Il signor Pietro sembrò sorpreso.
“Adesso?”
“Adesso.”
Entrò in casa con passi piccoli.
Gigi lo annusò a lungo.
Pietro si sedette vicino alla finestra e raccontò che da bambino aveva avuto un gatto grigio chiamato Nerone.
Raccontò di sua moglie.
Raccontò che, dopo la sua morte, aveva smesso di tenere animali perché non voleva affezionarsi a qualcosa che avrebbe potuto perdere.
“Poi si perde lo stesso”, disse guardando Gigi. “Solo che non si è avuto niente nel frattempo.”
Rimase quasi due ore.
Non successe nulla di straordinario.
Bevemmo caffè.
Parlammo del tempo.
Gigi dormì sul cuscino di Franca.
Quando Pietro andò via, mi ringraziò tre volte.
Quella sera capii che una porta aperta non serve soltanto a far entrare qualcuno.
A volte impedisce anche a chi è dentro di diventare troppo solo.
Cominciai a lasciare una sedia vicino al cancello.
Non tutti i giorni.
Non avevo trasformato la mia vita.
Avevo ancora lavoro, scadenze, bollette e quattro gatti.
Ma due o tre volte alla settimana portavo fuori una tazza e restavo seduto per qualche minuto.
Ada si fermava.
Pietro scendeva.
Elena passava quando veniva a sistemare le ultime cose di Franca.
A volte nessuno parlava.
Andava bene anche così.
Gigi iniziò a seguirmi.
Si sedeva accanto alla mia sedia con la sciarpina verde.
Le persone si chinavano ad accarezzarlo.
Lui non accettava tutte le mani.
Ma non fuggiva più.
Dopo circa due mesi, l’appartamento di Franca fu completamente svuotato.
Rimasero soltanto le pareti chiare, il segno dei mobili sul pavimento e l’odore leggero di sapone nei cassetti.
Elena mi consegnò la tazza sbeccata.
“Questa era quella che usava quando veniva a prendere il caffè da lei.”
La riconobbi.
Aveva piccoli fiori azzurri e il manico scheggiato.
“Non posso prenderla.”
“Deve.”
“È un ricordo di famiglia.”
Elena scosse la testa.
“Anche lei era la sua famiglia. Solo in un modo diverso.”
Presi la tazza.
Quella sera bevvi il caffè lì dentro.
Gigi saltò sulla sedia accanto a me.
Per la prima volta non guardò la porta quando una macchina si fermò in strada.
Guardò me.
Passarono altre settimane.
La casa di Franca rimase vuota fino all’inizio dell’autunno.
Poi arrivò Teresa.
Aveva sessantasette anni, due valigie, sei scatoloni e un piccolo tavolo pieghevole.
Si era trasferita dopo la morte del marito.
Lo seppi da Pietro, che ormai conosceva tutto ciò che accadeva nel cortile.
Teresa parlava poco.
Salutava con educazione e rientrava subito.
La prima volta che Gigi la vide, si fermò davanti alla sua porta.
Teresa abbassò gli occhi.
“Bel gatto.”
“Era di Franca.”
Il suo viso cambiò.
“Quella che viveva qui prima?”
“Sì.”
Teresa non cercò di accarezzarlo.
“Anch’io avevo una gatta”, disse. “Molti anni fa.”
Poi entrò in casa.
Gigi rimase davanti alla porta chiusa.
“Vieni”, gli dissi.
Non si mosse.
Mi ricordai di lui davanti alla mia porta.
Mi ricordai del trasportino.
Della frase di Franca.
L’unica porta che si era aperta.
Quella sera Teresa trovò una piccola ciotola d’acqua davanti al suo ingresso.
Non la misi io.
Fu lei a portarla fuori.
Gigi cominciò a passare qualche minuto sul suo pianerottolo ogni giorno.
Non entrava.
Teresa non lo chiamava.
Si limitavano a stare vicini.
Dopo una settimana vidi la porta socchiusa.
Gigi era seduto sulla soglia.
Teresa lavorava a maglia sulla vecchia sedia di Franca, che aveva comprato insieme all’appartamento.
Quando mi vide, sembrò imbarazzata.
“È entrato da solo.”
“Fa spesso quello che vuole.”
“Non vorrei che pensasse…”
“Che cosa?”
“Che cerco di portarglielo via.”
Guardai Gigi.
Era disteso ai suoi piedi.
“Non credo che una casa debba sempre sostituirne un’altra.”
Teresa accarezzò lentamente la sciarpina verde.
“È stata fatta a mano.”
“Da Franca.”
Teresa rimase in silenzio.
Poi indicò un cestino vicino alla poltrona.
Dentro c’era il pezzo di lana rossa che Franca non aveva finito.
Elena lo aveva lasciato nell’appartamento insieme ad alcune cose.
“Posso completarlo?” chiese Teresa. “Solo la coperta. Non voglio cambiare il lavoro che ha già fatto.”
Sentii un nodo alla gola.
“Credo che a Franca farebbe piacere.”
Teresa terminò la coperta in dieci giorni.
Non cercò di raddrizzare i punti sbagliati.
Non sciolse le parti irregolari.
Continuò dal punto in cui Franca si era fermata.
La metà lavorata da Franca era morbida e imperfetta.
Quella di Teresa era più precisa.
Si vedeva chiaramente dove finiva una mano e cominciava l’altra.
Quando posammo la coperta sulla poltrona, Gigi vi saltò sopra.
Girò su se stesso due volte.
Poi si addormentò.
Metà nella casa di Franca.
Metà nella casa di Teresa.
E completamente al sicuro.
Da quel giorno Gigi ebbe due porte.
La mia, dove trovava quattro ciotole, gli altri gatti e il cuscino con l’odore di Franca.
Quella di Teresa, dove c’era la coperta rossa e una donna che aveva dimenticato quanto fosse bello parlare con qualcuno mentre si lavora a maglia.
All’inizio mi preoccupai.
Una sera Gigi non tornò per cena.
Lo cercai in tutte le stanze, sotto i letti e nel cortile.
Poi bussai a Teresa.
Aprì con Gigi in braccio.
“Mi dispiace. Si è addormentato e non volevo svegliarlo.”
La guardai.
Aveva gli occhi lucidi.
“Non me lo sta portando via.”
“Ne è sicuro?”
“Gigi non sta cambiando casa.”
Accarezzai la sua testa.
“Sta soltanto allargando la sua.”
Teresa sorrise.
Fu la prima volta che la vidi farlo davvero.
Un anno dopo la morte di Franca, Elena venne a trovarci.
Portò biscotti avvolti in un tovagliolo, proprio come faceva sua zia.
Ci sedemmo nel cortile.
C’erano Pietro, Ada, Teresa e alcune persone del palazzo che prima si limitavano a salutarsi da lontano.
Nessuno aveva organizzato una cerimonia.
Nessuno aveva preparato discorsi.
Bevemmo caffè.
Parlammo di Franca.
Ridemmo ricordando il modo in cui controllava tre volte se il cancello fosse chiuso.
Teresa raccontò che Gigi russava.
Pietro sostenne che non russava, ma respirava con carattere.
Gigi dormiva sulla coperta rossa, sulla poltrona vicino alla finestra aperta.
La sciarpina verde era appesa al bracciolo.
Non ne aveva più bisogno perché era una giornata calda.
Ma Teresa la teneva sempre lì.
Elena mi consegnò una busta.
“L’ho trovata tra le ultime carte di zia.”
Dentro c’era un altro foglio scritto da Franca.
La grafia era incerta.
Alcune parole erano quasi illeggibili.
Diceva:
“Non preoccupatevi troppo di chi dovrà tenere Gigi. Lui saprà trovare le persone che hanno ancora spazio, anche quando credono di non averne.”
Lessi la frase due volte.
Poi guardai intorno.
Pietro stava riempiendo la ciotola dell’acqua.
Ada divideva i biscotti.
Teresa sistemava la coperta sotto Gigi.
Elena beveva il caffè nella tazza sbeccata con i fiori azzurri.
Franca aveva ragione.
Nessuno di noi pensava di avere spazio.
Non nelle case.
Non nelle giornate.
Non nelle vite già piene di problemi, ricordi e assenze.
Eppure una quarta ciotola aveva trovato posto.
Una sedia era comparsa davanti al cancello.
Una porta rimaneva socchiusa.
Una coperta iniziata da una donna era stata terminata da un’altra.
Gigi non aveva dimenticato Franca.
Non avrebbe dovuto farlo.
Ogni tanto, soprattutto nelle sere d’inverno, tornava davanti alla vecchia porta.
Si sedeva lì per qualche minuto.
Teresa si sedeva dall’altra parte.
Io restavo nel corridoio.
Nessuno lo chiamava.
Gli lasciavamo il tempo di ricordare.
Poi Gigi si alzava.
Guardava prima Teresa e poi me.
E tornava verso casa.
O forse verso le sue case.
Il biglietto di Franca è ancora nel mio cassetto.
Sul retro, sotto la frase che avevo scritto il primo giorno, ne aggiunsi un’altra:
“Gigi ha due case, quattro ciotole, una coperta rossa e molte persone che gli vogliono bene. La porta è rimasta aperta.”
Per molto tempo ho pensato che la gentilezza fosse qualcosa di grande.
Un gesto capace di cambiare una vita in un solo momento.
Ora so che spesso non è così.
A volte la gentilezza è fermarsi davanti al cancello.
È invitare qualcuno a bere un caffè quando il bucato è ancora nella lavatrice.
È sedersi accanto a un animale che aspetta una persona che non tornerà.
È lasciare che il dolore resti nella stanza senza cercare di mandarlo via.
È finire una coperta iniziata da mani che non ci sono più.
È aggiungere una ciotola, anche quando sembrava che non ci fosse abbastanza spazio.
Franca mi aveva lasciato Gigi.
Ma, senza saperlo, mi aveva lasciato anche tutte le persone che prima non vedevo.
Il signor Pietro con la posta che non arrivava.
Ada con i suoi sacchetti della spazzatura portati fuori sempre alla stessa ora.
Teresa dietro una porta chiusa.
Elena con una scatola di ricordi troppo pesante da portare da sola.
Da allora cerco di non andare via troppo in fretta.
Non sempre ci riesco.
Ci sono ancora giorni pieni.
Ci sono scadenze, telefonate e spese da controllare.
Ma quando qualcuno rimane davanti al cancello anche se la conversazione sembra finita, aspetto qualche minuto in più.
Perché ora conosco la domanda nascosta dietro certe parole.
Non è sempre:
“Come stanno i tuoi gatti?”
A volte è:
“Puoi restare ancora un po’?”
E qualche volta bastano cinque minuti.
Cinque minuti, una porta aperta e una quarta ciotola.
È così che l’amore di Franca ha continuato a vivere.
Non è scomparso.
Ha soltanto cambiato indirizzo.
Poi ne ha trovato un altro.
E un altro ancora.





