Camminai con Bruno fino alla villetta.
Lui inciampò due volte nel guinzaglio.
Davanti alla porta sistemai la coperta sullo zerbino.
Misi la ciotola piena d’acqua.
Nascosi il sacco di cibo dietro un vaso.
Infilai sotto lo zerbino la busta trasparente con i documenti e il biglietto.
Agganciai il guinzaglio alla ringhiera.
Poi mi sedetti accanto a Bruno.
«Adesso devi fare una cosa importante.»
Lui mi guardava.
«Devi essere paziente.»
Gli accarezzai le orecchie.
«Lei è testarda.»
Bruno mi leccò la mano.
«Molto testarda.»
Rimasi cinque minuti.
Poi mi alzai.
Quello fu il momento peggiore.
Perché mentre camminavo verso la macchina mi sentii un vigliacco.
Avevo appena lasciato un cucciolo davanti alla porta di una donna di settantacinque anni che mi aveva chiaramente detto di non volerne uno.
Avrei potuto tornare indietro.
Non lo feci.
Guidai fino a una tavola calda aperta ventiquattr’ore su ventiquattro sulla provinciale.
Parcheggiai.
Entrai.
Ordinai un caffè.
Poi un altro.
Poi un terzo.
Non sentivo il sapore.
Guardavo il telefono.
6:15.
6:40.
7:03.
Niente.
Alle 7:20 pensai di tornare indietro.
Alle 7:35 pensai che forse mamma non aveva sentito.
Alle 8:00 immaginai Bruno che piangeva davanti alla porta.
Alle 8:15 ero quasi in macchina.
Poi mi ricordai la promessa fatta a Carla.
Dovevo dare a mamma il tempo di decidere.
Alle 9:47 squillò il telefono.
Era Paola, la vicina di casa.
Una donna che conosceva i miei genitori da trent’anni.
Risposi immediatamente.
«Marco.»
«Dimmi.»
«Tua madre è sul portico.»
Non respirai.
Paola continuò.
«Marco, tua madre non usciva sul portico da luglio.»
«Sta bene?»
«È seduta sul gradino.»
Pausa.
«Ha un cucciolo in braccio.»
Chiusi gli occhi.
«Va bene.»
«Marco.»
«Sì?»
«Sei stato tu?»
Guardai il volante.
«Te lo spiego dopo.»
Paola rimase zitta.
Poi disse:
«Qualunque cosa tu abbia fatto… oggi tua madre mi ha salutata.»
Per mesi non seppi esattamente cosa fosse successo quella mattina.
Mamma me lo raccontò poco alla volta.
Aveva sentito grattare alla porta alle 6:40.
Pensava fosse un gatto.
Ignorò il rumore.
Poi sentì un piccolo guaito.
Aprì la porta di pochi centimetri.
Vide Bruno.
E richiuse.
«L’ho chiusa proprio in faccia al poveretto», mi raccontò mesi dopo.
Rimase dietro la porta per diversi minuti.
Poi sentì un altro guaito.
Più debole.
Riaprì.
Bruno era ancora lì.
Seduto sulla coperta.
La ciotola accanto.
Il guinzaglio agganciato.
Vide il foglio.
Lo lesse.
Poi lo rilesse.
«Sai cosa ho pensato?»
«Cosa?»
«Chi è l’idiota che mi ha fatto questo?»
Risi.
Lei no.
«Ero furiosa.»
Guardò Bruno, ormai addormentato ai suoi piedi.
«Ho detto ad alta voce: “No. Io non voglio un cane”.»
Bruno le aveva leccato la pantofola.
Mamma aveva chiuso di nuovo la porta.
Era andata in cucina.
Aveva preparato il caffè.
Non lo aveva bevuto.
Era rimasta quasi un’ora davanti al lavello con entrambe le mani appoggiate al marmo.
Poi era tornata alla porta.
Bruno era ancora lì.
Tremava leggermente.
Mamma entrò nel corridoio.
Aprì l’armadio della biancheria.
Prese un asciugamano pulito.
Uscì.
Lo piegò sopra la coperta.
Poi disse al cucciolo:
«Questo è solo per stanotte. Non farti strane idee.»
Quella fu la prima notte.
La seconda mattina comparve una seconda ciotola accanto a quella dell’acqua.
Il terzo giorno Bruno entrò in cucina.
Entro la fine della settimana aveva già conquistato una coperta sul divano.
E soprattutto aveva perso il suo nome.
Mamma mi telefonò.
«Marco.»
«Dimmi.»
«Ho cambiato nome al cane.»
Cercai di sembrare sorpreso.
«Ah sì? Come lo hai chiamato?»
Pausa.
«Walter.»
Il nome di papà.
Mi sedetti.
«Spero che non ti sembri stupido», disse.
Aveva quasi vergogna.
«Mi sembrava… non so. Mi sembrava giusto.»
Mi si strinse la gola.
«Non è stupido, mamma.»
«Tuo padre avrebbe detto che è un nome troppo importante per un cane.»
«Papà diceva tante sciocchezze.»
Lei fece una risatina.
Una risatina vera.
La prima che sentivo da otto mesi.
Chiusi la telefonata.
Andai in cucina.
Presi uno strofinaccio.
Mi ci nascosi dentro la faccia e piansi come non avevo fatto nemmeno al funerale.
Mia moglie non disse nulla.
Mi mise semplicemente una mano sulla schiena.
Due mesi dopo arrivò un messaggio di Paola.
«Marco. Tua madre sta passando davanti a casa mia con Walter.»
Poi un altro.
«È fuori.»
Poi:
«Mi ha salutata.»
E infine:
«Sto piangendo come una cretina.»
Risposi:
«Salutala e basta.»
Quella sera mamma mi telefonò.
«Oggi sono uscita.»
Finsi naturalezza.
«Davvero?»
«Il cane doveva camminare.»
«Dove siete andati?»
«Solo intorno all’isolato.»
Pausa.
«Ho visto Paola.»
«Ah.»
«Secondo me piangeva.»
«Forse era contenta.»
Mamma rimase in silenzio.
Poi disse:
«Era una bella giornata.»
Cinque parole.
Era una bella giornata.
Mi rimasero dentro.
Per otto mesi mia madre aveva parlato del tempo come se descrivesse qualcosa che succedeva agli altri.
Quel giorno, per la prima volta, era stata dentro quella giornata.
Dopo arrivarono altre piccole cose.
Cominciò a riaprire le persiane.
Prima solo in cucina.
Poi in salotto.
Accese una lampada vicino al divano.
Andò dal veterinario.
Da sola.
Parlò con una signora mentre aspettava.
Comprò una palla di gomma.
Un giorno si fermò al forno e tornò con due filoni di pane perché, disse:
«Ormai che ero fuori…»
Riprese a farsi i capelli una volta al mese.
Tornò al cimitero.
Per mesi non era riuscita ad andarci.
La prima volta portò Walter.
«Tuo padre avrebbe protestato», disse davanti alla tomba.
«Non voleva cani in macchina.»
Walter si sedette.
Mamma rimase lì venti minuti.
Poi tornò a casa.
Io continuavo a non dirle la verità.
Passò la primavera.
Poi l’estate.
Poi l’autunno.
Arrivò Natale.
Mamma venne a pranzo da noi.
Entrò con Walter al guinzaglio e una teglia di lasagne tra le mani.
Mia sorella mi guardò dalla cucina.
Avevamo lo stesso pensiero.
L’anno prima la sua sedia era rimasta vuota.
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