Per Riccardo firmai una garanzia che ancora oggi mi sveglia la notte se ci penso.
Per Matteo svuotai un libretto postale che mia madre mi aveva lasciato “per le emergenze vere”.
Ogni emergenza dei figli sembra vera a una madre.
Anche quando è solo irresponsabilità vestita da sfortuna.
Col tempo, però, cambiarono.
Non tutto insieme.
No.
Le cose brutte in famiglia arrivano piano, così nessuno può dire il giorno esatto in cui sono cominciate.
Prima saltarono una domenica.
Poi due.
Poi venivano solo a Natale, e anche lì guardavano l’orologio.
Quando Marisa cominciò a stare male, lo dissi a entrambi.
«La zia perde colpi. Devo portarla a fare visite.»
Riccardo rispose:
«Mamma, hai sempre preso tutto sulle tue spalle. Però non puoi pretendere che noi molliamo il lavoro.»
Matteo disse:
«Mi dispiace, Ma, ma io con queste cose non sono capace.»
Io invece ero capace?
Nessuno nasce capace di lavare una sorella che non ricorda più come si abbottona la camicia.
Nessuno nasce capace di sorridere quando lei ti chiama “signora” invece che Teresa.
Si impara.
Per amore o per mancanza di alternative.
Marisa venne a vivere da me dopo che la trovai in piazza in ciabatte, convinta di dover andare a scuola.
Le sistemai la stanza degli ospiti.
Le misi il copriletto con i fiori azzurri.
Appesi una foto nostra da ragazze, davanti alla casa in collina.
All’inizio scherzava ancora.
«Se divento matta, almeno fammi mettere gli orecchini.»
Poi smise di scherzare.
Le parole le scivolavano via.
Dimenticava il gas acceso.
Metteva il sale nel caffè.
Una sera mi guardò e disse:
«Tu sei buona. Ma non devi lasciare che ti mangino viva.»
Io finsi di non capire.
Lei mi prese la mano.
«I tuoi figli verranno quando sentiranno odore di roba.»
«Non dire così.»
«Lo dico perché ti voglio bene.»
Marisa non era cattiva.
Era lucida nel modo in cui solo certe donne anziane sanno esserlo.
Quelle che hanno visto parenti sorridere ai funerali e litigare prima ancora che il morto fosse freddo.
Nel 2009 mi portò dal notaio Bellandi.
«Voglio sistemare la casa,» disse.
«Non stai morendo.»
«Tutti stiamo morendo. Io voglio solo farlo con ordine.»
Facemmo l’atto.
Lei tenne l’usufrutto.
Io ebbi la nuda proprietà.
Mi disse:
«Finché vivo, questa casa resta anche mia. Quando me ne vado, resta a te. Non ai corvi.»
Risi.
«I corvi sarebbero i miei figli?»
Lei non rise.
«I corvi sono tutti quelli che aspettano che tu sia stanca.»
Non lo dissi a Riccardo.
Non lo dissi a Matteo.
Perché avrei dovuto?
Non venivano a trovare Marisa.
Non chiedevano se servivano pannoloni, medicine, una notte di riposo.
Quando passavano, raramente, si fermavano sulla porta.
«Ciao zia, come va?»
Lei li guardava confusa.
A volte sorrideva.
A volte mi chiedeva, dopo:
«Chi erano quei due signori?»
Io rispondevo:
«Parenti.»
Non riuscivo più a dire “i tuoi nipoti”.
Mi faceva male.
Gli ultimi mesi furono silenziosi.
Marisa non parlava quasi più.
Io le leggevo poesie, ricette vecchie, lettere di nostra madre.
Ogni tanto stringeva la mia mano due volte.
Era il nostro segnale.
Una stretta per dire “ci sono”.
Una per dire “lo so”.
Morì di giovedì mattina.
Il sole entrava dalle persiane come acqua chiara.
Io la trovai composta, con il viso finalmente senza paura.
Rimasi accanto a lei due ore.
Non chiamai subito nessuno.
Non per egoismo.
Per rispetto.
Alcuni addii non vanno consegnati di corsa ai telefoni.
Il funerale fu piccolo.
Il parroco parlò di una donna vivace.
Le vicine portarono torte salate.
Riccardo fece un discorso bello, troppo bello.
Sembrava scritto da qualcuno che non aveva mai cambiato un lenzuolo a Marisa.
Matteo stava zitto, con le mani in tasca.
Dopo il cimitero, al pranzo, successe la prima crepa.
Eravamo in trattoria.
Tavola lunga.
Antipasti, lasagne, arrosto, patate.
Il pranzo dopo un funerale è una cosa strana.
La gente mastica dolore e prosciutto nello stesso boccone.
Riccardo si sedette accanto a me.
«Mamma, hai già parlato con il notaio?»
Io guardai il piatto.
«Non ancora.»
«Meglio muoversi. Sai, per evitare confusioni.»
Matteo aggiunse:
«Zia non aveva figli. È tutto più semplice se ci pensiamo noi.»
Noi.
Non “tu”.
Non “noi insieme”.
Noi figli, come se io fossi già una vecchia da accompagnare in camera.
Da quel giorno cominciarono le telefonate.
Riccardo gentile.
Troppo gentile.
Matteo presente.
Troppo presente.
Mi chiedevano chiavi, documenti, bollette, libretti.
Una sera sentii Riccardo parlare in cortile.
Credeva fossi in cucina.
«Basta tenerla fuori dalla lettura. Se entra, piange e complica tutto.»
Tenerla fuori.
Sua madre.
Rientrai in casa.
Andai in camera.
Aprii la scatola di latta dove tenevo le carte importanti.
Sotto il certificato di matrimonio, sotto il libretto militare di Giuliano, sotto le foto in bianco e nero, c’era la cartellina blu.
La presi.
Mi sedetti sul letto.
E per la prima volta dopo anni non piansi.
Il giorno dopo la lettura dal notaio, Riccardo non chiamò.
Matteo neppure.
Il silenzio, quando è calcolato, fa più rumore di un urlo.
Io mi alzai presto.
Preparai il caffè con la moka piccola.
Quella da una persona sola.
Sul tavolo c’era ancora la cartellina blu.
La guardavo come si guarda una bomba disinnescata.
Non provavo gioia.
Chi pensa che vincere contro i propri figli dia soddisfazione non ha figli.
Provavo una calma amara.
Verso le dieci chiamai il notaio Barile.
«Signora Teresa, stavo per contattarla.»
«Lo immaginavo.»
«Ho verificato tutto. L’atto è valido. Procederemo con le volture e con la comunicazione formale. I suoi figli possono contestare, ma la base documentale è molto solida.»
«Possono bloccare la casa?»
«Potrebbero tentare di rallentare. Non di cancellare ciò che è stato fatto.»
Ringraziai.
Poi rimasi a guardare il cortile.
Il fico perdeva foglie.
Quello stesso fico che Marisa diceva volesse entrare in cucina per mangiare con noi.
La casa in collina non era un palazzo.
Non valeva milioni.
Ma per i miei figli era diventata oro.
Non per amore.
Per prezzo.
C’era anche l’appartamentino al mare, due stanze e un balcone arrugginito, dove da bambini mangiavamo anguria con le mani appiccicose.
Riccardo già lo vedeva venduto.
Matteo forse ci immaginava le vacanze gratis.
Nessuno ci vedeva Marisa.
Nessuno ci vedeva mia madre con il grembiule.
Nessuno ci vedeva mio padre che aggiustava la serratura con bestemmie sussurrate.
La sera scrissi due lettere.
Uguali.
Poche righe.
“Ho ricevuto i vostri messaggi non detti. Da oggi ogni questione sulla casa di Marisa passerà dal notaio. Non sono disponibile a discussioni private, pressioni o visite improvvise sull’argomento. Vostra madre.”
Vostra madre.
Non “mamma”.
Quella parola, in quel momento, mi sembrava troppo morbida.
Riccardo si presentò due giorni dopo.
Nove del mattino.
Suonò tre volte, come se avesse diritto anche al campanello.
Aprii con il grembiule addosso.
«Ero in zona,» disse.
«Certo. Di solito passi in zona quando c’è una casa da vendere.»
Il sorriso gli si spense.
«Posso entrare?»
Lo feci entrare.
Non gli offrii caffè.
Si guardò attorno.
Casa mia non era cambiata, ma io sì, e lui lo sentiva.
Si sedette in salotto, sul bordo della poltrona.
«Mamma, secondo me c’è stato un malinteso.»
«No.»
La parola lo colpì più di uno schiaffo.
«Fammi finire.»
«Hai finito anni fa, Riccardo. Solo che io ho continuato ad ascoltare.»
Strinse le labbra.
«Zia Marisa era malata. Non possiamo sapere se quell’atto rispecchiasse davvero la sua volontà.»
«L’atto è del 2009. Lei allora correggeva ancora il parroco quando sbagliava i congiuntivi.»
«Ma forse tu l’hai influenzata.»
Eccolo.
Il veleno.
Non arrivò urlando.
Arrivò vestito da dubbio.
Io mi alzai.
Andai alla credenza.
Presi una busta.
Gliela misi davanti.
Dentro c’erano copie di pagine del diario di Marisa.
Le avevo trovate la notte prima, nella scatola delle sue cose.
In una, scriveva:
“Teresa mi salva la vita ogni giorno e non se ne accorge. La casa deve restare a lei. I ragazzi sono sangue, sì, ma il sangue senza cura è solo macchia.”
Riccardo lesse.
Il suo viso non cambiò subito.
Poi qualcosa cedette intorno agli occhi.
«È crudele,» disse.
«No. È preciso.»
«Era nostra zia.»
«E tu dov’eri quando chiamava mia sorella per nome e poi si spaventava perché non riconosceva la stanza?»
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