La mattina dopo, quando tornai al quarto piano con il mio carrello, Secchiotto non era più solo un secchio.
Era diventato una cosa vera.
Non vera nel senso normale, chiaro. Sempre giallo era. Sempre storto. Sempre con quel sorriso disegnato male da me alle due di notte, con un’orecchia più lunga dell’altra e il naso troppo grosso.
Ma vera per Mattia, sì.
E a volte basta quello.
Appena mi vide nel corridoio, ancora prima che potessi girare verso il deposito, lo sentii chiamarmi da dentro la stanza 412.
“È tornato!”
Non aveva una voce forte. Era ancora stanco. Ancora sottile.
Ma dentro c’era qualcosa che la notte prima non c’era.
Sono entrato piano.
La madre era sveglia, con i capelli raccolti male e la stessa maglia del giorno prima. Aveva in mano un bicchiere di carta con dentro quello che probabilmente era il terzo caffè cattivo della mattina. Il padre era in piedi vicino alla finestra, col telefono in mano e l’aria di uno che stava cercando di fare dieci cose insieme senza riuscire a farne davvero nessuna.
E Mattia aveva Secchiotto accanto al letto, messo dritto come un soldato.
“Ha dormito qui tutta la notte,” mi disse serio.
Io guardai il secchio.
“Ha russato?”
Mattia annuì piano.
“Un pochino.”
Il padre fece mezzo sorriso.
La madre abbassò gli occhi sul caffè, ma stavolta non per tristezza. Più come se si stesse concedendo il lusso di respirare un secondo senza sentirsi in colpa.
“Ha chiesto di lui appena si è svegliato,” mi disse.
Indicò il secchio con un cenno piccolo della testa, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Io mi avvicinai al letto.
“Allora vediamo se stanotte ha fatto il bravo cane.”
Diedi due colpetti leggeri a Secchiotto. Mattia rise piano, poi allungò una mano verso la pallina di carta della sera prima, che era ancora lì sulla coperta, un po’ schiacciata.
“Vuole giocare ancora,” disse.
“Eh, adesso no,” risposi. “Prima deve fare il giro ispezione del reparto. È un cane d’ospedale molto impegnato.”
Mattia fece una faccia seria, come se la responsabilità gli sembrasse del tutto plausibile.
“Allora dopo.”
“Dopo,” promisi.
Durante quel turno passai davanti alla 412 più volte del necessario.
Una volta per cambiare un sacco.
Una volta con uno straccio pulito.
Una volta senza motivo vero.
È strano come succede, negli ospedali. Ci sono stanze che diventano solo numeri. E poi ci sono stanze che iniziano a tirarti dentro anche quando non vuoi. Non per curiosità.
Per affetto.
Verso le undici trovai la porta socchiusa.
Dentro, una giovane infermiera stava sistemando qualcosa al braccio di Mattia. La madre gli teneva fermo il polso con una delicatezza che sembrava quasi paura di fare male anche all’aria. Il padre parlava a bassa voce con un medico nel corridoio.
Non sentii tutto.
Solo frasi spezzate.
“Risposta lenta…”
“…ancora qualche giorno…”
“…vediamo come reagisce…”
Quelle parole, negli ospedali, hanno sempre lo stesso suono.
Non dicono mai abbastanza da rassicurarti. Ma dicono sempre abbastanza da stancarti.
Mattia non parlava.
Guardava il soffitto con quella faccia che fanno i bambini quando stanno cercando di essere più coraggiosi della loro età.
Quando l’infermiera finì ed uscì, io restai un secondo sulla porta.
Lui girò la testa e mi vide.
“Secchiotto oggi non abbaia,” disse.
“Ha capito che c’è da stare calmi,” risposi.
Fece sì con gli occhi, ma senza sorridere.
Io entrai e mi misi vicino al letto.
“Vuoi che gli faccia fare una figuraccia lo stesso?”
Ci pensò un attimo.
Poi sussurrò: “Solo una piccola.”
Allora presi il secchio e lo feci urtare piano contro la sedia, come se non avesse visto l’ostacolo.
Mattia lasciò uscire una risatina corta.
Piccola davvero.
Però c’era.
E certe mattine, in un posto così, una risata piccola vale come una finestra aperta.
Quel pomeriggio, mentre passavo col carrello vicino alla postazione delle infermiere, sentii la madre di Mattia parlare al telefono nel corridoio.
Non volevo ascoltare.
Ma quando vivi in mezzo alle pareti sottili e alle porte sempre mezze aperte, a volte le cose ti arrivano lo stesso.
“Sì, lo so… lo so che è solo un cane…” disse con la voce rotta ma bassa. “Però per lui non è solo un cane.”
Silenzio.
Poi: “No, non possiamo fare avanti e indietro anche per quello. Già non sappiamo come gestire tutto il resto.”
Altro silenzio.
“Va bene. Ho capito.”
Quando chiuse la chiamata, si appoggiò per un secondo al muro e si strinse le dita sul ponte del naso, come fanno le persone che non hanno più lacrime disponibili ma sentono ancora il bisogno di fermarsi.
Io abbassai lo sguardo sul manico del mocio.
Lei si accorse di me, si ricompose in fretta e fece quel sorriso educato che non serve a niente ma che gli adulti si regalano a vicenda quando sono troppo stanchi per essere sinceri.
“Mi scusi,” disse.
“Non si preoccupi,” risposi.
Esitò.
Poi aggiunse: “Mia cognata ha detto che Leo oggi non ha voluto mangiare.”
Quella frase rimase in mezzo al corridoio come una cosa viva.
“Sta aspettando,” dissi.
Lei chiuse gli occhi un secondo.
“Sì,” fece. “Anche lui.”
Quella sera, quando tornai per il turno di notte, portavo con me una cosa che probabilmente nessun addetto alle pulizie dovrebbe portare in reparto.
Una vecchia cordicella rossa.
L’avevo trovata in fondo a un cassetto a casa, attaccata anni prima a un pacco regalo. Non valeva niente. Era pure sfilacciata da un lato.
Ma legata al manico di Secchiotto sembrava quasi un collare.
Quando entrai nella 412, Mattia lo vide subito.
“Adesso è ufficiale,” gli dissi. “Ha il distintivo.”
Lui allungò una mano e toccò la cordicella con due dita.
“È bellissimo.”
Lo disse con una serietà che mi fece venire da ridere e da stringere qualcosa in gola nello stesso momento.
Il padre quella notte era uscito un’ora per andare a casa, farsi una doccia e controllare alcune cose. La madre era sola con Mattia, ma aveva quell’aria da fine giornata in cui anche stare seduti sembra un compito troppo grosso.
“Ha mangiato un po’,” mi disse piano. “Più di ieri.”
“Bravo lui,” risposi guardando Mattia. “E bravo anche Secchiotto, che evidentemente mette appetito.”
Mattia si illuminò appena.
Poi disse: “Secondo me Leo gli somiglia un po’.”
“Ah sì?”
“Sì. Perché anche Leo è brutto all’inizio.”
La madre scoppiò a ridere.
Una risata vera. Breve, sorpresa.
Una di quelle che escono da sole, quasi per sbaglio.
“Mattia,” disse, scuotendo la testa.
“È vero,” insistette lui. “Poi però quando lo conosci diventa il più bello.”
Io annuii solenne verso il secchio.
“È un grande complimento.”
Quella notte facemmo un altro gioco.
Niente di complicato. Niente di rumoroso.
Io chiedevo a Mattia di raccontarmi una cosa su Leo, e ogni volta che la cosa mi sembrava da “bravo cane”, davo un colpetto al secchio per fargli fare il gesto dell’approvazione.
“Leo ruba i calzini.”
Toc.
“Leo ha paura del temporale e si nasconde dietro il divano, ma solo con la coda fuori.”
Toc.
“Leo una volta ha dormito sopra il mio zaino e allora sono andato a scuola senza astuccio.”
Toc.
A un certo punto Mattia si fermò.
Guardava il buio della finestra, ma stavolta non come la notte prima.
Stavolta come se ci stesse pensando dentro.
“Secondo te,” disse piano, “lui sa che sto tornando?”
Io appoggiai le mani al manico del carrello.
“Secondo me,” dissi, “ci spera già.”
Non aggiunsi altro.
Perché a volte con i bambini non serve riempire tutto.
Serve solo non mentire e non spegnere la luce.
Il giorno dopo trovai sulla parete vicino al letto un foglio attaccato con un pezzetto di nastro.
C’era disegnato Leo.
O almeno una versione di Leo fatta da un bambino di sette anni con una mano ancora un po’ debole. Orecchie enormi. Quattro zampe storte. Una lingua tutta fuori.
Accanto, un altro disegno.
Secchiotto.
Stesso sorriso storto. Stessa orecchia lunga. Stesso collare rosso.
Sotto, con lettere grandi e incerte, c’era scritto:
LEO E IL SUO CUGINO NOTTURNO
Mi fermai a guardarlo più del necessario.
La madre mi vide e disse: “È la prima cosa che ha voluto fare stamattina.”
Io annuii e basta, perché in quel momento mi fidavo poco della mia voce.
“Posso tenerlo qui?” chiese Mattia.
“Direi che è il suo posto,” risposi.
Nel tardo pomeriggio il padre tornò con una busta piccola di tela.
“Una signora del bar all’angolo mi ha prestato dei pennarelli,” disse. “Mattia ha detto che Secchiotto aveva bisogno di dettagli.”
“Giusto,” dissi. “Un cane professionista non può andare in giro senza rifiniture.”
Allora, tra una terapia e un sonnellino e una visita veloce del medico, passammo mezz’ora a migliorare il secchio.
Mattia aggiunse delle macchie marroni.
La madre disegnò una targhetta col nome.
Il padre gli fece delle sopracciglia così storte che sembrava perennemente offeso.
Quando arrivò un’infermiera a controllare la flebo, si fermò sulla porta e disse: “Ma questo è il cane più brutto del piano.”
Mattia sorrise orgoglioso.
“Però è il migliore.”
“Questo si vede,” disse lei.
E in quella stanza, per la seconda sera di fila, non c’era solo stanchezza.
C’era anche qualcosa che gli somigliava poco ma che ogni tanto riesce a entrare lo stesso.
Casa.
Tre giorni dopo, successe una cosa che cambiò davvero l’aria.
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