Tre giorni dopo quella processione nella neve, il campanello del Bar della Piazza trillò di nuovo. Questa volta non ci fu silenzio strano: ci fu un respiro trattenuto, come se tutti aspettassero lo stesso segnale. E sullo zerbino, con il muso umido e gli occhi lucidi, c’era ancora lui: Briciola.
Aveva la tasca di jeans addosso, un po’ più asciutta, un po’ più rigida ai bordi. E sotto la pettorina, come un tesoro nascosto, spuntava un angolo di cartoncino. Sembrava dire: non ho finito.
«Ehi, postino…» sussurrai io, Giulia, mentre mi asciugavo le mani nel grembiule. «Sei tornato a fare il giro?»
Briciola non abbaiò. Si avvicinò al bancone e mi spinse il petto contro la gamba, piano ma deciso, come aveva fatto l’altra volta. Io mi chinai e infilai due dita nella tasca, con la stessa cura con cui si tocca una cosa fragile.
Il bigliettino era più pulito del precedente, ma la grafia restava tremante. Eppure c’era dentro una forza che mi fece stringere la gola, perché certe persone, quando stanno male, riescono comunque a pensare agli altri prima che a sé.
“Cari miei,
vi sento ancora addosso, come il calore di una sciarpa. Ho pianto tanto, sì, ma non mi vergogno: era tempo che qualcuno mi vedesse davvero. Oggi mi hanno aiutata ad alzarmi un po’, e ho chiesto una cosa: non lasciate fermo Briciola. Se lui si ferma, mi spavento. Il suo passo mi ricorda che il mondo continua e che io ci sono ancora.
Teresa.”
Alzai gli occhi. Il signor Aldo era già lì, col giornale aperto ma finalmente vivo. Farida si era fermata sulla porta, con il cappuccio ancora su, come se fosse venuta solo “a prendere un tè”, ma in realtà veniva a controllare che la storia non si spegnesse.
«Hai sentito?» dissi, e la voce mi uscì più morbida del caffè caldo. «Dice di non fermarlo.»
Aldo annuì piano. Poi fece una cosa che non gli avevo mai visto fare: si tolse il guanto, prese una penna e scrisse su un foglio bianco, con la concentrazione di un ragazzo.
«Se è un lavoro,» borbottò, «allora si fa sul serio. Serve un turno.»
Farida entrò, si tolse la neve dalle spalle e si avvicinò. «Un turno per cosa?»
«Per Teresa,» disse Aldo. «E per Briciola. Uno passa a vedere come sta, uno porta un tè, uno controlla il termosifone, uno… basta che non sia sempre la stessa persona. E basta che non sia mai nessuno.»
Il ragazzo delle consegne arrivò cinque minuti dopo, con le guance rosse e le dita che sembravano di ghiaccio. Posò il casco sullo sgabello e guardò Briciola come si guarda un collega più serio di te.
«Allora,» disse, «che si fa oggi?»
Io presi un blocchetto che usavamo per segnare le ordinazioni, lo girai al contrario e cominciai a scrivere nomi e giorni. Sembrava una sciocchezza, una lista da bar, ma a volte le cose importanti iniziano così, su carta povera.
«Niente eroismi,» dissi io, fissando Aldo prima che gli venisse in mente di fare il capo di tutto. «Si fa quello che si può. E si dice la verità: se uno non ce la fa quel giorno, lo dice.»
Farida sorrise con gli occhi. «Questo sì che è rispetto.»
Briciola, nel frattempo, aveva ricevuto la sua ciotolina. Mangió piano, come sempre, e poi si sedette vicino al termosifone del bar, la testa leggermente inclinata. Sembrava ascoltare, come se stesse approvando ogni parola.
Quel pomeriggio andammo da Teresa in due: io e Farida. La strada era ancora bianca, ma la neve non sembrava più una minaccia, sembrava solo un ostacolo da attraversare insieme.
Il portone era chiuso, questa volta, ma quando suonammo sentimmo una voce debole rispondere dal citofono. Non era un “chi è?”, era un “arrivate?”, come se ci stesse aspettando davvero.
Dentro, la casa era sempre la stessa, ma c’era una differenza sottile. Non era più quel freddo del silenzio: era un freddo che si poteva combattere.
Teresa aveva gli occhi stanchi, sì. Però aveva anche un filo di rossore sulle guance, come se fosse rientrata un po’ nel suo corpo.
«Non dovevate…» mormorò, appena ci vide.
Io posai sul tavolino una borsa con due cose semplici: tè, biscotti, una coperta più pesante. Niente grandi gesti, niente scene, solo la normalità portata con cura.
«Non è “dovere”, Teresa,» dissi. «È restituzione. E poi… Briciola ci ha assunti, mi sa.»
Teresa fece un sorriso piccolo, ma quando guardò il cane quel sorriso diventò vero. Briciola saltò sul letto, si acciambellò vicino alle sue gambe e appoggiò il muso contro la sua mano, come se la mano fosse una casa.
Farida si tolse i guanti e le prese il polso con delicatezza, come fanno le persone abituate a capire senza invadere. Poi si alzò e andò verso la cucina.
«Ti faccio un tè come piace a te,» disse. «Dimmi: più dolce o meno dolce?»
Teresa deglutì. «Come piace agli anziani,» rispose, e ci fu dentro una risata leggera, quasi incredula.
Quando Farida tornò col tè, io tirai fuori un pacchetto di cartoncini nuovi. Non erano “belli” in senso elegante: erano spessi, semplici, tagliati dritti.
«Ce li siamo procurati,» dissi, senza entrare nei dettagli. «Perché… perché non vogliamo che tu finisca i biglietti e poi ti venga paura.»
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