Il mese che saltai l’affitto e cambiai due vite sotto lo stesso tetto

Pensavo che quella storia fosse finita con un affitto saltato. Invece era appena cominciata.

Per qualche settimana, dopo quel mese, tra me e Giulia non cambiò quasi niente.

Sempre buongiorno sulle scale. Sempre buonasera davanti al portone. Sempre quella distanza educata che avevamo tenuto fin dall’inizio.

Solo che adesso, ogni tanto, quando apriva la porta, vedevo un dettaglio nuovo.

Una copertina pulita stesa bene sul lettino.

Un sacchetto della spesa appoggiato sulla sedia.

Una pianta piccola sul davanzale, una di quelle robuste che non chiedono molto.

Non era una trasformazione improvvisa.

Era una casa che, piano piano, smetteva di sembrare in ritirata.

Anche il bambino era cambiato.

Tommaso piangeva meno. O forse piangeva uguale e io ci facevo meno caso. A volte, quando rientravo, sentivo la sua vocina dal piano di sotto. Non più quel pianto tirato dei primi giorni. Più un lamento breve, o quei suoni confusi dei neonati che ancora non parlano ma provano lo stesso a dire qualcosa.

Una mattina del mese dopo, Giulia bussò da me con una ciambella fatta in casa.

«Non è per pagarla», disse subito, prima ancora che io aprissi bene la porta. «È solo… perché mi andava.»

L’ho guardata. Poi ho guardato il piatto.

«Se mi dici così,» le ho risposto, «mi fai venire voglia di non accettarla.»

Per la prima volta l’ho vista sorridere davvero. Non per educazione. Non per tenere insieme la faccia. Un sorriso vero, piccolo, ma vero.

«Allora facciamo che gliela lascio qui e lei decide da solo.»

Ho preso il piatto.

«Va bene. Ma niente altri discorsi.»

Lei ha annuito.

«Niente altri discorsi.»

Naturalmente i discorsi, col tempo, sono arrivati lo stesso.

Non tanti. Non lunghi. Ma sono arrivati.

Ho scoperto che Giulia non era di quella cittadina. Era venuta lì qualche anno prima per stare vicino a una zia, poi la zia era mancata e lei era rimasta. Lavorava dove capitava, turni spezzati, contratti corti, cose che ti tengono sempre sul bordo e mai davvero al sicuro.

Del padre del bambino non parlava quasi mai.

E io non glielo chiedevo.

A una certa età si capisce che ci sono silenzi che non vanno forzati. Non perché non contino. Ma proprio perché contano troppo.

Una domenica mattina la incontrai in cortile.

Aveva Tommaso nel passeggino e stava cercando di piegare una copertina con una mano sola. Il bambino si agitava, lei teneva il manico del passeggino con il fianco e la copertina le cadeva sempre a terra.

Mi sono avvicinato senza pensarci troppo.

«Dammi qua.»

Lei ha lasciato andare la copertina e io gliel’ho piegata in due secondi. Non era una grande impresa, ma lei mi guardò come se le avessi risolto la giornata.

«Sa che lui la riconosce?» mi disse.

«Chi?»

«Lei. La sua voce.»

«Macché.»

«Davvero. Quando la sente sulle scale, gira la testa.»

Ho guardato Tommaso.

Lui, in quel preciso momento, aveva la faccia seria di uno che sta studiando un essere umano complicato.

«Allora ha già capito male le persone», ho detto.

Giulia rise.

E anche io, per poco, ci andai vicino.

I mesi passarono così.

Lenti, ma non immobili.

Arrivò la primavera e il freddo cominciò a mollare la presa sugli infissi. In casa mia si sentiva meno quel vento sottile che entrava da dove non doveva entrare. Aprivo le finestre la mattina e, per la prima volta dopo tanto, non mi sembrava di far entrare solo polvere e rumore.

Dal piano di sotto, ogni tanto, sentivo Giulia cantare al bambino.

Non sapeva cantare bene.

Ma non era quello il punto.

A volte, rientrando con la spesa, le lasciavo davanti alla porta due arance o un po’ di brodo che avevo fatto troppo abbondante. Lei ricambiava con una fetta di torta, o con un piatto di passatelli quando glieli aveva portati sua madre.

Non ci siamo mai detti che stavamo facendo compagnia l’uno all’altra.

Sarebbe stato troppo diretto.

E noi non eravamo persone dirette.

Però era quello.

Io, per esempio, cominciai ad ascoltare i rumori del piano di sotto non con fastidio, ma con sollievo. Il passeggino trascinato per un attimo sul pianerottolo. La porta che si apriva. Il bambino che batteva qualcosa contro il seggiolone. Persino il pianto, ogni tanto.

Facevano casa.

E io non me ne ero accorto, ma da anni vivevo in stanze molto ordinate e molto silenziose.

Troppo.

Poi, a fine aprile, successe una cosa sciocca.

Sciocca, ma abbastanza per farmi capire che l’età passa anche se fai finta di niente.

Stavo scendendo in cantina con una scatola di vecchi piatti che volevo spostare. La scala era quella di sempre: stretta, ripida, con il corrimano che ballava appena se ci mettevi troppo peso. Ci passavo da una vita.

Solo che quel giorno ho appoggiato male il piede.

Non sono volato giù. Non è stata una tragedia. Però ho preso uno scalino storto, la caviglia mi ha ceduto e io mi sono seduto di colpo, male, battendo anche il fianco contro il muro.

Sono rimasto lì fermo per un momento, con i piatti che tintinnavano nella scatola e un dolore netto che saliva dalla gamba.

Avevo il telefono sopra, sul tavolo della cucina.

Ho provato ad alzarmi e non ci sono riuscito.

Non so quanto tempo passò. Forse pochi minuti. A me sembrarono molti di più. Poi sentii la porta del portone e la voce di Giulia.

«Buongiorno?»

Ho risposto più forte che potevo.

«Sono qui sotto.»

Lei arrivò in cima alle scale della cantina con Tommaso in braccio e una busta della spesa nell’altra mano. Quando mi vide, sbiancò.

«Si è fatto male?»

«Solo una storta.»

«Solo una storta» lo dicono tutti quando stanno male,» rispose.

Scese piano, appoggiò la spesa per terra e mi guardò con quella faccia pratica che hanno certe donne quando capiscono che è inutile sprecare parole.

«Prima la tiriamo su. Poi decide lei se continuare a fare il duro.»

«Non faccio il duro.»

«No, infatti. Si vede.»

Riuscii quasi a ridere, ma il dolore me lo impedì.

Lei mi aiutò a rimettermi in piedi senza scenate, senza agitazione. Mi passò un braccio dietro la schiena, io mi appoggiai al corrimano e, a piccoli passi, arrivammo fino al mio appartamento.

Tommaso, durante tutta l’operazione, ci osservò serio dal suo braccio libero come un piccolo capocantiere.

Una volta in cucina, Giulia mi fece sedere. Mise il bambino nel passeggino, aprì il freezer, trovò il ghiaccio, prese uno strofinaccio pulito e me lo passò sulla caviglia.

Sembrava sapere esattamente dove mettere le mani.

«Hai già fatto l’infermiera?» le chiesi.

«No. Ho solo avuto una madre che diceva sempre che prima si sistema il problema e poi si parla.»

Restò da me quasi un’ora.

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