Il giorno in cui gli ultras con le facce che fanno paura scortarono in paradiso un poliziotto caduto

Il bambino entrò nel bar di periferia come una piccola tempesta, spingendo con tutte le sue forze la porta a vetri e tenendo stretta in mano una foglio stropicciato.

Camminò dritto verso il nostro tavolo, quello in fondo, dove di solito nessuno osa avvicinarsi. Eravamo in dodici, teste rasate, braccia tatuate, giubbotti scuri con la scritta “Brigata del Ponte”. La gente ci chiamava “gli ultras vecchi”, quelli che anni fa stavano sempre in curva allo stadio e che adesso si ritrovavano lì, la domenica, a ricordare i tempi andati.

Il bambino si fermò davanti a noi, scostò il piatto di patatine con una serietà quasi comica e sbatté il foglio sul tavolo.

Sopra c’era scritto, con lettere tremolanti e storte:
“FUNERALE DI PAPÀ – SERVONO UOMINI CHE FANNO PAURA”.

Le sue dita erano ancora sporche di pennarello blu. Indossava un mantello di Superman al contrario e una camicia bianca troppo grande, infilata nei pantaloni in modo disordinato. Avrà avuto cinque, sei anni al massimo.

Nel bar calò un silenzio strano. La tv sopra il bancone continuava a trasmettere una partita in differita, ma nessuno la guardava più. Tutti fissavano quel bambino minuscolo in mezzo a un cerchio di uomini che, a prima vista, nessuna nonna sana di mente vorrebbe incontrare per strada la sera.

Fu Gabriele, che tutti chiamavano “Orso”, a muoversi per primo. Ex muratore, spalle larghe come un armadio, barba grigia e occhi chiari che avevano visto troppe volanti e troppe notti in commissariato quand’era ragazzo. Allungò lentamente la mano e prese il foglio.

“Chi te l’ha scritto questo, campione?” chiese, con quella voce profonda che di solito serviva per guidare i cori allo stadio.

“L’ho scritto io,” disse il bambino, tirando su col naso ma tenendo il mento alto. “La maestra mi ha insegnato le lettere. La mamma ha detto che non devo chiedervelo, ma lei piange sempre e i bambini cattivi a scuola hanno detto che papà non va in cielo se non ci sono uomini che fanno paura a proteggerlo.”

Si sentì il rumore di una posata che cadeva in fondo al locale. Nessuno parlava più.

Guardai il foglio sopra le mani di Orso. Non era solo una scritta: c’era anche un disegno. Un rettangolo marrone con una croce — doveva essere una bara — circondato da omini con sciarpe e tamburi, alcuni con tatuaggi enormi. Sopra, in un angolo, un cuoricino rosso.

“Dov’è la tua mamma?” chiese ancora Orso, abbassando lo sguardo per essere alla sua altezza.

Il bambino sollevò il braccio e indicò fuori dalla vetrata, verso una vecchia Panda parcheggiata storto. Dentro, sul sedile del passeggero, una giovane donna con il viso fra le mani. Le spalle le tremavano.

“Ha paura di voi,” disse il bambino senza esitare. “Tutti hanno paura di voi. È per questo che ho bisogno di voi.”

Mi venne in mente l’ultima volta che Orso aveva urlato in faccia a un ispettore di polizia davanti allo stadio. Erano volati insulti, spintoni, manganelli. Quel gigante aveva un passato pieno di notti in questura e diffide dallo stadio. Eppure, mentre teneva tra le dita quel foglio di carta da disegno, gli tremavano leggermente le mani.

Sul foglio c’era anche un’altra cosa: una data, l’indomani, e l’indirizzo del Cimitero Nuovo, in periferia.

“Come si chiamava il tuo papà, piccolo?” chiese uno dei nostri, Sandro, con la voce diventata improvvisamente morbida.

“Si chiama,” lo corresse il bambino, con una serietà che mi fece venire un nodo in gola. “Si chiama Luca Ferri. È ancora il mio papà. Era… era un poliziotto. Un uomo cattivo gli ha sparato e non è tornato più.”

La parola “poliziotto” rimase sospesa in aria.

Fra noi c’erano uomini che avevano preso tante botte dalle forze dell’ordine. Gente che aveva passato notti in una cella di sicurezza, che aveva odiato le divise per metà della sua vita. La diffidenza era quasi istintiva. E ora il figlio di un agente ci chiedeva di proteggere suo padre nel suo ultimo viaggio.

Orso si alzò lentamente. La sedia strisciò sul pavimento, facendo sobbalzare il barista.

“Come ti chiami, supereroe?” domandò, piegando leggermente le ginocchia per guardarlo negli occhi.

“Mi chiamo Matteo. Matteo Ferri,” disse il bambino, gonfiando il petto. Il mantello storto gli cadeva su una spalla. “La maestra dice che sono testardo.”

“Testardo e coraggioso,” mormorò Orso. Poi, più forte: “Allora, Matteo Ferri, fai una cosa per me. Torna dalla tua mamma e dille che il tuo papà avrà il corteo più rumoroso, più grande e più ‘pauroso’ che un papà possa avere. Glielo prometto.”

Gli occhi del bambino si spalancarono.

“Davvero? Verranno gli uomini che fanno paura?”

“Matteo,” intervenne Marco, che era sempre stato il più diffidente verso le divise, “tu sai che tuo papà era un poliziotto, vero?”

“Sì,” annuì lui. “Ma prima era il mio papà. Mi portava al parco la domenica. Mi leggeva le storie con le voci buffe. È quello che ha costruito con me il mantello di Superman.” Si girò un istante per mostrare la spilletta che teneva fermo il tessuto. “Ora non può difendersi. E ho bisogno di aiuto.”

Orso inspirò profondamente. Poi guardò Marco dritto negli occhi.

“Era un poliziotto,” disse. “Ma soprattutto era un padre. E questo qui,” accarezzò piano la testa di Matteo, “oggi ha fatto la cosa più coraggiosa che ho visto negli ultimi anni. È entrato in un bar pieno di facce che fanno paura e ha chiesto aiuto. Io non gli dico di no.”

Quello che successe il giorno dopo, al funerale, nessuno di noi lo dimenticherà mai. E, contro ogni aspettativa, finì sui telegiornali di mezzo Paese.


La mattina seguente arrivai al cimitero due ore prima dell’orario della funzione. Pensavo di essere il primo, di avere il tempo di capire come avremmo fatto, di prepararmi a un’ora di imbarazzo fra noi e le divise.

Non ero nemmeno lontanamente il primo.

Il parcheggio davanti al Cimitero Nuovo era già mezzo pieno. Auto vecchie, furgoni, qualcuno era venuto persino in motorino. Sciarpe appese agli specchietti, tamburi nel bagagliaio, striscioni arrotolati.

Non c’erano solo i nostri. C’erano ragazzi che da anni non vedevo allo stadio, uomini che avevano cambiato città ma erano tornati per questo. Altri gruppi di tifosi, tutti con nomi inventati e bandiere diverse, ma lo stesso sguardo: duro fuori, lucido dentro.

“Ma che stai facendo, Orso?” gli chiesi quando lo vidi al centro del parcheggio, che indicava dove lasciare l’auto a uno e dove mettersi in fila a un altro, come un generale sul campo di battaglia.

“Il ragazzino ha chiesto uomini che fanno paura,” disse con una scrollata di spalle. “Gli uomini che fanno paura sono arrivati. Ora bisogna solo metterli in ordine.”

Erano appena le nove e già contavo più di duecento persone. L’orario del funerale era alle dieci. Qualcuno aveva portato fiori, altri solo la propria presenza. Nessuno sembrava lì per fare casino. C’era un silenzio pieno di rispetto.

Poi iniziarono ad arrivare le volanti.

Una, due, tre, quattro. Sirene spente, ma lampeggianti accesi. Gli agenti scesero in divisa, si guardarono intorno, ci guardarono. Era una scena al contrario: di solito noi fuori dallo stadio, loro a bloccare la strada. Qui, noi nel parcheggio del cimitero, loro che arrivavano piano, quasi incerti.

Si sentiva la tensione come quando sta per scoppiare un temporale. Due mondi che per anni avevano camminato su binari paralleli, spesso scontrandosi, ora si ritrovavano faccia a faccia in un luogo dove nessuno poteva urlare troppo.

Un uomo in divisa, sergente a giudicare dalle stellette, si staccò dal gruppo e si avvicinò a noi. Camminava teso, la mano non sulla pistola ma non troppo lontana dalla fondina.

“Che ci fate qui?” chiese, la voce non davvero ostile ma neanche tranquilla.

Orso fece un passo avanti.

“Siamo venuti a portare rispetto,” rispose senza alzare i toni.

“A un collega?” Il sergente aggrottò la fronte. “Da quando la Brigata del Ponte va ai funerali dei poliziotti?”

“Da ieri pomeriggio,” ribatté Orso. “Da quando un bambino di cinque anni è entrato in un bar con un mantello di Superman storto e ci ha chiesto aiuto per suo padre.”

Il sergente aprì la bocca per ribattere, ma in quell’istante una vocina squillante tagliò il silenzio.

“SONO VENUTI GLI UOMINI CHE FANNO PAURA!”

Mi voltai. Matteo correva a tutta velocità lungo il vialetto, la mano della mamma sfuggita a metà strada. Il vestitino nero gli ballava addosso, il mantello rosso ancora una volta al contrario. In testa aveva un cappello di ordinanza troppo grande, che gli scendeva quasi sugli occhi: doveva essere di suo padre.

Si piantò dritto contro le gambe di Orso, stringendole in un abbraccio disperato.

“Siete venuti davvero! Ora papà sarà al sicuro, vero? Nessuno lo toccherà, vero?”

Lo sguardo del sergente cambiò. Tutti gli sguardi cambiarono.

La madre di Matteo, una ragazza sui venticinque anni con il viso scavato e le occhiaie profonde di chi non dorme da notti, ci raggiunse poco dopo, camminando piano.

“Mi dispiace,” cominciò, senza la forza di sollevare del tutto gli occhi. “Gli avevo detto di non disturbarvi. Non so nemmeno come siate venuti a sapere del funerale. Io…”

“Signora,” la interruppe Orso, con una delicatezza che nessuno gli avrebbe mai attribuito vedendolo da lontano, “suo figlio non ha disturbato proprio nessuno. Ha fatto quello che fanno i coraggiosi: ha chiesto aiuto quando ne aveva bisogno.”

Lei inghiottì, guardando le facce tatuate davanti a sé.

“Ma mio marito… Luca… ha fatto molte contravvenzioni, anche allo stadio. Ha scritto rapporti. Ha denunciato qualcuno di voi, forse. Era molto rigido sul rispetto delle regole. Non capisco perché…”

“Perché oggi non siamo qui come ‘quelli della curva’,” intervenne Marco, di solito il più impulsivo. “Siamo qui come padri, zii, fratelli. Oggi il nostro ‘lavoro’ è assicurare a Matteo che suo papà contava. Che la sua vita non è passata inosservata.”

Da dietro le nostre spalle, qualcuno si schiarì la voce. Era l’omino delle pompe funebri, con la cravatta storta e l’aria preoccupata.

“Scusate,” disse con imbarazzo, “ma non possiamo avere così tante persone nel corteo. C’è un’ordinanza del Comune, limitazioni di… insomma, servirebbero permessi particolari, scorte…”

“I permessi li procuro io,” disse all’improvviso il sergente, guardando prima noi e poi la madre del bambino. “Luca era il mio collega. Il mio amico. Se suo figlio vuole uomini che fanno paura a fargli da scorta, glieli daremo. Ma li organizziamo bene.”

Si voltò verso Orso. “Voi vi mettete in fila. Noi chiamiamo la centrale e predisponiamo auto di servizio davanti e dietro. Se si fa, si fa per bene. D’accordo?”

Era la prima volta in vita mia che sentivo un poliziotto dire “d’accordo?” a Orso.

Quella che seguì fu l’ora più surreale che abbia mai vissuto.

Poliziotti e vecchi ultras che parlavano di percorsi, semafori, incroci. Un agente che mostrava a Sandro una mappa del tragitto, Sandro che gli spiegava quali strade evitare perché troppo strette per tutti. Gente che fino a pochi anni prima si guardava in cagnesco a ogni partita, ora a discutere come far sì che tutto si svolgesse con rispetto.

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