Pensavo che il momento più difficile fosse stato davanti al giudice.
Mi sbagliavo.
Il dolore vero arrivò qualche mese dopo, in un pomeriggio qualunque, quando nonna Concetta mi guardò entrare al centro diurno e non sorrise.
Non alzò la mano.
Non cercò il mio gilet arancione.
Mi fissò come si guarda uno sconosciuto che ha sbagliato porta.
«Buonasera, signore», disse piano.
In quel momento capii che si può vincere una battaglia e perdere comunque qualcosa lungo la strada.
Restai fermo sulla soglia.
Avevo ancora le scarpe da lavoro sporche, la schiena rigida e le mani che sapevano di sapone forte.
Una delle educatrici mi fece un cenno delicato.
Come per dirmi di non prenderla troppo male.
Ma certe cose non si possono non prendere male.
Mi avvicinai piano.
«Nonna, sono io.»
Lei strinse il bordo della coperta sulle ginocchia.
«Mi scusi», rispose. «Sto aspettando mio nipote. È un bravo ragazzo. Passa sempre a prendermi.»
Quelle parole mi spezzarono in due.
Perché mi aveva dimenticato.
Ma allo stesso tempo mi stava aspettando.
Mi sedetti accanto a lei, senza forzarla.
Avevo imparato che con la sua malattia non si vinceva alzando la voce.
Si vinceva restando.
Anche quando faceva male.
«Allora aspettiamo insieme», le dissi.
Lei annuì.
E per dieci minuti restammo seduti in silenzio.
Io accanto a mia nonna.
Lei accanto a un uomo che non riconosceva, ma di cui forse sentiva ancora qualcosa.
Quando uscimmo dal centro, non volle darmi la mano.
Camminò piano, tenendo la borsa stretta al petto.
Arrivati davanti al nostro appartamento al piano terra, si fermò.
Guardò la porta.
Guardò le finestre basse, i vasi di basilico, la piccola tenda che la signora Ferri aveva cucito per noi.
Poi sussurrò:
«Questa non è casa mia.»
Io sentii salire un nodo in gola.
«Sì, nonna. È casa nostra.»
Lei scosse la testa.
«Casa mia aveva il tavolo vicino al muro. E un bambino piccolo che faceva i compiti male.»
Sorrise appena.
«Io gli dicevo sempre di non mordere la matita.»
Mi venne quasi da ridere.
Da bambino mordevo davvero tutte le matite.
Non sapevo le tabelline.
Non volevo leggere.
E lei perdeva la pazienza, poi mi preparava pane e zucchero come se niente fosse.
Aprii la porta.
Sul tavolo c’era ancora il foglietto grande.
Non sei sola.
Lo avevo spostato dal vecchio frigorifero a quello nuovo.
Nonna Concetta lo guardò a lungo.
Poi entrò.
Quella sera non mangiò quasi niente.
La signora Ferri era venuta con una teglia di pasta al forno, come faceva spesso la domenica, anche se non era domenica.
Capiva quando avevamo bisogno senza che nessuno glielo dicesse.
«Concetta, ho fatto quella con le zucchine, leggera leggera», disse.
Nonna la guardò.
«Lei chi è?»
La signora Ferri non si offese.
Ormai aveva imparato.
Sorrise come se fosse la prima volta.
«Sono Livia. Una vicina un po’ impicciona.»
Nonna abbassò gli occhi sul piatto.
«Le vicine impiccione a volte servono.»
La signora Ferri rise piano.
Io no.
Io avevo paura.
Dopo cena, quando nonna si addormentò sulla poltrona con il gilet arancione sulle ginocchia, uscii nel piccolo cortile.
Non volevo farmi vedere.
Mi sedetti sul gradino.
La signora Ferri mi raggiunse dopo qualche minuto.
Non disse subito niente.
Si sedette accanto a me, anche se il cemento era freddo.
Aveva quasi ottant’anni anche lei, ma portava il dolore con una compostezza che mi metteva soggezione.
«Oggi non mi ha riconosciuto», dissi.
«Lo so.»
«E se un giorno non mi riconosce più davvero?»
La signora Ferri guardò la finestra illuminata.
«Matteo, forse arriverà.»
Quelle parole mi fecero male perché erano oneste.
Lei continuò:
«Ma riconoscere una persona non è solo dire il suo nome.»
Mi voltai verso di lei.
«E che cos’è?»
«È calmarsi quando sente la tua voce. È cercare il tuo gilet. È mangiare un boccone in più perché sei seduto vicino a lei. È aspettare qualcuno anche quando non sa più come si chiama.»
Abbassai la testa.
«Io non sono pronto.»
La signora Ferri mi mise una mano sulla spalla.
«Nessuno lo è.»
Per qualche settimana le cose andarono avanti così.
Giorni buoni.
Giorni storti.
Mattine in cui nonna Concetta cantava vecchie canzoni mentre le infilavo il cappotto.
Pomeriggi in cui mi diceva che doveva tornare da sua madre, morta da più di quarant’anni.
A volte al centro diurno disegnava fiori.
A volte piegava tovaglioli per ore.
A volte si arrabbiava perché non trovava una pentola che non esisteva più.
Io imparavo.
Male, piano, con tanti errori.
Imparavo a non correggerla sempre.
Imparavo a entrare nel suo tempo invece di trascinarla nel mio.
Se cercava il bambino, le dicevo che il bambino era al sicuro.
Se chiedeva della sua vecchia cucina, le parlavo del sugo che faceva il giovedì.
Se chiamava la signora Ferri con un altro nome, Livia rispondeva comunque.
Un pomeriggio la chiamò “Adele”.
La signora Ferri si bloccò.
Io me ne accorsi.
Più tardi, mentre lavavo i piatti, le chiesi:
«Chi era Adele?»
Lei restò in silenzio.
Poi prese uno strofinaccio e cominciò ad asciugare un bicchiere già asciutto.
«Mia sorella.»
Non aggiunse altro.
Ma io capii che nonna Concetta aveva toccato un posto delicato senza saperlo.
Da quel giorno Livia venne ancora più spesso.
Non solo la domenica.
Il martedì portava frutta.
Il giovedì passava per un caffè.
Il sabato si fermava a guardare vecchie fotografie con nonna, anche se non erano le sue.
Le teneva in mano con attenzione.
Come se ogni immagine potesse rompersi.
Una sera, nonna Concetta indicò una foto mia da piccolo, con i capelli tagliati male e le ginocchia sbucciate.
«Questo bambino era sempre affamato», disse.
Io sorrisi.
«Davvero?»
«Sì. Ma faceva finta di no.»
Poi mi guardò.
Per un secondo soltanto.
Uno di quei secondi che arrivano senza avvisare.
«Tu gli somigli.»
Mi mancò il respiro.
«Dici?»
Lei annuì.
«Ha gli stessi occhi tristi quando vuole essere forte.»
Mi girai verso il lavandino.
Non volevo piangere davanti a lei.
Ma Livia mi vide.
Non disse niente.
Mi passò solo un piatto da asciugare.
Come si fa in famiglia.
La prova più grande arrivò a dicembre.
Nonna Concetta prese una brutta agitazione.
Non violenta.
Solo paura.
Una paura profonda, da bambina persa.
Continuava a dire che il piccolo Matteo era uscito senza giacca.
Camminava dalla cucina alla porta.
Dalla porta alla finestra.
Dalla finestra alla cucina.
«Fa freddo», ripeteva. «Il bambino ha freddo.»
Io provavo a calmarla.
«Nonna, sono qui.»
Ma più insistevo, più lei si spaventava.
Livia arrivò mentre io ero già stremato.
Avevo lavorato dalle cinque del mattino.
Mi bruciavano gli occhi.
Non avevo mangiato.
E per la prima volta ebbi un pensiero brutto.
Un pensiero di cui mi vergognai subito.
Pensai: non ce la faccio più.
Appena lo pensai, mi sentii un mostro.
Nonna Concetta mi aveva tenuto in piedi quando ero piccolo.
E io, dopo pochi mesi, già cedevo.
Uscii in bagno e chiusi la porta.
Mi appoggiai al lavandino.
Le mani tremavano.
Sentii Livia parlare in cucina.
Non provava a spiegare.
Non diceva che io ero grande.
Non diceva che il bambino non c’era.
Disse solo:
«Hai ragione, Concetta. Un bambino senza giacca non va bene.»
Aprii la porta piano.
Livia prese il gilet arancione dalla sedia.
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