sedici anni.
Non poteva accompagnarci.
Mia madre, settantadue anni e ancora capace di comandare tutti con un’occhiata, rimase a casa con lui.
«Andate», disse. «Qui ci penso io.»
Sul campo c’erano uomini e donne giovani che lavoravano con i cani.
Luca aveva dieci anni.
Guardava tutto senza parlare.
Aveva gli occhi scuri di suo padre.
Aveva anche il suo brutto vizio di stringere le labbra quando rifletteva.
Sergio, ormai vicino alla pensione, ci accompagnò lungo il corridoio degli spogliatoi.
Una giovane pastora tedesca abbaiò dietro una rete.
Luca si fermò.
Non infilò le dita.
Non fece movimenti bruschi.
Si girò appena di lato e lasciò che fosse lei ad avvicinarsi.
Sergio sorrise.
«Chi te l’ha insegnato?»
Luca rispose senza pensarci.
«Argo.»
Più avanti c’era una parete dedicata agli operatori caduti durante il servizio.
Il nome di Davide era inciso al centro.
Argo, naturalmente, non c’era.
Lui era sopravvissuto.
Aveva continuato a vivere.
Per tutti noi.
Luca appoggiò le dita sul nome del padre.
«Mamma.»
«Dimmi.»
«Da grande voglio fare questo.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
«Cosa?»
«Lavorare con un cane.»
Davanti agli occhi mi tornarono il portone alle due di notte.
Il berretto tra le mani.
Il fango.
La registrazione.
La fede dentro una busta.
«Luca…»
Lui mi guardò.
Aveva capito.
«Non voglio morire come papà.»
Quelle parole mi ferirono e mi salvarono nello stesso momento.
«Voglio vivere come lui.»
Sergio si allontanò di qualche passo.
Luca continuò:
«E voglio un compagno come Argo.»
Avrei potuto dirgli di no.
Avrei potuto trasformare la mia paura in una gabbia.
Avevo conosciuto abbastanza madri della mia generazione per sapere quanto sia facile confondere protezione e possesso.
Lo guardai.
Poi guardai il nome di Davide.
«Dovrai studiare.»
«Lo farò.»
«Dovrai essere responsabile.»
«Sì.»
«Dovrai ascoltare il tuo compagno.»
«Sempre.»
Deglutii.
«E dovrai tornare a casa.»
Luca mi strinse la mano.
Non disse “te lo prometto”.
Forse perché lo avevo cresciuto senza raccontargli bugie comode.
Disse:
«Farò tutto quello che posso.»
Era l’unica promessa che potevo accettare.
Al ritorno trovammo Argo sveglio sul materasso basso che avevamo sistemato nella camera di Luca.
Negli ultimi mesi non riusciva più a dormire per terra.
Il muso argentato era appoggiato su una vecchia felpa di Davide.
Luca si sedette accanto a lui.
«Siamo stati al centro.»
Argo sollevò lentamente la testa.
«Ho deciso una cosa.»
Le orecchie si mossero appena.
«Da grande voglio lavorare con un cane.»
Argo lo guardò.
«Tu non puoi essere il mio compagno.»
Luca sorrise con gli occhi lucidi.
«Sei troppo vecchio.»
Aprì la scatola di legno e tirò fuori il vecchio distintivo di Argo.
Lo mise sulla coperta.
«Però quello nuovo dovrà piacerti.»
Argo abbassò il naso e annusò il metallo.
Luca appoggiò la fronte contro la sua.
Io rimasi sulla porta.
Davide aveva tenuto nostro figlio tra le braccia soltanto per sei mesi.
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