«Nonno, perché chiami il tuo stesso numero ogni giorno?»
La voce di Elia ha rotto il silenzio pesante del mio appartamento. Mio nipote, un ragazzo di vent’anni alto e dinoccolato, era fermo sulla porta della cucina con una busta della spesa in mano. Mi aveva colto di sorpresa.
Avevo appena riposto il vecchio ricevitore beige sulla base. Le mie mani tremavano leggermente, come ogni mattina dopo quel rituale assurdo.
Mi sono voltato verso di lui. Mi guardava con quell’aria che hanno i giovani d’oggi: un misto di curiosità e preoccupazione, come se stesse cercando i primi segni di demenza senile nei miei occhi stanchi. Doveva pensare che il vecchio Vittorio stesse perdendo colpi. Che non sapesse più come funziona un telefono.
«Siediti, Elia», ho mormorato indicando la vecchia poltrona di velluto.
Ha posato la spesa e si è seduto, infilando il suo smartphone di ultima generazione in tasca. Il contrasto era evidente. Lui, figlio dell’era digitale, e io, un reperto storico aggrappato a una linea fissa che nessuno usa più.
«Non è un errore, ragazzo mio», ho iniziato con la gola stretta. «So benissimo che se chiamo la mia linea, il telefono risulta occupato.»
«Ma allora… perché lo fai?» ha insistito dolcemente.
Ho guardato fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti della città era grigio, quella tonalità malinconica che sembra pesare sull’anima quando si vive soli.
«Quando tua nonna Caterina era ancora viva… Questa era la sua ora. Le dieci in punto. Ogni giorno, durante la sua pausa, mi chiamava. Solo per sentire la mia voce, per chiedermi se avevo preso le medicine o per dirmi che aveva comprato il pane fresco.»
Ho fatto una pausa, lasciando affiorare i ricordi. Il profumo del suo sugo, il suono della sua risata attraverso la cornetta.
«Da quando se n’è andata, il silenzio qui dentro è… assordante. Così, ogni mattina, alle dieci, alzo la cornetta e compongo il nostro numero. Sento il segnale di “occupato”. Tu-tu-tu… E per quei pochi secondi, chiudo gli occhi. Immagino che lei sia all’altro capo del filo, che stia provando a chiamarmi nello stesso istante in cui la chiamo io. Mi dico che la linea è occupata perché le nostre due anime stanno cercando di mettersi in contatto contemporaneamente.»
Una lacrima è scivolata sulla mia guancia, perdendosi tra le rughe del viso.
«È stupido, lo so. È una bugia che mi racconto per sopravvivere fino a domani. Per non ammettere che nessuno mi chiamerà mai più a quell’ora.»
Elia non ha detto nulla. Ha abbassato gli occhi, fissando il tappeto consunto. Ho creduto di vedere le sue spalle incurvarsi leggermente. Sicuramente non capiva. Come potrebbe? La sua generazione è connessa col mondo intero, ma ignora questo tipo di solitudine assoluta.
Si è alzato bruscamente, ha sistemato la spesa nel frigo senza dire una parola, mi ha dato un bacio veloce sulla fronte ed è andato via.
«A presto, Nonno. Stammi bene.»
La porta si è chiusa. Il silenzio è tornato, più pesante di prima. Mi sono sentito un vecchio sciocco. Avevo esposto la mia debolezza, e lui era fuggito.
Il mattino seguente. 9:59.
Mi sono seduto sulla mia poltrona. La pendola nel salotto scandiva i secondi. Tic-tac, tic-tac. Il mio cuore batteva un po’ troppo forte. La vergogna del giorno prima era ancora lì, ma il bisogno del mio rituale era più forte. Avevo bisogno di quel “tu-tu” familiare. Avevo bisogno di quell’appuntamento fantasma con mia moglie.
10:00.
La mia mano si è allungata verso il telefono. Stavo per alzare la cornetta.
DRIIIN!
Ho fatto un salto così violento che ho quasi rovesciato il tavolino. Il telefono. Il vecchio telefono fisso. Stava squillando.
Erano tre anni che non squillava a quell’ora. Un errore? Un call center?
DRIIIN!
Lo squillo acuto risuonava nell’appartamento vuoto come un grido. Le mie mani tremavano in modo incontrollabile. Ho afferrato la cornetta, portandola lentamente all’orecchio, col fiato corto.
«Pronto?» ho gracchiato, con la voce rotta dall’emozione.
Un breve silenzio. Poi, una voce. Non quella di mia moglie. Ma una voce calda, viva, piena di una tenerezza infinita.
«Ciao Nonno… sono Elia.»
Mi è mancato il respiro.
«Volevo solo dirti che sono le dieci», ha continuato, con la voce un po’ insicura. «E volevo che tu sapessi che… c’è qualcuno che ti sta pensando, adesso, proprio in questo momento. Non hai più bisogno di immaginare che la linea sia occupata, Nonno. Ci sono io.»
Le lacrime sono sgorgate, calde e liberatorie. Non erano lacrime di tristezza, ma di puro sollievo.
«Grazie, ragazzo mio… Grazie», sono riuscito a dire.
«Ti richiamo domani, va bene? Alle dieci. Promesso.»
Ho riagganciato dolcemente, tenendo la mano sulla cornetta ancora calda. Il grigiore fuori sembrava improvvisamente meno opprimente.
Ho capito una cosa quel giorno. A volte l’amore non muore. Cambia semplicemente voce. E a volte, tutto ciò che serve per riportare in vita un vecchio uomo… è una semplice telefonata.
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