Il gatto che salì quattordici gradini e mi insegnò a tornare alla vita

Questa è la continuazione della storia di Milo.

Pensavo che il dolore più grande fosse stato perderlo quella notte.

Mi sbagliavo.

Il dolore vero cominciò la mattina dopo, quando aprii gli occhi e per un istante cercai ancora il suo corpo accanto al mio.

La stanza era fredda.

La coperta conservava una piccola piega nel punto in cui Milo aveva dormito.

La mia mano era ancora chiusa, come se le sue zampe fossero rimaste lì.

Rimasi immobile per molto tempo.

Alzarmi avrebbe significato ammettere che la notte era finita.

E che Milo non avrebbe più aperto gli occhi.

La veterinaria venne a casa poche ore dopo.

Parlò piano, mi lasciò tutto il tempo necessario e avvolse Milo nella coperta che usavo sempre d’inverno.

Prima che lo portasse via, gli sistemai l’orecchio sinistro con due dita.

Era un gesto inutile.

Ma per sedici anni avevo cercato di proteggerlo da tutto quello che poteva fargli male.

Quella mattina non sapevo ancora come smettere.

Dopo che la porta si chiuse, la casa cambiò.

Non diventò semplicemente silenziosa.

Sembrò vuota in un modo che non avevo mai conosciuto.

Sul divano c’era ancora una coperta piena di peli rossi.

Accanto alla porta finestra c’era il punto in cui Milo si fermava a guardare il cortile.

Ai piedi delle scale rimanevano la sua cuccia e la ciotola dell’acqua.

Non riuscii a spostare nulla.

Una mattina presi automaticamente una scatoletta del suo cibo.

La aprii.

Solo quando sentii il rumore del coperchio mi ricordai che non sarebbe arrivato nessuno.

Mi sedetti sul pavimento della cucina con la scatoletta ancora in mano.

Piangevo così forte che mi faceva male il petto.

Con Milo non avevo perso soltanto qualcuno che amavo.

Avevo perso il modo in cui vivevo ogni giornata.

Non c’era più nessuno dietro la porta.

Nessuno che mi seguisse fino in bagno.

Nessuno che mi guardasse male quando restavo sveglio troppo a lungo.

La casa non aveva più un ritmo.

E io nemmeno.

Per settimane andai al lavoro, tornai a casa e accesi la televisione solo per non sentire il silenzio.

Gli amici cercavano di aiutarmi.

Mi dicevano che Milo aveva avuto una vita lunga e felice.

Era vero.

Ma le frasi giuste non rendono il dolore più leggero.

Un sabato decisi finalmente di mettere via alcune delle sue cose.

Presi una scatola e ci misi le medicine rimaste, le spazzole e due giochi rovinati.

Quando sollevai la sua coperta, cadde sul pavimento un piccolo topo di stoffa.

Mancava un orecchio e la coda era quasi staccata.

Glielo avevo comprato nel nostro primo appartamento.

Lo strinsi in mano.

La scatola rimase aperta in soggiorno per altre tre settimane.

Circa due mesi dopo, ricevetti una telefonata dal rifugio dove avevo trovato Milo.

Mi chiamava una donna di nome Elisa.

La veterinaria aveva comunicato la sua morte perché, molti anni prima, il rifugio aveva chiesto di essere informato.

“Volevo solo dirle che ci dispiace”, disse.

La ringraziai.

Stavo per chiudere quando aggiunse una cosa.

“Nella vecchia scheda c’è una nota. Dice che Milo era considerato difficile e che lei fu l’unica persona a cui si avvicinò senza soffiare.”

Non ricordavo quel dettaglio.

“Probabilmente aveva solo paura”, risposi.

Elisa rimase in silenzio per un momento.

“È quello che pensiamo anche noi.”

Dopo la telefonata tirai fuori la foto scattata il giorno dell’adozione.

Avevo ventun anni, una giacca troppo grande e un’espressione nervosa.

Milo era nella gabbietta.

Si vedeva soltanto metà del suo muso.

La settimana seguente tornai al rifugio.

Portai le scatolette rimaste, alcune coperte e una busta con i suoi giochi.

Quando entrai, sentii l’odore di disinfettante, cibo per animali e lettiere pulite.

Era quasi uguale a sedici anni prima.

Elisa aveva poco più di cinquant’anni, capelli corti e mani segnate da piccoli graffi.

Prese le cose che avevo portato e mi offrì un caffè.

Le raccontai dei quattordici gradini.

Lei abbassò lo sguardo sulla tazza.

“È venuto a salutarti”, disse.

Annuii.

Prima che me ne andassi, dal corridoio arrivò un miagolio rauco.

In una stanza separata dagli altri gatti c’era un gatto grigio molto anziano.

Aveva il pelo opaco, un occhio velato e il muso largo.

Mi fissava come se fossi entrato senza permesso in casa sua.

“Quello è Arturo”, disse Elisa.

“Ha tredici anni. Il suo padrone è morto e nessuno ha potuto tenerlo.”

Arturo miagolò di nuovo.

Non sembrava triste.

Sembrava offeso.

“Non ama molto le persone”, aggiunse Elisa.

Per la prima volta dopo settimane, sorrisi.

“Conoscevo un gatto così.”

Mi avvicinai.

Arturo indietreggiò e mi mostrò i denti.

“Va bene”, gli dissi. “Non sono venuto per disturbarti.”

Tornai al rifugio il sabato successivo.

Arturo era nello stesso posto.

Quella volta non mi mostrò i denti.

Si limitò a voltarsi dall’altra parte.

Il sabato dopo tornai ancora.

Cominciai ad aiutare con piccole cose.

Pulivo le ciotole, piegavo le coperte e portavo fuori i sacchi.

Non entravo nella gabbia di Arturo.

Mi sedevo a qualche metro da lui e leggevo il giornale.

All’inizio mi ignorava.

Poi cominciò a guardarmi.

Dopo un mese uscì mentre ero nella stanza.

Camminò lentamente fino alla mia sedia.

Annusò la punta della scarpa.

Poi tornò indietro.

Elisa osservò la scena dalla porta.

“È praticamente una dichiarazione d’amore”, disse.

“Non esageriamo.”

Ma quel giorno tornai a casa con qualcosa che non provavo da tempo.

Non era ancora felicità.

Era il desiderio di avere di nuovo un sabato.

Continuai ad andare.

Ogni volta Arturo fingeva che la mia presenza gli fosse indifferente.

Poi cominciò ad aspettarmi vicino alla porta.

Un pomeriggio mi sedetti sul pavimento.

Arturo si avvicinò, annusò la mia mano e appoggiò il fianco contro il mio ginocchio.

Il gesto durò pochi secondi.

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