Il mio primo tatuaggio: l’ultimo selfie con mia figlia prima dell’addio

Mi sedetti sul pavimento.

Non urlai.

Non caddi.

Non feci niente di teatrale.

Presi il quaderno sulle ginocchia e pianse una parte di me che era rimasta dura fino a quel momento. Perché in quelle righe c’era tutto. La sua ironia. La sua fame di vita. Il suo modo di pensare a me anche mentre la vita le stava scappando di mano.

La frase sulle foto mi restò addosso.

Stampare le foto vere, non lasciarle nel telefono.

Il lunedì successivo tornai nel piccolo negozio dove facevano stampe e cornici. Ci andavo anni prima per le foto di famiglia, poi avevamo smesso tutti, come se il digitale ci avesse convinti che ricordare bastasse tenerlo in tasca.

Portai una chiavetta con una selezione di immagini.

La ragazza al banco le guardò senza fretta. Mi chiese se volevo un formato uguale per tutte o misto. Le dissi che non lo sapevo. Mi sentivo sciocca a non sapere una cosa così semplice. Lei sorrise e mi aiutò a decidere.

Quando tornai a prenderle, mi tremavano le mani quasi come il giorno del tatuaggio.

Le aprii a casa, una a una.

Giulia col cappotto troppo grande.

Giulia sul divano con una coperta fino al naso.

Giulia che fa una faccia orribile dietro alle candeline.

Giulia che mi fotografa riflessa in una vetrina.

Giulia che non guarda l’obiettivo perché sta ridendo davvero.

Le disposi sul tavolo, poi sulla credenza, poi sul pavimento del salotto.

Mi resi conto che non volevo chiuderle in un cassetto.

Ma neanche trasformare la casa in un mausoleo.

Allora feci una cosa piccola, quasi ridicola per quanto era semplice.

Presi tre fotografie.

Una di lei da bambina, con il labbro sporco di gelato.

Una di lei a diciassette anni, seduta sul pavimento della cucina.

E l’ultimo selfie.

Le misi in tre cornici leggere e le appoggiai sulla libreria del soggiorno. Non al centro. Non come un altare. In mezzo ai libri, alla lampada, alla piantina mezza secca che continuavo a dimenticarmi di annaffiare.

In mezzo alla vita.

Quella sera, per la prima volta dopo mesi, mangiai seduta al tavolo senza tenere il telefono in mano e senza guardare il vuoto. Ogni tanto alzavo gli occhi e le vedevo lì. Non come una sentenza.

Come una presenza.

Passarono alcune settimane.

Il tatuaggio guarì.

La pelle smise di tirare.

Il braccio divenne di nuovo mio, ma in un modo diverso da prima.

Una domenica, mentre sistemavo i vasi sul balcone, la figlia adolescente della signora del piano di sopra venne a restituire una ciotola. Avrà avuto sedici, diciassette anni. Vide il tatuaggio e rimase ferma.

“È bellissimo”, disse.

Io abbassai gli occhi. “È mia figlia.”

La ragazza esitò. Poi domandò: “Posso chiedere come si chiamava?”

Come si chiamava.

Non “cos’aveva”.

Non “da quanto”.

Non “come è successo”.

Come si chiamava.

“Giulia”, risposi.

Lei annuì, come se quel nome andasse accolto bene. “Allora adesso so chi è”, disse.

Parlammo pochi minuti. Mi raccontò che anche sua madre fotografava tutto e che lei la prendeva in giro. Le dissi di lasciarglielo fare. Le dissi che un giorno quelle immagini le sarebbero sembrate meno inutili di quanto credeva.

Quando se ne andò, restai sul balcone a lungo.

Mi accorsi che non avevo più paura del fatto che gli altri vedessero il tatuaggio. Avevo avuto paura del contrario: che nessuno vedesse più mia figlia. Che diventasse una cosa da nominare a bassa voce. Un dolore da spostare di stanza quando arrivano ospiti.

Invece no.

Piano piano, Giulia stava tornando a stare nel mondo nel solo modo possibile adesso: attraverso chi la ricordava. Attraverso chi la guardava. Attraverso me, sì, ma non solo attraverso me.

All’inizio di ottobre feci una cosa che rimandavo da troppo.

Andai al mare.

Non nel posto dei limoni che lei aveva scritto sul quaderno. Non me la sentivo ancora. Ma andai al mare lo stesso, in un pomeriggio feriale, quando la spiaggia era quasi vuota e l’aria aveva già quel freddo leggero che punge le mani.

Mi sedetti su una panchina con una sciarpa troppo sottile e un thermos di tè.

Guardai l’acqua per non so quanto. Poi tirai fuori dal borsone il quaderno blu e una delle stampe del selfie. Restai lì, con tutte e due le cose sulle ginocchia, mentre il vento mi spostava i capelli in faccia e la sabbia correva a strisce basse sul cemento.

Pensai a quello che avevo perso.

Pensai a quello che non sarebbe tornato.

Pensai anche a quello che, nonostante tutto, restava.

Il suo nome.

Le sue foto.

Le sue frasi.

Il modo in cui mi aveva insegnato, senza volerlo, che amare qualcuno significa anche continuare a guardarlo quando non c’è più.

A un certo punto, senza pensarci troppo, presi il telefono e mi feci una foto.

Io da sola.

Il mare dietro.

I capelli scompigliati.

Le occhiaie leggere che non se ne sono mai andate davvero.

E il tatuaggio ben visibile sul braccio.

Non era una bella foto.

Era vera.

La guardai e, per la prima volta, non distolsi gli occhi. Non perché stessi bene. Non del tutto. Ma perché non stavo più cercando di cancellare dal mio viso tutto quello che era successo.

Mandai quella foto alla signora del piano di sopra, che ormai ogni tanto mi scriveva per chiedermi se avevo bisogno di qualcosa. Sotto scrissi solo:

“Oggi sono andata al mare. Anche per lei.”

Lei mi rispose quasi subito.

“Si vede.”

Tornai a casa che era già buio.

Aprii le finestre. Misi a bollire l’acqua per la pasta. Passai davanti alla libreria e mi fermai un secondo davanti alle cornici. Appoggiai due dita sul bordo di quella con l’ultimo selfie, come si saluta qualcuno entrando in una stanza.

“Ci siamo ancora”, dissi piano.

Non so se lo dissi a lei o a me.

Forse a tutte e due.

La verità è che il dolore non è finito quel giorno.

Non è finito nemmeno adesso.

Ci sono mattine in cui il suo cardigan sulla sedia mi piega ancora le ginocchia. Ci sono canzoni che cambio dopo tre secondi. Ci sono compleanni, odori, date, voci che fanno male come il primo giorno.

Però adesso so una cosa che allora non sapevo.

L’amore non resta fermo nel punto esatto in cui la morte lo colpisce.

Si muove.

Cambia forma.

Trova altri modi per stare.

A volte è un tatuaggio su un braccio.

A volte è una foto stampata accanto a una pianta mezza secca.

A volte è il nome di tua figlia pronunciato da una sconosciuta dietro un banco del pane.

A volte è una giornata di ottobre davanti al mare, con il vento addosso e abbastanza fiato per restare seduta senza scappare.

Io il mio primo tatuaggio l’ho fatto per paura di dimenticare.

Adesso, quando lo guardo, capisco che non serve solo a ricordare il suo viso.

Serve a ricordarmi che Giulia c’è stata.

Che è stata amata.

Che ha amato.

Che ha lasciato luce anche nei posti più normali: una cucina, un pianerottolo, una panetteria, il bordo di una tazza.

E che io, anche con questo dolore addosso, posso ancora vivere senza tradirla.

Non meglio.

Non come prima.

Ma con lei dentro, in un modo che nessuna malattia ha potuto portarmi via.

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