Un uomo di circa sessantacinque anni si alzò da un altro tavolo.
Aveva le mani che tremavano.
«Ho messo in Nexoria i risparmi della pensione. L’ho fatto dopo averla sentita in televisione.»
Ettore lo guardò appena.
«I mercati comportano rischi.»
«Ma lei vendeva mentre diceva a noi di comprare?»
«Questa donna sta mentendo.»
«Io sto leggendo.»
La differenza cadde nella sala come un piatto rotto.
Ettore capì che stava perdendo il controllo.
Si voltò verso lo schermo.
«Guardate il titolo. È stabile. Il mercato ha già risposto.»
Il prezzo era ancora lì.
Centquarantadue euro.
Verde.
Ettore allargò le braccia.
«Ecco la realtà. Non i racconti di una cameriera.»
Si avvicinò a Irene.
«Ho guadagnato più soldi prima di colazione di quanti tu ne vedrai in tutta la vita. Ho costruito un impero. Ho cenato con ministri, banchieri, eredi.»
Abbassò la voce.
«Tu riempi bicchieri. Questo è il tuo posto.»
Irene non arretrò.
«Ha finito?»
«Come osi?»
«Le chiedo se ha finito. Perché manca la parte più importante.»
In quel momento, tutti i telefoni della sala vibrarono insieme.
Un suono breve.
Poi un altro.
Poi decine.
Il gestore con venti milioni investiti guardò lo schermo del cellulare.
Il sangue gli sparì dal volto.
«No.»
Sul grande televisore apparve una fascia rossa.
“Indagine formale su Nexoria Sistemi. Contrattazioni sospese.”
La voce del conduttore riempì il ristorante.
L’autorità di vigilanza aveva avviato un’indagine per sospetta frode contabile e manipolazione del mercato.
Il prezzo restò congelato.
Centquarantadue euro.
Ma tutti capirono che, alla riapertura, non sarebbe più stato quello.
Il gestore fece cadere la sedia.
«Sono rovinato.»
Ettore aprì la bocca.
«È una coincidenza.»
Irene inclinò appena il capo.
«Le avevo detto di vendere prima di martedì. Oggi è sabato. Aveva tre giorni.»
Marta tornò al tavolo.
Il suo viso era duro.
«Ho appena parlato con il consiglio del mio fondo. Ritiriamo ogni investimento dal gruppo Valdieri.»
«Marta, aspetta.»
«No.»
«Possiamo sistemare.»
«Non tutto si sistema con una telefonata.»
Attorno a loro cominciò il caos.
Clienti al telefono.
Consulenti richiamati.
Ordini di vendita.
Domande urlate.
Una donna accusò Ettore di averle fatto comprare duecentomila azioni.
Un uomo parlava di clienti anziani.
Un altro chiedeva un avvocato.
Cinque minuti prima tutti ridevano con Ettore.
Adesso nessuno voleva stargli vicino.
Lorenzo, suo figlio, lo chiamò.
Il telefono vibrò sul tavolo.
Ettore guardò il nome.
Non rispose.
La bella figura si stava sbriciolando in diretta.
Irene rimase ferma.
«La nostra scommessa.»
Ettore la fissò con odio.
«Non avrai un centesimo.»
«Non li voglio per me.»
«Fammi causa.»
«Non servirà.»
Ettore afferrò la giacca.
«Questo non è finito.»
«No», disse Irene. «Infatti manca il motivo per cui io la conosco così bene.»
Lui si bloccò.
Il brusio calò.
Irene prese dal quaderno una fotografia piegata.
Mostrava un piccolo capannone, una ventina di dipendenti e un uomo sorridente con una targa tra le mani.
«Ferraro Presidi Sanitari. Provincia di Monza. La ricorda?»
Ettore guardò la foto.
Per la prima volta, esitò.
«Ho concluso centinaia di operazioni.»
«Nel 2018 il suo gruppo comprò questa azienda. La caricò di debiti, incassò consulenze e la lasciò fallire.»
Irene parlava piano.
«Centosessanta persone persero il lavoro. Molti persero anche la previdenza integrativa.»
Ettore abbassò gli occhi.
«Era un’azienda già debole.»
«Il fondatore era mio zio, Tommaso Ferraro.»
La sala diventò immobile.
«Lottò in tribunale. Perse tutto. Sei mesi dopo morì d’infarto a cinquantacinque anni.»
Irene indicò la donna nella fotografia, accanto a Tommaso.
«Quella è mia madre, Rosa. Aveva investito i risparmi di trent’anni di lavoro nell’azienda del fratello.»
Ettore fece un passo indietro.
«Io non potevo sapere.»
«Questo è il punto.»
La voce di Irene si spezzò appena, ma non cedette.
«Lei non sa mai.»
Fece un passo verso di lui.
«Non sa i nomi.»
Un altro passo.
«Non sa chi torna a casa e deve dire alla moglie che non c’è più lo stipendio.»
Ancora un passo.
«Non sa chi vende l’oro della comunione per pagare l’affitto.»
La sala ascoltava.
«Mia madre ebbe un ictus sei mesi dopo la morte di suo fratello. I medici parlarono di stress. Io lasciai il lavoro per assisterla.»
Irene guardò il grembiule.
«Da tre anni la lavo, la nutro, la accompagno a fare tre passi al giorno.»
Poi alzò gli occhi.
«E da due anni le servo lo spumante ogni sabato.»
Il volto di Ettore diventò grigio.
«Non ti avevo mai vista.»
Irene sorrise senza gioia.
«Esatto.»
Marta si portò una mano alla bocca.
Guido Bernardi abbassò lo sguardo.
Perfino i camerieri, abituati a ingoiare tutto, avevano gli occhi lucidi.
«Lei voleva una lezione sul denaro», disse Irene.
Posò la banconota da cento euro sul tavolo.
«Prima lezione: ogni cifra ha un cognome.»
Ettore ritrovò un filo di voce.
«Mi hai incastrato.»
«Lei ha frodato gli investitori. Io ho preso appunti.»
Da un tavolo vicino si alzò una donna con un taccuino e un telefono acceso.
«Sara Conti, giornalista.»
Ettore la riconobbe.
Il suo viso crollò.
Sara avanzò.
«Indago sul gruppo Valdieri da diciotto mesi. Irene mi ha contattata un mese fa. Ho verificato ogni documento.»
Sollevò il telefono.
«L’articolo uscirà domani mattina. La notizia dell’indagine è appena diventata pubblica. Questa conversazione sarà l’apertura.»
Ettore indicò Irene.
«Hai organizzato tutto.»
«Lei aveva organizzato una truffa», rispose Irene. «Io ho organizzato la verità.»
Gli amici cominciarono a sparire.
Il collaboratore della donna influente uscì senza salutare.
L’imprenditore che cercava finanziamenti cancellò l’appuntamento con un messaggio.
I due gestori lasciarono il tavolo separatamente, come se non si conoscessero.
Marta si fermò davanti a Ettore.
«Ho difeso la tua aggressività per anni. Dicevo che eri duro, non disonesto.»
Guardò Irene.
«Ma distruggere una famiglia e poi umiliarne la figlia mentre ti serve da bere non è finanza. È vigliaccheria.»
Se ne andò.
Ettore restò solo.
Non del tutto solo, in realtà.
C’erano ancora sessanta persone a guardarlo.
Ma per un uomo come lui era peggio.
«Sapete chi sono?» urlò.
Nessuno rispose.
Irene slacciò il grembiule.
Lo piegò con cura.
Lo appoggiò su una sedia.
Ettore la fissò.
«Non puoi farmi questo.»
«Non gliel’ho fatto io.»
Irene si voltò verso l’uscita.
Poi si fermò.
«Ah, signor Valdieri.»
Lui alzò lo sguardo.
«Domenica, quando si siederà a tavola con la sua famiglia per fare la solita fotografia perfetta, provi almeno a dire la verità.»
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