Il vecchio cane attraversò la strada e si inginocchiò davanti a un uomo che tutti credevano dimenticato

«Che ci fate qui?» chiese Elena.

Teresa la guardò quasi offesa.

«Secondo te lasciavamo quel pover’uomo da solo?»

Il barista portava una ciotola d’acqua.

La farmacista aveva recuperato il numero del reparto.

Il fruttivendolo aveva chiuso il negozio in anticipo e teneva tra le braccia una vecchia coperta di lana.

Nessuno di loro conosceva davvero Vittorio.

Forse lo avevano visto qualche volta alla stazione, seduto con il sacchetto delle medicine tra i piedi. Forse gli erano passati accanto senza salutarlo, credendolo uno dei tanti anziani scontrosi che preferiscono stare soli.

Quella sera capirono che la solitudine non sempre è una scelta.

A volte è una stanza in cui si finisce lentamente, dopo che la vita ha chiuso una porta alla volta.

Verso le nove uscì un’infermiera.

«Il signor Ferri è stabile», disse. «Ha avuto un forte calo di pressione, disidratazione e stress cardiaco. Dovrà restare qui almeno stanotte.»

Elena indicò Bruno.

«Potrebbe vederlo per un minuto?»

L’infermiera scosse la testa.

«Gli animali non possono entrare.»

Bruno, come se avesse capito, si sdraiò con il muso sulle zampe.

La signora Teresa fece un passo avanti.

«Signorina, quel cane è l’unica famiglia che quell’uomo ha.»

«Mi dispiace. Ci sono regole.»

«Le regole servono a proteggere le persone», rispose Teresa. «Non a farle morire di crepacuore.»

L’infermiera rimase in silenzio.

Guardò il gruppo di persone bagnate.

Guardò il cane anziano.

Poi tornò all’interno senza promettere nulla.

Passarono altri venti minuti.

Infine la porta si riaprì.

«Cinque minuti», disse. «Il cane deve essere pulito e non deve salire sul letto.»

Elena non ebbe nemmeno il tempo di ringraziarla.

Bruno si alzò.

Entrò nell’ospedale camminando lentamente, come se sapesse che non era il momento di correre. Le unghie ticchettavano sul pavimento lucido.

Nella stanza, Vittorio era disteso su un letto stretto.

Aveva un tubicino sotto il naso e un apparecchio che segnava il battito con piccoli suoni regolari. Sembrava ancora più fragile senza la giacca.

Bruno si avvicinò al letto.

Appoggiò il muso sul braccio dell’uomo.

Vittorio aprì gli occhi.

Per qualche secondo non capì dove si trovasse.

Poi sentì il respiro caldo del cane sulla pelle.

«Sei rimasto», sussurrò.

Bruno chiuse gli occhi.

La mano tremante di Vittorio si posò sul suo collo.

L’infermiera si voltò verso la finestra.

Elena fece finta di non vedere che si stava asciugando una lacrima.

«Non portatelo via», disse Vittorio.

«Non lo faremo», promise Elena.

Ma quella promessa era più difficile di quanto sembrasse.

Vittorio non aveva una casa adatta.

La stanza in cui viveva vietava gli animali e si trovava al terzo piano senza ascensore. Bruno non avrebbe potuto salire quelle scale. Inoltre aveva bisogno di medicine, controlli veterinari e un’alimentazione specifica.

Il giorno seguente, un’assistente sociale parlò con Vittorio.

«Potremmo trovare una sistemazione temporanea per lei», disse. «Ma non è detto che accettino il cane.»

Vittorio strinse la coperta.

«Allora non vengo.»

«Signor Ferri, deve pensare alla sua salute.»

«Ho pensato alla mia salute per tre anni. Ho preso pillole, fatto visite, dormito in stanze dove nessuno sapeva il mio nome. Adesso penso a lui.»

L’assistente sociale non insistette.

Uscì dalla stanza e trovò nel corridoio sette persone del quartiere.

La signora Teresa aveva organizzato tutto.

Il barista conosceva il proprietario di una piccola palazzina con un appartamento al piano terra. La farmacista aveva parlato con il medico di famiglia. Il veterinario del paese era disposto a seguire Bruno senza chiedere denaro per le prime cure.

Il fruttivendolo aveva avviato una raccolta nel mercato.

Perfino i ragazzi del muretto avevano messo insieme qualche banconota, rinunciando alla pizza del sabato.

«Non è beneficenza», precisò Teresa. «È una mano. Oggi a lui, domani magari a noi.»

L’assistente sociale li ascoltò incredula.

In città, per trovare una soluzione simile, sarebbero servite settimane di telefonate.

In quel quartiere erano bastati una notte, qualche porta bussata e la vergogna finalmente messa da parte.

L’appartamento era piccolo.

Una cucina, una camera, un bagno con il corrimano e una finestra che dava sul cortile interno.

Ma era al piano terra.

Gli animali erano ammessi.

Il proprietario accettò un affitto ridotto quando seppe la storia. Non era un uomo particolarmente generoso, ma ricordava suo padre, morto in una casa di riposo continuando a chiedere del gatto che aveva lasciato al paese.

«Pagherà quello che può», disse. «Il resto si vedrà.»

Quando Vittorio venne dimesso, trovò Bruno ad aspettarlo davanti all’ingresso.

Questa volta non c’erano sirene.

Non c’erano macchine che frenavano.

C’erano soltanto Elena, la signora Teresa e un piccolo gruppo di vicini con ombrelli spaiati.

Bruno si avvicinò piano.

Vittorio si piegò quanto poteva e gli prese il muso tra le mani.

«Andiamo a casa», disse.

La parola “casa” gli tremò in gola.

Non la pronunciava con convinzione da anni.

Le prime settimane non furono semplici.

Vittorio si stancava dopo pochi passi. Bruno aveva dolori alle zampe e qualche notte si svegliava ansimando, convinto forse che l’uomo sarebbe scomparso di nuovo.

Allora Vittorio accendeva la lampada.

«Sono qui», gli diceva. «Non vado da nessuna parte.»

Il cane si avvicinava al letto e appoggiava il muso sul materasso.

Solo allora tornava a dormire.

Anche Vittorio aveva paura.

Ogni volta che Bruno rimaneva immobile troppo a lungo, controllava che respirasse. Ogni volta che il cane non finiva la ciotola, chiamava Elena.

Sapeva che il tempo non avrebbe restituito loro gli anni perduti.

Sapeva che Bruno era vecchio.

Lo era anche lui.

Ma non chiedevano al destino di cancellare il dolore.

Chiedevano soltanto un po’ di tempo senza separazioni.

Il quartiere li adottò entrambi.

La mattina, il barista teneva da parte un cornetto semplice per Vittorio e una ciotola d’acqua per Bruno.

Il fruttivendolo lasciava davanti alla porta una busta con verdure ammaccate ma ancora buone.

La farmacista divideva le medicine in una scatola settimanale, così Vittorio non rischiava di confondersi.

La signora Teresa passava ogni domenica con una pentola.

«Ho cucinato troppo», diceva.

Era sempre una bugia.

Nella pentola c’erano lasagne, polpette al sugo, minestra di fagioli o spezzatino. Cibo che sapeva di famiglia, di tavole apparecchiate e di domeniche in cui nessuno dovrebbe mangiare da solo.

La prima domenica nel nuovo appartamento, Teresa arrivò con una tovaglia bianca ricamata.

«Questa era di mia madre», disse. «Una tavola senza tovaglia la domenica mette tristezza.»

Vittorio la stese con cura.

Preparò due posti.

Uno per sé.

Uno simbolico per Anna, come aveva fatto per tanti anni.

Accanto alla sedia mise la ciotola di Bruno.

Quando gli altri vicini arrivarono con il pane, il vino e un vassoio di pasta al forno, Vittorio si fermò sulla porta.

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