Alle tre e sette di notte una madre mi mise nove euro in monetine sul bancone e mi chiese di rimettere via l’antibiotico di sua figlia.
Le notti di turno hanno tutte lo stesso silenzio.
Ma non tutte hanno lo stesso peso.
Ci sono notti in cui entra qualcuno per un mal di gola, una crema, una tachicardia che poi si rivela solo paura. E ci sono notti in cui, appena senti il campanello dello sportello, capisci subito che dall’altra parte c’è qualcuno che non sa più dove sbattere la testa.
Quella era una di quelle notti.
Ero solo in farmacia.
Le luci al neon facevano sembrare tutto più freddo. Sul retro si sentiva il ronzio del frigorifero dei farmaci. Fuori la strada era vuota, bagnata, lucida di umidità. Ogni tanto passava una macchina lontana, poi di nuovo niente.
Quando suonò il campanello, guardai l’orologio.
Le 3:07.
Aprii lo sportello e vidi prima la bambina.
Avrà avuto cinque anni, forse sei. Era in braccio a sua madre, con la faccia accesa dalla febbre, i capelli attaccati alla fronte, gli occhi mezzi chiusi. Non piangeva nemmeno più. Aveva quell’aria spenta dei bambini quando stanno davvero male e il corpo non ha più voglia di lamentarsi.
Poi guardai la madre.
Si chiamava Elena, l’ho saputo dopo.
Giovane, sì, ma consumata in volto come succede a certe persone quando dormono poco da troppo tempo. Aveva il cappotto chiuso male, i capelli raccolti in fretta e quella stanchezza negli occhi che non viene da una sola notte andata male. Viene da settimane intere passate a reggere tutto da sola.
Mi porse la ricetta.
Antibiotico.
Paracetamolo per bambini.
Inserii tutto nel sistema, controllai la tessera sanitaria, riprovai una seconda volta. Niente. In quel momento non riuscivo a far passare la pratica come sarebbe servito.
Stampai lo scontrino.
Ventidue euro e cinquanta.
Lo dissi piano. Quasi con vergogna io al posto suo.
Elena annuì subito, ma in quel modo veloce di chi ha già capito che c’è un problema e sta solo cercando di non crollare prima del tempo. Mise la bambina giù per un attimo, tenendola stretta a una gamba, e iniziò a cercare nella borsa.
Un fazzoletto spiegazzato.
Un pacchetto di cracker aperto.
Una macchinina rossa senza una ruota.
Due fermagli.
Poi le monete.
Le appoggiò una a una sul piccolo ripiano dello sportello. Monetine gialle, quasi tutte. Le contò. Poi le ricontò, come se la cifra potesse cambiare per pietà.
Erano nove euro.
Solo nove.
Lei non guardò me.
Guardò le monete.
Poi la ricetta.
Poi sua figlia.
E disse con una voce rotta ma bassa, come chi non vuole disturbare neppure nel dolore:
“Allora mi dia solo lo sciroppo per la febbre. L’antibiotico torno a prenderlo domani.”
Non alzò la voce. Non si lamentò. Non fece scenate.
Ed è stata proprio questa la cosa che mi ha fatto più male.
Sembrava una frase già pronta. Una frase ripassata in testa lungo tutto il tragitto. Come se, uscendo di casa nel cuore della notte con una bambina che bruciava di febbre, si fosse già preparata all’idea di dover scegliere quale cura poteva permettersi subito e quale no.
La bambina sollevò appena la testa dalla spalla della madre e sussurrò con la voce impastata:
“Mamma, dobbiamo lasciare qualcosa?”
Rimasi fermo per un secondo.
In questo lavoro ne vedi tante. Gente agitata, gente scortese, gente spaventata. Ma certe frasi piccole ti arrivano addosso più di tutto il resto.
Presi le due confezioni e andai nel retro.
Non perché ci fosse altro da controllare.
Perché avevo bisogno di respirare.
Restai qualche secondo lì, in piedi, davanti agli scaffali. Pensavo solo a una madre in piena notte che faceva conti con le monetine mentre teneva in braccio una figlia malata. Come se un’infezione potesse aspettare la settimana successiva. Come se la salute di un bambino potesse dipendere da quello che resta in fondo a una borsa a fine mese.
Quando tornai allo sportello, Elena aveva allineato le monete in fila, tutte dritte.
Un gesto piccolo, ma pieno di dignità.
Le porsi lo sciroppo.
Poi anche l’antibiotico.
Lei corrugò la fronte.
“No,” disse subito. “Solo lo sciroppo.”
“Porti via tutto e due.”
Mi guardò come se non avesse capito.
“Non bastano.”
“Lo so.”
Scosse la testa.
“No davvero, non voglio problemi. Ripasso domani. O dopodomani.”
Glielo dissi con calma, cercando di non ferirla ancora di più.
“Stasera lei non è una cliente che non ha abbastanza soldi. Stasera è solo una madre con una bambina malata.”
Le si riempirono gli occhi.
Non in modo teatrale. Non con quelle lacrime rumorose dei film.
Solo quelle vere, che arrivano quando una persona ha resistito finché ha potuto e non ce la fa più a fare finta di niente.
Presi i suoi nove euro e il resto ce lo misi io, in silenzio.
Senza fare discorsi.
Senza sentirmi buono.
Volevo solo che quella bambina tornasse a casa con tutte le medicine che le servivano.
Elena strinse Sofia più forte. Solo allora seppi il nome della piccola, perché lo sussurrò mentre le sistemava la coperta sulle gambe.
Prima di andare via, mi disse piano:
“Glieli riporto.”
Le risposi:
“Prima faccia passare la febbre alla bambina.”
Tre settimane dopo tornarono.
Di mattina, stavolta.
Sofia stava bene. Aveva di nuovo colore in faccia e teneva sotto il braccio un coniglietto di stoffa. Elena era ancora stanca, si vedeva, ma non era più la stessa stanchezza disperata di quella notte.
Posò una busta sul banco.
Dentro c’erano tredici euro e cinquanta.
E un foglio piegato in due.
Lo aprii.
C’era un disegno fatto da Sofia. Tre omini storti, una finestrella quadrata, una luce gialla. Sul retro, in stampatello incerto, aveva scritto:
Grazie per le medicine.
Mi girai un attimo verso lo scaffale dietro di me, giusto il tempo di riprendere fiato.
Da quella notte ci penso spesso.
Non perché io abbia fatto qualcosa di straordinario.
Ma perché nessun bambino malato dovrebbe dipendere dalle monetine rimaste in una borsa alla fine del mese.
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