Alle Cinque, il Cane di Mia Figlia Mi Insegnò a Tornare a Vivere

La prima volta che Biscotto non si sedette davanti alla porta alle cinque, mi spaventai più di quanto voglia ammettere.

Per due anni avevo desiderato che smettesse di aspettare.

Poi, quando accadde davvero, mi sembrò di perdere Viola una seconda volta.

Erano le cinque meno tre.

Io ero già in piedi con il guinzaglio in mano, come avevo imparato a fare.

Prima ancora che l’orologio arrivasse all’ora precisa, mi alzavo.

Non perché fossi coraggioso.

Perché sapevo che, se restavo seduto, il dolore avrebbe occupato tutta la stanza.

Biscotto era sulla sua coperta.

Mi guardava.

Non verso la porta.

Verso di me.

Aveva il muso bianco, gli occhi stanchi e quella calma che hanno i cani anziani quando hanno già capito molto più di noi.

Io sollevai piano il guinzaglio.

«Andiamo, vecchio mio?»

Lui non si mosse subito.

Per un attimo pensai che stesse male.

Il cuore mi fece un colpo secco.

Posai il guinzaglio sul divano e mi avvicinai.

«Biscotto?»

Lui alzò la testa.

Poi fece una cosa strana.

Non andò alla porta.

Andò verso il mobile dell’ingresso.

Si fermò sotto il cappotto di Viola.

Quello che io non avevo ancora tolto.

Lo annusò piano.

Non con l’agitazione dei primi mesi.

Non come chi cerca qualcuno che deve entrare.

Lo annusò come si saluta una persona cara prima di uscire.

Poi tornò da me.

E spinse il muso contro il guinzaglio.

Io rimasi fermo.

Con quel pezzo di corda in mano e gli occhi già pieni.

«Hai ragione tu», sussurrai. «Prima si saluta. Poi si va.»

Non so perché quella frase mi uscì così.

Forse perché Biscotto, in quel momento, sembrava sapere meglio di me come si fa a vivere con i morti senza restare morti insieme a loro.

Gli agganciai il guinzaglio.

Aprii la porta.

E per la prima volta, alle cinque precise, non aspettammo qualcuno.

Uscimmo.

Le scale odoravano di pulito e di vecchie pareti.

Un vicino chiuse piano una porta.

Da qualche appartamento arrivava il rumore di piatti, di televisori bassi, di vita normale.

Quella vita che per tanto tempo mi era sembrata quasi offensiva.

Come poteva il mondo continuare a fare rumore?

Come potevano le persone comprare il latte, ridere al telefono, dimenticare un ombrello?

Poi, piano piano, avevo capito una cosa che non volevo capire.

Il mondo non continuava perché non gliene importava.

Continuava perché anche il dolore, se resta immobile, diventa una stanza senza finestre.

Biscotto scese le scale lentamente.

Ogni gradino era una piccola fatica.

Io lo seguivo senza tirare.

Una volta era lui a trascinarmi.

Ora eravamo due vecchi, anche se io non volevo ancora chiamarmi così, che imparavano a camminare allo stesso passo.

Arrivati in strada, presi la direzione del giardinetto.

Era il nostro giro abituale.

Dieci minuti, una panchina, due alberi, poi casa.

Ma Biscotto si fermò.

Piantò le zampe sul marciapiede.

Guardò dall’altra parte.

Io sapevo bene cosa c’era da quella parte.

Il forno.

Il piccolo forno dove Viola aveva lavorato.

Non ci passavo davanti da due anni.

Nemmeno per sbaglio.

Avevo cambiato strada, abitudini, perfino negozio.

Mi ero convinto che fosse normale.

In realtà avevo solo paura di una vetrina.

Biscotto invece guardava in quella direzione con una fermezza tranquilla.

Non tirava forte.

Non faceva capricci.

Mi stava chiedendo.

E questo era peggio.

«No, Biscotto», dissi piano. «Non oggi.»

Lui non si mosse.

Mi guardò.

Poi guardò di nuovo verso il forno.

Mi venne da ridere, ma era una risata rotta.

«Sei testardo come lei.»

Appena lo dissi, sentii la gola chiudersi.

Viola era testarda.

Quando voleva qualcosa, non alzava mai la voce.

Ti guardava solo.

Aspettava.

E alla fine eri tu a dire sì, fingendo che fosse stata una tua idea.

Così feci anche quel giorno.

«Va bene», dissi. «Ma piano.»

Biscotto mosse la coda una volta sola.

Come se non avesse vinto.

Come se avesse solo fatto quello che andava fatto.

Il forno era a pochi minuti.

La strada era la stessa di sempre, ma io la vedevo come se fosse cambiata.

Il portone con le cassette della posta ammaccate.

Il negozio di frutta all’angolo.

La panchina dove Viola si sedeva quando mi chiamava dicendo: «Papà, scendo tra cinque minuti.»

Io le rispondevo sempre: «Sono già qui.»

E poi brontolavo perché ero arrivato troppo presto.

Adesso darei qualunque cosa per aspettarla ancora cinque minuti.

Quando arrivammo davanti al forno, mi fermai.

La vetrina era illuminata.

Dentro c’erano filoni di pane, biscotti semplici, focacce tagliate a quadrati.

L’odore usciva dalla porta ogni volta che qualcuno entrava.

Pane caldo.

Farina.

Zucchero.

Casa.

Biscotto alzò il muso.

Inspirò piano.

E chiuse gli occhi.

Io dovetti appoggiarmi al muro.

Perché per un secondo non ero più lì.

Ero di nuovo nell’ingresso, con Viola che rientrava stanca, la borsa sulla spalla e quel profumo di pane addosso.

«Papà, non fare quella faccia. Oggi ho portato qualcosa di buono.»

Poi Biscotto le saltava addosso.

E io dicevo della porta.

E lei rideva.

Una donna uscì dal forno con un sacchetto in mano.

Mi vide.

Vide Biscotto.

Si fermò.

Aveva forse trent’anni, forse qualcuno in più.

Un viso comune, stanco da lavoro, le mani bianche di farina.

Non era lì per fare scena.

Era semplicemente una persona che aveva passato la giornata in piedi.

«È lui?» chiese piano.

Io la guardai senza capire.

Lei abbassò gli occhi su Biscotto.

«È Biscotto, vero?»

Sentire quel nome dalla bocca di una sconosciuta mi fece quasi male.

«Sì», risposi.

La donna si portò una mano al petto.

«Io sono Marta. Ho lavorato qualche mese con Viola. Poco, prima che…»

Non finì la frase.

E gliene fui grato.

Ci sono parole che non servono.

Biscotto le annusò la mano.

Marta si inginocchiò piano, senza invaderlo.

«Ciao, amore. Lei parlava sempre di te.»

A quel punto Biscotto fece una cosa che non faceva più con nessuno.

Le appoggiò il muso sulla spalla.

Non saltò.

Non si agitò.

Solo quel gesto.

Stanco, fiducioso, delicato.

Marta chiuse gli occhi.

Quando li riaprì, erano lucidi.

«Mi scusi», disse. «Non volevo…»

«Non si scusi.»

Restammo lì, davanti al forno, come tre persone che avevano conosciuto la stessa assenza da porte diverse.

Poi Marta entrò un momento e tornò con un piccolo pezzo di pane.

«Viola teneva sempre da parte un angolino per lui», disse. «Diceva che Biscotto riconosceva i giorni difficili dal rumore delle chiavi.»

Io presi il pane.

Le mie dita tremavano.

«Sì», dissi. «Li riconosceva.»

Biscotto mangiò piano.

Non come quando era giovane, tutto entusiasmo e briciole.

Masticò con calma.

Poi guardò la porta del forno.

Non come guardava la porta di casa.

Non aspettando.

Ricordando.

Da quel giorno, il nostro giro cambiò.

Non tutti i giorni.

All’inizio non ce la facevo.

A volte arrivavo all’angolo e tornavo indietro.

A volte Biscotto capiva e non insisteva.

Questo mi commuoveva più di tutto.

Perché lui non mi obbligava a guarire.

Mi accompagnava soltanto fino a dove riuscivo ad arrivare.

Poi, piano piano, il forno diventò parte del nostro passo.

Alle cinque uscivamo.

Salutavamo il cappotto di Viola.

Scendevamo le scale.

Camminavamo fino alla vetrina.

Marta, quando c’era, alzava una mano.

Qualche volta usciva con un piccolo avanzo di pane secco per Biscotto.

Qualche volta no.

E andava bene lo stesso.

Io iniziai a comprare qualcosa.

All’inizio solo un panino.

Poi due.

Poi una focaccia piccola.

La portavo a casa e la mangiavo seduto al tavolo.

Non davanti alla televisione.

Non in piedi, come avevo fatto per mesi.

Al tavolo.

Dove Viola lasciava sempre le briciole e io fingevo di arrabbiarmi.

Una sera, tornando dal forno, trovai il coraggio di aprire l’armadio dell’ingresso.

Il cappotto di Viola era ancora lì.

Lo presi tra le mani.

Aveva perso quasi tutto il suo profumo.

Questa cosa mi ferì in modo assurdo.

Come se perfino la stoffa avesse deciso di lasciarmi.

Mi sedetti sul pavimento con il cappotto sulle ginocchia.

Biscotto venne accanto a me.

Non appoggiò il muso.

Non chiese niente.

Restò.

Dopo un po’, gli dissi:

«Non posso tenere tutto fermo, vero?»

Lui sospirò.

Quel grande sospiro da cane vecchio, pieno di pazienza.

Così feci una cosa piccola.

Non buttai niente.

Non quel giorno.

Presi solo le scarpe di Viola da sotto il mobile.

Una era ancora dritta.

L’altra girata, come l’aveva lasciata lei.

Le pulii con un panno.

Poi le misi in una scatola.

Sopra scrissi: Viola.

Solo questo.

Non “ricordi”.

Non “cose da conservare”.

Solo il suo nome.

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