Avevo promesso di lasciarla andare, ma il gatto salvò anche me

Avevo promesso alla mia migliore amica che, dopo la sua morte, avrei portato il suo gatto al gattile. Stamattina ho deciso di non mantenere quella promessa.

Mi chiamo Teresa. Ho settantaquattro anni, sono vedova da nove, e vivo da sola in un piccolo paese di provincia dove la gente saluta ancora dalle macchine e si accorge subito se per due giorni di fila le persiane restano abbassate.

Per molto tempo, a me andava bene così.

Il silenzio mi sembrava più semplice.

Nel silenzio nessuno mi chiedeva come stavo davvero. E io non dovevo inventarmi una risposta.

Le mie giornate erano sempre uguali. Caffè alle sei. La televisione accesa solo per fare compagnia. Una passeggiata lenta fino alla cassetta della posta. Qualcosa di leggero la sera. A letto prima delle dieci, anche quando sonno non ne avevo.

L’unica persona che entrava in quel silenzio come se le appartenesse era la mia amica Carla.

Ci conoscevamo da quasi tutta la vita. Da quando i nostri figli erano piccoli, da quando facevamo progetti lunghi, di quelli che andavano oltre il mese dopo. Il tempo ci aveva tolto tanto. Ma aveva lasciato noi due.

Carla abitava tre strade più in là, in una casetta chiara con troppi vasi davanti alla porta e il gradino d’ingresso un po’ storto. Glielo dicevo sempre che doveva sistemarlo. Lei rideva e cambiava discorso.

E Carla aveva Nuvola.

Nuvola era una gatta anziana, grigia, con un orecchio un po’ strappato e quel modo lento e attento di muoversi che hanno gli animali vecchi. Non era una gatta che cercava carezze da tutti. Guardava. Aspettava. E quando decideva di fidarsi, ti si metteva vicino. Non addosso. Solo vicino. Quel tanto che bastava per farti sentire che c’era.

Per anni non ci ho pensato troppo a lei.

Finché Carla non si è ammalata.

All’inizio erano visite, esami, parole dette a bassa voce per non spaventare nessuno. Poi sono arrivati i pomeriggi lunghi, la posta lasciata sul mobile dell’ingresso, e quel silenzio strano che entra in casa quando la verità ormai c’è, ma nessuno ha ancora il coraggio di dirla fino in fondo.

L’ultima volta che mi sono seduta accanto al suo letto, Carla mi ha preso la mano. Le sue dita erano leggere, più leggere di come le ricordavo.

“Se me ne vado prima io,” mi ha detto piano, “porta Nuvola al gattile. Non farti legare da lei. Promettimelo.”

Io non ho discusso.

“Te lo prometto,” le ho detto.

È morta pochi giorni dopo, poco prima dell’alba.

Dopo la funzione in chiesa, dopo che sua figlia è ripartita, dopo che la casa ha cominciato a sembrare una casa vuota e non più la casa di Carla, sono andata a prendere Nuvola.

Era seduta sulla poltrona di Carla.

Sempre quella. Sempre nello stesso punto. Come se niente fosse cambiato.

Nuvola ha guardato me, poi la porta d’ingresso alle mie spalle.

Aspettava.

Ho detto il suo nome sottovoce.

Lei non si è mossa.

Continuava a guardare la porta, come se da un momento all’altro Carla dovesse rientrare con la borsa della spesa e il fiatone.

L’ho portata a casa mia solo per una notte.

Solo il tempo di fare quello che avevo detto che avrei fatto.

Quella notte sola ha cambiato tutto.

Ha bevuto dalla ciotola nella mia cucina come se fosse sempre stata lì. Ha girato per casa piano, senza paura, come se si stesse facendo una mappa. Quando sono andata a letto, non ha fatto storie, non ha miagolato, non è saltata addosso a me. Si è messa in fondo al letto e basta.

E per la prima volta dopo anni casa mia non mi è sembrata vuota.

La mattina dopo l’ho messa nel trasportino.

Avevo già preparato i documenti. Sapevo esattamente dove dovevo andare.

Il tragitto era corto, ma a me sembrava interminabile. Nuvola non ha fatto un verso. Niente graffi. Niente lamenti. Solo quegli occhi fermi che mi guardavano dalla grata, come se aspettasse di capire se facevo sul serio.

Quando siamo arrivate, era tutto in ordine. Pavimento pulito. Coperte piegate bene. Voci basse. Ciotole sistemate. Un posto tranquillo.

Sicuro.

Continuavo a ripetermelo.

È quello che voleva Carla.

Sicuro.

Sono entrata con il trasportino in mano. Una donna alla scrivania mi ha sorriso con gentilezza.

“Faccia con calma,” mi ha detto.

Io ho appoggiato il trasportino a terra.

Ma le mani non le ho tolte.

Pensavo a Carla. A come mi aveva guardata quel giorno. Alla fiducia che aveva avuto in me. Alla parola che le avevo dato. Per noi, una promessa non era una cosa piccola.

Poi ho abbassato gli occhi verso Nuvola.

Si era avvicinata allo sportellino. Aveva una zampa appoggiata piano contro la grata. Non in modo agitato. Non come per scappare. Era più come se stesse cercando qualcosa, o qualcuno.

In quel momento dentro di me si è rotto qualcosa.

O forse si è rimesso a posto, non lo so.

“So che avevo detto di sì,” ho sussurrato, con la voce che tremava. “Ma io qui non ce la faccio a lasciarla.”

La donna davanti a me si è fermata un attimo. Poi ha annuito, come se avesse capito più di quanto io fossi riuscita a spiegare.

“Allora non la lasci,” mi ha risposto piano. “Vedrà che troviamo un modo.”

Non mi ricordo quasi niente di quello che è successo dopo.

Mi ricordo solo che sono uscita da lì con Nuvola ancora con me, e che per la prima volta da giorni mi sembrava di respirare bene.

Da allora, vicino al lavello della cucina c’è una ciotola. Sul divano c’è una copertina morbida che faccio finta di non aver comprato apposta per lei. Sui miei golf ci sono peli grigi. E per casa c’è una presenza silenziosa che mi segue da una stanza all’altra.

La mattina, a volte, Nuvola si siede vicino alla finestra come faceva a casa di Carla.

La sera si acciambella abbastanza vicino da farmi capire che non sono sola.

Per un po’ ho pensato che fossi stata io a salvare lei.

Ma non è vero.

È lei che ha riempito un silenzio in cui vivevo da anni. Un silenzio a cui mi ero abituata così tanto da non sentirlo quasi più.

Forse quella promessa l’ho rotta davvero.

Ma oggi penso che allora non avevo capito bene cosa Carla volesse dire.

Lei non voleva che Nuvola venisse lasciata via.

Voleva che fosse al sicuro.

E forse, senza dirmelo in modo chiaro, non voleva nemmeno che io restassi completamente sola dopo di lei.

Adesso Nuvola ogni tanto appoggia la testa contro la mia mano, come se avesse sempre saputo dov’era il suo posto.

E io ho capito una cosa che quel giorno, in ospedale, ancora non riuscivo a capire.

Ci sono promesse che non si mantengono facendo alla lettera quello che abbiamo detto.

Ci sono promesse che si mantengono capendo, anche tardi, cosa una persona amata ci aveva davvero affidato.

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