Il miliardario entrò travestito nel suo negozio, poi sentì piangere una dipendente dietro una porta chiusa

Anna rimase immobile.

«Ho appena finito un turno di dieci ore.»

«Il sistema ne registra otto.»

«Non dormo da ieri.»

«Allora vai a casa e dormi più in fretta.»

Si rivolse a Giacomo.

«Tu invece potresti avere un futuro qui. Continua a non immischiarti.»

Giacomo annuì.

Ma dentro di sé aveva già deciso.

Quel pomeriggio sarebbe crollata la facciata.

Non dormì.

Tornò in albergo, ordinò le prove e chiamò la direttrice del personale, l’ufficio legale e il responsabile dei controlli interni.

Non spiegò tutto per telefono.

Disse soltanto:

«Alle tredici e trenta vi voglio nel punto vendita. Entrate dall’accesso posteriore. Nessuno deve avvisare il direttore.»

Fece controllare il codice di Luca Valenti.

Apparteneva davvero a un cugino di Riccardo.

Secondo i registri, lavorava cinquanta ore settimanali.

Secondo le telecamere, non era mai entrato nel negozio.

Le ore sottratte ai dipendenti confluivano sul suo stipendio.

Il denaro veniva poi spostato su un conto collegato al direttore.

Giacomo chiuse il computer.

Per anni aveva creduto che una grande azienda potesse essere guidata attraverso i numeri.

Ora capiva che i numeri, da soli, potevano diventare tende tirate davanti alle finestre.

Nascondevano tutto.

Anche il dolore.

Alle tredici e quarantacinque tornò nel negozio come Franco Berti.

Anna era nella sala del personale.

Cercava di mangiare un panino avvolto nella carta.

Ne aveva dato metà a una collega più giovane.

«Non ha fame?» domandò Giacomo.

«Sì.»

«Allora perché lo divide?»

Anna indicò la ragazza.

«Ha due bambini e oggi non aveva portato niente.»

Anche stremata, trovava ancora qualcosa da dare.

Giacomo pensò a quanti dirigenti, con stipendi enormi, non riuscivano a cedere neppure un briciolo del proprio potere.

«Chiara come sta?»

«L’ospedale ha chiamato. L’intervento è stato anticipato a lunedì.»

«Partirete domenica?»

Anna scosse la testa.

«Riccardo mi ha messo di turno.»

«E lei che farà?»

«Non lo so.»

Lo disse senza piangere.

Era peggio.

Era il tono di una persona arrivata oltre le lacrime.

Alle quattordici, Riccardo radunò quindici dipendenti vicino al banco informazioni.

Anna.

Davide.

Samira.

Teresa, con il pancione ormai evidente.

Due magazzinieri.

Alcuni ragazzi con contratti brevi.

Riccardo teneva una cartellina spessa tra le mani.

«Da oggi cambiano le procedure d’inventario.»

Camminò davanti al gruppo.

«Ogni differenza verrà addebitata al dipendente responsabile. Merce smarrita, prodotti danneggiati, errori di conteggio. Tutto verrà sottratto dalla retribuzione.»

I lavoratori si scambiarono occhiate.

«So che a qualcuno sembrerà ingiusto,» continuò. «Ma forse, se certe persone pensassero di più al lavoro e meno ai propri problemi familiari, non saremmo arrivati a questo punto.»

Guardò Anna.

Fu allora che Giacomo uscì dal fondo del gruppo.

«In effetti c’è qualcosa di ingiusto.»

Riccardo strinse gli occhi.

«Berti, nessuno ti ha chiesto di parlare.»

«È vero. Qui dentro, da molto tempo, parla soltanto lei.»

Estrasse il telefono.

La registrazione cominciò.

La voce di Riccardo riempì il reparto.

“La De Luca è scesa a dodici ore. Quella incinta l’ho messa sui carichi. Entro un mese se ne va da sola.”

Teresa si portò una mano alla bocca.

Davide lasciò cadere la penna.

Poi arrivò la confessione sulle ore intestate al cugino.

Le valutazioni false.

Le minacce.

Infine, la frase su Anna.

“Potrei darle zero ore e tornerebbe comunque a supplicare.”

Anna rimase immobile.

Sembrava che quelle parole le avessero tolto il respiro.

Riccardo diventò pallido.

«Spegni subito.»

Giacomo lasciò continuare la registrazione.

«Ti ho detto di spegnerla!»

«Perché? Non era lei quello orgoglioso dei propri risultati?»

Riccardo gli si avvicinò.

«Sei licenziato.»

Giacomo si tolse lentamente il berretto.

«Non può licenziarmi.»

«Posso fare quello che voglio in questo negozio.»

«È proprio ciò che ha creduto.»

Tirò fuori il tesserino ufficiale.

La fotografia era la sua.

Sotto c’era scritto:

“Giacomo Ferri — Presidente e fondatore.”

Il silenzio si fece assoluto.

Persino alcuni clienti si fermarono a distanza.

Riccardo guardò prima il tesserino, poi il volto di Giacomo.

«È uno scherzo.»

«No.»

La voce di Giacomo era calma.

«Mi chiamo Giacomo Ferri. Questo negozio appartiene al gruppo che ho fondato.»

Anna sussultò.

Davide fece un passo indietro.

Riccardo aprì la bocca, ma non uscì alcuna parola.

«Sono entrato qui per capire perché un punto vendita con valutazioni perfette perdesse così tanti dipendenti,» continuò Giacomo. «Ho trovato la risposta.»

Dal corridoio arrivarono quattro persone.

La direttrice del personale.

Un consulente legale.

Due responsabili della sicurezza.

«Riccardo Valenti, il suo rapporto di lavoro termina oggi. Le prove relative alle ore sottratte, alle false registrazioni e agli stipendi intestati a dipendenti inesistenti verranno consegnate alle autorità competenti.»

Riccardo ritrovò la voce.

«Non potete umiliarmi davanti a tutti.»

Giacomo lo guardò.

«Lei ha umiliato queste persone davanti a tutti per anni.»

«Sono accuse inventate!»

«Abbiamo i registri informatici, i movimenti bancari e le sue registrazioni.»

Riccardo indicò i lavoratori.

«Sono loro il problema. Sono pigri. Inaffidabili. Senza di me questo posto crolla.»

Anna sollevò lentamente la testa.

Per la prima volta guardò il direttore negli occhi.

«Questo posto funzionava nonostante lei.»

Riccardo la fissò.

Poi vide che nessuno abbassava più lo sguardo.

Il potere che aveva costruito sulla paura si svuotò in pochi secondi.

I responsabili della sicurezza lo accompagnarono fuori.

Attraversò le corsie dove aveva gridato contro Anna.

Passò davanti alle casse dove aveva minacciato Samira.

Davanti al magazzino dove aveva costretto Teresa a sollevare scatoloni.

Quando le porte si chiusero alle sue spalle, nessuno applaudì.

Erano troppo stanchi.

Troppo increduli.

Giacomo si voltò verso i dipendenti.

Quindici persone lo guardavano in silenzio.

Nei loro volti non c’era gratitudine.

C’era paura.

Davide fu il primo a parlare.

«Adesso licenzierete anche noi?»

La domanda colpì Giacomo più di un pugno.

Perfino dopo la caduta di Riccardo, quelle persone si aspettavano una punizione.

«No.»

«Per aver parlato con lei?»

«Nessuno verrà punito.»

Anna fece un passo avanti.

«Lei sapeva?»

Giacomo sentì il peso di quella domanda.

«No.»

Anna abbassò gli occhi.

«Forse è ancora peggio.»

Lui annuì.

«Ha ragione.»

Si tolse la giacca da lavoro.

«Non sapevo perché non ho guardato. Ho preferito credere ai rapporti che mi facevano fare bella figura. Ho parlato di valori, famiglia e rispetto senza controllare cosa succedeva davvero.»

Guardò ciascun dipendente.

«Riccardo ha commesso queste azioni. Ma il sistema che gli ha permesso di farlo è anche responsabilità mia.»

Nessuno rispose.

«Non vi chiedo di ringraziarmi. Vi chiedo la possibilità di rimediare.»

La sala del personale fu trasformata in un ufficio provvisorio.

Vennero portati computer, documenti e registri delle presenze.

Uno alla volta, i lavoratori raccontarono ciò che avevano subito.

Samira aveva lavorato centinaia di ore dopo la timbratura.

Davide era stato minacciato perché aveva chiesto un giorno per accompagnare la moglie a una visita oncologica.

Teresa aveva nascosto la gravidanza per settimane, temendo di perdere i turni.

Un ragazzo di vent’anni aveva dormito due notti in automobile perché Riccardo gli aveva cambiato orario senza preavviso e non poteva tornare a casa.

Quando arrivò il turno di Anna, la direttrice del personale consultò i dati.

«Lei risulta assunta in modo discontinuo.»

Anna annuì.

«Ma le registrazioni reali mostrano una presenza stabile per oltre tre anni.»

Le dita della responsabile scorsero sullo schermo.

«Le sono state sottratte più di mille ore tra straordinari, maggiorazioni e turni cancellati.»

Anna impallidì.

«Quanto significa?»

La donna le mostrò il calcolo.

Quasi ventiduemila euro.

Anna fissò la cifra.

«Dev’esserci un errore.»

«L’errore è durato tre anni.»

«E il contratto?»

«Verrà regolarizzato con decorrenza corretta. Avrà i permessi necessari per assistere sua figlia e la retribuzione prevista.»

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