La mattina dopo, quando aprii gli occhi sul divano del soggiorno, il termostato segnava sempre 22. Ma la casa, per la prima volta da mesi, non sembrava più una cifra appesa al muro: sembrava una casa.
La neve fuori aveva fatto il suo lavoro in silenzio. Il vialetto era sparito sotto una coperta bianca e il cancello era una riga scura, quasi inghiottita.
Sentii un rumore leggero, un “tac tac” di unghie sul pavimento. Tito mi guardava da vicino, serio, come se volesse controllare che fossi ancora lì.
Poi, senza chiedere permesso, mi leccò il naso e tornò verso la poltrona. E lì capii che lui aveva già stabilito un punto fermo: quella poltrona non sarebbe rimasta vuota, almeno non del tutto.
Mia madre era sveglia. Era in cucina, con i capelli raccolti male e un maglione più spesso, e aveva quell’aria di chi non sa bene se deve chiedere scusa o ringraziare.
—Non dovevi dormire qui —disse, ma la voce non era davvero di protesta.
—Non potevo guidare con questa neve —risposi. E poi aggiunsi la verità: —E non volevo.
Lei abbassò lo sguardo sulla tazza che aveva tra le mani. La tazza era quella vecchia, sbeccata, con un disegno sbiadito, che io avevo sempre detestato perché “non sta bene con il resto”.
—Hai freddo? —le chiesi.
—No —disse subito. Poi esitò. —Cioè… non come ieri.
Il “non come ieri” era già un miracolo. Non perché fosse passato, ma perché qualcuno lo aveva visto.
Mi sedetti al tavolo e mi accorsi che avevo la gola secca, come se avessi parlato troppo, anche se avevo parlato poco. Il mio telefono era dove lo avevo lasciato, spento, e quella cosa mi dava un’ansia strana, come un muscolo che vuole contrarsi e non può.
Lo accesi e lo schermo esplose di notifiche. Non le guardai subito. Presi fiato, come si fa prima di entrare in acqua fredda, e scrissi solo una frase a chi dovevo: “Oggi non posso. È una cosa di famiglia.” Punto.
Non era una spiegazione perfetta. Ma era una scelta.
Mia madre mi osservò mentre rimettevo il telefono a faccia in giù.
—Ti metterai nei guai —mormorò.
—Forse —dissi. —Ma oggi no.
Tito, nel frattempo, aveva trovato il modo di infilare il muso sotto il bordo del mio maglione, come se volesse controllare anche la mia temperatura. E io, senza pensarci, gli grattai la testa dove la pelle fa una piega.
—Lui ieri sera non ha mangiato la sua cena —disse mia madre, con un mezzo sorriso. —È rimasto lì, fermo, tutto il tempo.
—Quando decide una cosa… —feci io.
—Già. —Lei guardò verso la poltrona, come se anche lei avesse bisogno di sapere che era ancora al suo posto.
Facemmo colazione piano, con rumori piccoli. Il cucchiaino contro la tazza, il pane che si spezzava, il frigo che si apriva e si richiudeva.
Io mi accorsi che non stavo “ottimizzando” nulla. E la cosa più strana era che, per la prima volta da non so quanto, non mi mancava.
A un certo punto mia madre si alzò e andò verso il corridoio. Tornò con una coperta piegata e me la mise sulle spalle con un gesto rapido, quasi brusco.
—Non perché hai freddo —disse subito, anticipandomi. —Perché così stai… bene.
Io avrei potuto rispondere con una battuta. Avrei potuto dire che non serviva, che era inutile, che non aveva senso. Invece la guardai e basta.
—Grazie —dissi.
Quella parola, così semplice, mi sembrò più difficile di qualsiasi riunione.
Verso mezzogiorno il cielo era ancora bianco, e le notizie alla radio parlavano di strade chiuse, di disagi, di “restare in casa”. Mia madre, che di solito si agitava per nulla, quel giorno sembrava quasi sollevata all’idea che il mondo, per una volta, non pretendesse movimento.
—Vuoi che preparo qualcosa? —chiese.
—Prepariamo insieme —risposi. E vidi il lampo di sorpresa nei suoi occhi, come se quella frase non appartenesse al mio vocabolario.
Tagliammo verdure. Lei mi passò un coltello e io, che non avevo mai imparato davvero, feci disastri lenti e sinceri.
—Tuo padre diceva sempre che tagliavi le patate come un chirurgo in sciopero —disse lei.
Mi uscì una risata improvvisa, di quelle che ti scappano e ti fanno quasi male.
—Aveva ragione.
Lei rise anche lei, e in quel momento la cucina sembrò più luminosa, anche se la luce era la stessa di prima. Tito, seduto vicino al calorifero, si stirò e venne a controllare se qualcosa cadeva per caso.
Quando il brodo iniziò a bollire, il vapore appannò i vetri. E io pensai che il caldo vero, quello, non era solo nel radiatore: era in quel vapore che si attaccava alle finestre come un respiro.
Nel pomeriggio mi misi con il portatile al tavolo. La connessione andava e veniva, come se anche lei fosse stanca.
—Devi lavorare? —chiese mia madre, già pronta a sentirsi un ostacolo.
—Devo fare il minimo —dissi. —Ma resto qui.
Lei annuì. Poi si sedette dall’altra parte del tavolo con un quaderno vecchio e una penna, come se volesse “fare qualcosa” anche lei, per non essere un peso.
—Cosa scrivi? —le chiesi.
—La lista della spesa —rispose, arrossendo un po’. —Lo so che sembra stupido.
—Non è stupido —dissi. E mi accorsi che lo pensavo davvero.
Passarono un paio d’ore così. Io a digitare poche cose, lei a scrivere parole semplici. Tito che faceva la guardia ai nostri piedi come un animale antico, fedele, che non giudica.
Poi arrivò il momento. Senza orologio, senza avviso, lo sentii nell’aria: le quattro.
Era come se la casa cambiasse pressione. Un attimo prima normale, un attimo dopo più pesante. Mia madre smise di scrivere e la penna le rimase ferma tra le dita.
—Eccolo —disse, quasi senza voce.
Non era paura. Era riconoscimento. Come quando senti un rumore che conosci troppo bene.
Io avrei potuto fare finta di nulla. Avrei potuto riempire quel vuoto con parole, consigli, soluzioni. Invece chiusi il portatile.
—Facciamo una cosa —dissi. —Oggi lo guardiamo in faccia insieme.
Lei mi fissò, come se cercasse l’inganno nella frase.
—Non so se ci riesco.
—Non devi riuscirci. Devi solo… non farlo da sola.
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