Non elegante.
Giusto.
I giorni dopo presero una forma che non avevo previsto.
Continuai a sistemare la casa di mia madre, ma smisi di viverla come un inventario. Era più simile a una conversazione in ritardo. Ogni tanto trovavo qualcosa che mi faceva male. Altre volte qualcosa che mi faceva sorridere.
Una mattina, in fondo a una borsa, trovai un rossetto color mattone quasi intatto. Lo aprii e dentro c’era ancora il profumo ceroso di una donna che, per un periodo, aveva pensato anche a sé.
Quel pomeriggio lo portai alla signora Bianchi.
“Sei capace di metterlo ancora?” le chiesi.
Lei rise, una risata secca.
“Tesoro, io sono capace di tutto.”
Se lo mise davanti allo specchio dell’ingresso.
Le tremava appena la mano, ma il gesto era preciso. Quando finì, si guardò di profilo, poi di fronte.
“Ecco,” disse. “Adesso posso pure morire domani.”
“Non dirlo neanche per scherzo.”
Lei mi lanciò un’occhiata.
“Appunto. È uno scherzo stupido. Perché se sono viva oggi, è oggi che mi metto il rossetto.”
Scoppiammo a ridere tutte e due.
Fu lì che mi venne un’idea.
Non grande.
Non eroica.
Solo giusta.
La domenica successiva, nell’appartamento di mia madre, organizzammo un caffè con quattro donne del palazzo. Niente inviti formali. Niente tavola perfetta. Un foglietto nell’ascensore scritto a mano:
Domenica alle 16.
Caffè nelle tazzine belle.
Se vi va, portate una cosa che non usate mai.
Quando lo attaccai, mi sentii sciocca.
Pensai che non sarebbe venuto nessuno.
Invece alle quattro meno dieci suonarono in due. Poi in tre. Poi arrivò perfino la vedova del terzo piano, quella che salutava appena, con una scatola di biscotti ancora chiusa perché “aspettava sempre visite”.
Sul tavolo comparvero cose incredibili.
Una sciarpa di seta mai messa.
Dei bicchieri di cristallo usati una sola volta.
Una spilla di madreperla.
Una tovaglia ricamata tenuta nell’armadio da vent’anni.
La signora Bianchi arrivò con i capelli pettinati bene e il rossetto di mia madre.
Io indossavo di nuovo il vestito blu.
Non per imitare mia madre.
Per finirlo.
Per portarlo nel mondo.
All’inizio parlammo piano, come fanno le persone che non sanno ancora se possono lasciarsi andare. Poi qualcuno raccontò della camicia da notte nuova mai messa perché “troppo bella per dormire”. Qualcun’altra confessò di avere in freezer un dolce conservato da mesi per un ospite importante che non arrivava mai.
Ridendo, una donna disse:
“Ma allora siamo tutte un po’ matte.”
“No,” rispose la signora Bianchi, sollevando la tazzina. “Siamo state educate ad aspettare.”
Si fece silenzio.
Un silenzio breve.
Quello in cui tutti riconoscono qualcosa di vero.
Passammo il pomeriggio così.
Con i biscotti buoni aperti.
Con il caffè versato nelle tazzine che per anni avevano visto il mondo solo dietro un vetro.
Con il sole che entrava basso dalla finestra del soggiorno e accendeva la polvere in aria come se persino quella fosse parte della festa.
A un certo punto Elisa tirò fuori il telefono.
“Facciamo una foto?”
Mi si fermò il respiro.
Nella lista di mia madre c’era scritto: Fare una foto bella insieme.
Non l’avevamo mai fatta.
O meglio: ne avevamo tante, ma quasi sempre casuali, sfocate, una che guardava da una parte, l’altra dall’altra. Non quella che scegli consapevolmente di fare perché vuoi esserci.
“Allora facciamola,” dissi.
Misi la foto di mia madre al centro del tavolo, tra la zuccheriera e il piattino dei biscotti. Ci stringemmo tutte intorno, ridendo già prima dello scatto. Elisa si allungò col braccio, cercò l’inquadratura, sbagliò due volte, poi la fece.
Quando la guardammo, nessuna era perfetta.
La signora Bianchi aveva gli occhi quasi chiusi.
Io avevo ancora il viso segnato.
Una donna venne mossa.
Elisa rideva a bocca aperta.
Ed era bellissima.
Bellissima davvero.
Perché sembravamo vive.
Quella sera, quando tutti andarono via, restai da sola a sparecchiare.
Ma non mi sentivo più sola come nei primi giorni.
C’era una differenza netta.
Il dolore non era passato. Non passa così. Però aveva smesso di essere solo una stanza chiusa. Aveva una finestra.
Lavavo le tazzine una per una e pensavo a mia madre.
A come sarebbe rimasta sulla porta della cucina a dire che avevamo esagerato, che non serviva tirar fuori tutta quella roba, che poi si rompe. E intanto, sotto sotto, ne sarebbe stata felice. Lo so con la certezza delle cose che non si possono dimostrare ma si sentono.
Prima di andare via, aprii l’armadio della sua camera un’ultima volta.
Non per cercare.
Solo per guardare.
Lo spazio vuoto lasciato dalla scatola del vestito mi colpì più del vestito stesso. Per anni quella scatola era stata lì, chiusa, in attesa. Ora non c’era più. E quella mancanza, stranamente, mi sembrò una forma di pace.
Nei mesi successivi cambiarono poche cose dall’esterno.
Le giornate erano sempre piene. Il lavoro, la spesa, le lavatrici, i conti, la stanchezza. Nessuna trasformazione da film. Nessun miracolo.
Eppure, dentro, si spostò tutto.
Cominciai a dire più spesso sì.
Sì al caffè preso seduta invece che in piedi sul lavello.
Sì al rossetto anche per andare in farmacia.
Sì alla torta buona di martedì.
Sì a una domenica al lago con Elisa anche se in casa c’erano i panni da stirare.
Sì a chiamare una vecchia amica senza aspettare “un momento con più calma”.
Persino la casa cambiò espressione.
Buttai via i piatti rotti.
Davvero.
Non uno alla volta.
Tutti insieme.
Il rumore nel cassonetto mi fece quasi paura, come se stessi facendo qualcosa di irreversibile. In effetti lo era. Stavo smettendo di trattarmi come una persona di passaggio nella mia stessa vita.
A maggio portai Elisa due giorni a Sirmione.
Non come grande viaggio.
Come risposta.
Camminammo sul lago mangiando gelato troppo presto nella stagione. Tirava vento. Io avevo una giacca leggera, lei si lamentava del freddo, poi rideva, poi mi prendeva in giro perché facevo foto a tutto.
A un certo punto mi guardò e disse:
“Sei diversa.”
“Meglio o peggio?”
“Meglio. Più presente.”
Quella parola me la tenni stretta.
Presente.
Era esattamente quello che mia madre, forse, non si era concessa fino in fondo. Era stata una donna piena di amore, di sacrifici, di cura. Ma sempre un passo indietro rispetto alla propria stessa gioia. Sempre convinta che il bello dovesse aspettare il permesso di qualcosa.
Io non volevo più chiedere quel permesso.
Alla fine dell’estate tornai nell’appartamento per consegnare le chiavi al nuovo proprietario.
L’avevamo svuotato quasi del tutto. Qualche mobile era già andato via. Le stanze facevano eco. Camminai una volta sola dalla cucina al soggiorno, poi alla camera. Mi fermai davanti alla finestra dove mia madre metteva i gerani.
Mi aspettavo di crollare.
Invece no.
Mi venne da dirle grazie.
Non per essere morta.
Mai per quello.
Ma per quello che mi aveva lasciato senza volerlo: una lezione arrivata tardi, sì, ma ancora in tempo per me.
Prima di uscire, tirai fuori dalla borsa il cartellino del vestito.
Lo avevo tenuto.
Non per nostalgia del prezzo, non per fare la sentimentale sulle cose. L’avevo tenuto perché era il simbolo esatto di ciò che volevo ricordare.
Un oggetto nuovo che aspetta troppo a lungo diventa triste.
Lo guardai ancora una volta, poi lo strappai in quattro pezzi e lo buttai.
Chiusi la porta.
Scendendo le scale, la signora Bianchi aprì il suo uscio.
“Finito?”
“Finito.”
Mi guardò bene.
“E adesso?”
Respirai.
Adesso.
Che parola enorme.
“Senza aspettare troppo,” le dissi.
Lei annuì, soddisfatta, come se fosse l’unica risposta accettabile.
Quella sera, a casa, Elisa studiava al tavolo della cucina con la spilla della nonna appuntata alla camicia di jeans. Io aprii la credenza, presi le tazze buone senza pensarci, misi sul piatto i biscotti che tenevo per le occasioni e preparai il caffè.
Niente visite.
Niente festa.
Solo noi.
Elisa alzò gli occhi dai libri.
“Che c’è?”
“Niente,” dissi. “È solo giovedì.”
Mi sorrise.
E io sorrisi a mia volta, perché finalmente avevo capito.
Non bisogna aspettare che la vita diventi importante.
Lo è già.
A volte è già tutta lì, in una tazza intera, in un profumo aperto, in una foto mossa, in un vestito troppo bello per un giorno qualunque.
E soprattutto in questo:
che se ami qualcuno, glielo dici.
che se hai una cosa bella, la usi.
che se sei ancora qui, allora non è tardi.
Da allora il vestito blu non è rimasto nell’armadio.
L’ho messo per una cena semplice.
Per un compleanno senza invitati.
Per andare a teatro con Elisa.
Una volta anche solo per cenare sul balcone, da sola, con i capelli raccolti male e un piatto di pomodori conditi.
Mi stava ancora un po’ largo sulle spalle e un po’ stretto in vita.
Ma non importava.
Le cose belle, ho imparato, non devono aspettare di calzare alla perfezione.
Devono solo trovare il coraggio di entrare nel giorno.
E io, da quel mercoledì in cui mia madre è uscita dalla vita lasciando il sugo sul fuoco e un cartellino attaccato a un vestito, ho smesso di chiedere ai giorni di meritarmi.
Li uso.
Tutti quelli che posso.
Anche i giovedì qualunque.





