Ma non era soltanto pietà.
Quel volto gli ricordava qualcosa.
Una panchina.
Sua madre a terra.
Una voce calma che gli diceva di non avere paura.
Samuele chiuse gli occhi, sforzandosi di ricordare.
In sala, Laura controllò l’orologio.
Erano passati meno di dieci minuti.
Il servizio sembrava tornato normale.
Poi una donna vicino al bar cominciò a tossire.
All’inizio fu un colpo leggero.
Poi un altro.
In pochi secondi, la tosse divenne violenta.
La donna si portò una mano alla gola.
«Non riesco… non riesco a respirare.»
Il marito si alzò di scatto, facendo cadere la sedia.
«Silvia? Che cosa hai?»
La donna cercò di rispondere, ma le gambe cedettero.
Cadde contro il tavolo e scivolò sul pavimento.
La sala esplose nel panico.
«Chiamate i soccorsi!»
«È allergica a qualcosa?»
«Fatele spazio!»
Laura corse verso di lei.
Aveva frequentato un corso di primo soccorso, ma in quel momento ricordava soltanto frammenti confusi.
«Signora, mi sente?»
Silvia aveva il viso pallido e respirava a fatica.
Un uomo seduto due tavoli più in là si alzò, barcollò e si aggrappò allo schienale.
«Mi gira la testa.»
Un altro cliente si portò una mano al petto.
«Ho la nausea.»
In cucina, un aiuto cuoco lasciò cadere una padella.
«Anche io non mi sento bene.»
Laura sentì il sangue gelarsi.
Tre persone.
Poi quattro.
Non poteva essere una semplice allergia.
Prese il telefono e chiamò i soccorsi.
«Ci sono più clienti che stanno male», disse con voce tremante. «Difficoltà respiratorie, vertigini, nausea.»
Dall’altro capo le ordinarono di aprire porte e finestre e di far uscire tutti.
Laura guardò la sala piena.
«Evacuare? Ma fuori piove.»
Il suo primo pensiero non fu la sicurezza.
Fu il conto.
Centoventi coperti.
Una serata da migliaia di euro.
Poi Silvia smise quasi completamente di reagire.
«Aprite tutto!» urlò Laura. «Tutti fuori!»
Ma nessuno si muoveva nella direzione giusta.
I clienti si accalcavano vicino all’ingresso. I camerieri gridavano ordini diversi. Rocco cercava di mantenere il controllo, ma aveva perso ogni autorità.
Fuori, Ernesto vide la confusione attraverso la vetrina.
Vide una donna a terra.
Vide un uomo barcollare.
Vide il personale di cucina che si appoggiava alle pareti.
Alzò gli occhi verso le griglie di aerazione sopra il locale.
La grande ventola della cucina si fermava e ripartiva a scatti.
Poi guardò Marta.
«L’impianto.»
L’ingegnera era già scesa dall’auto.
«Potrebbe essere il generatore della cucina o la canna fumaria. Hanno rimandato la revisione.»
«Chiama di nuovo i soccorsi. Di’ che sospettiamo un accumulo di monossido.»
«Ernesto, aspetta.»
Ma lui aveva già attraversato la strada.
Rientrò dalla stessa porta da cui era stato cacciato.
Questa volta nessuno rise.
«Tutti fuori!» gridò, con una voce tanto ferma che perfino Rocco si voltò. «Non correte. Aprite le uscite laterali. Chi può camminare aiuti chi è in difficoltà.»
Laura lo fissò.
«Lei non può stare qui.»
Ernesto la guardò come si guarda qualcuno che non ha ancora capito la gravità di ciò che sta accadendo.
«Signora, se continua a pensare all’immagine del locale, tra cinque minuti potrebbe non esserci più nessuno da servire.»
Quelle parole la colpirono come uno schiaffo.
Ernesto si inginocchiò accanto a Silvia.
Le controllò il polso, poi inclinò con attenzione la testa della donna per liberarle le vie respiratorie.
«Da quanto tempo è incosciente?»
Il marito balbettò.
«Un minuto. Forse due.»
«Portiamola vicino alla porta. Piano. Non lasciatele cadere la testa.»
Uno dei clienti protestò.
«Ma lei chi è?»
«Uno che sa che qui dentro l’aria non è sicura.»
Rocco fece un passo avanti.
«Lasci lavorare i soccorritori.»
Ernesto si voltò.
«Arriveranno più in fretta se smette di bloccare l’uscita.»
Per la prima volta, la guardia abbassò gli occhi.
Insieme a due camerieri, sollevò Silvia e la portò verso l’ingresso.
Ernesto passò al secondo uomo.
Gli controllò il respiro, gli allentò la cravatta e gli parlò con calma.
«Non si alzi da solo. Respiri lentamente. Tra poco le daranno ossigeno.»
Le sirene si avvicinavano.
Marta entrò mostrando al personale un documento tecnico.
«La centrale termica deve essere spenta immediatamente. Dov’è il quadro di emergenza?»
Il capo sala indicò il corridoio.
Samuele uscì dalla cucina.
«La accompagno io.»
Mentre correvano, lui guardò Ernesto.
E finalmente ricordò.
«Dottor Bassi?»
Ernesto alzò appena lo sguardo.
Samuele si fermò.
«È lei.»
«Adesso aiuta l’ingegnera. Parliamo dopo.»
Le prime squadre di soccorso arrivarono mentre i clienti uscivano sul marciapiede.
Gli operatori misurarono l’aria.
Uno di loro guardò il rilevatore e gridò:
«Concentrazione pericolosa! Nessuno rientri!»
Alla donna priva di sensi venne applicata una maschera d’ossigeno.
Dopo pochi minuti, Silvia tossì e riaprì gli occhi.
Il marito si mise a piangere.
«Mi senti?»
Lei annuì debolmente.
Anche gli altri clienti cominciarono a riprendersi all’aria aperta e con l’ossigeno.
Non ci furono miracoli inspiegabili.
Ci furono competenza, rapidità e una porta aperta in tempo.
Ma per molti presenti, quella coincidenza sembrò comunque un segno.
L’uomo che avevano lasciato senza pane era tornato a salvare chi rideva di lui.
Laura uscì per ultima.
Si appoggiò al muro del palazzo, incapace di smettere di tremare.
Davanti al locale si erano fermate ambulanze, mezzi di soccorso e pattuglie.
I clienti parlavano tutti insieme.
Alcuni mostravano i video registrati poco prima.
Il filmato di Ernesto spinto fuori aveva già iniziato a circolare.
Carlo Neri attraversò la strada con la cartella sotto il braccio.
Non mostrò distintivi.
Non ne aveva bisogno.
Si presentò agli agenti, ai tecnici e alla direttrice.
«Sono l’avvocato incaricato dalla fondazione proprietaria dell’immobile. L’ingegnera Riva segue da mesi le segnalazioni sulla sicurezza del locale.»
Laura lo guardò come se non capisse le parole.
«Proprietaria dell’immobile?»
Carlo indicò Ernesto.
«Il palazzo apparteneva alla sua famiglia. È stato donato alla fondazione con precisi vincoli sociali.»
Matteo, il cameriere che aveva deriso l’anziano, impallidì.
«Lui è il proprietario?»
Ernesto scosse la testa.
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