Corse nel cantiere e chiese a un operaio di sposarla: nessuno sapeva chi fosse davvero quell’uomo

Lorenzo strinse gli occhi.

«Informazioni riservate.»

«Due dipendono da un fondo immobiliare. Il terzo da una società che controlla buona parte dei terreni intorno alle strutture sulla costa.»

«E allora?»

«Entrambe fanno capo al mio gruppo.»

Nella sala si levò un brusio.

Lorenzo osservò di nuovo i pantaloni sporchi di polvere.

«Chi sei?»

«Matteo De Santis.»

Il silenzio fu immediato.

Questa volta anche Vittorio dovette sedersi.

Lorenzo provò a sorridere.

«È assurdo.»

«Lo sarebbe meno se controllasse meglio i nomi prima di firmare.»

«Non puoi bloccare un’operazione per un capriccio personale.»

«Non è un capriccio. Nei documenti sono state nascoste informazioni sui licenziamenti e sulla vendita degli immobili. Il finanziamento verrà sospeso finché ogni clausola non sarà esaminata.»

«Ci vedremo in tribunale.»

«È suo diritto.»

Lorenzo guardò Eleonora.

Nel suo volto non c’era più il sorriso affettuoso mostrato agli invitati.

«Hai organizzato tutto tu.»

Eleonora sostenne il suo sguardo.

«Ieri mattina non conoscevo neppure il suo cognome.»

«Vuoi umiliarmi davanti a tutti?»

«Voglio essere libera davanti a tutti. È diverso.»

Lorenzo si voltò verso Vittorio.

«Se permette questa farsa, l’accordo è finito.»

Vittorio lo fissò.

Fino al giorno prima, quelle parole lo avrebbero terrorizzato.

Ma ora aveva davanti i dipendenti che conosceva da decenni.

Sua figlia con le scarpe da lavoro.

La sedia vuota dove un tempo sedeva Teresa.

Per anni aveva creduto di proteggere la famiglia tenendo nascosti i problemi.

In realtà aveva protetto soltanto il proprio orgoglio.

«Allora è finito», disse.

Lorenzo rimase immobile.

«Pensa bene a ciò che sta facendo.»

Vittorio guardò Eleonora.

«È proprio quello che non ho fatto abbastanza.»

Lorenzo lasciò la villa senza salutare.

I suoi parenti lo seguirono uno alla volta.

Quando il portone si chiuse, nessuno nella sala sapeva cosa dire.

Le lasagne erano ormai fredde.

Vittorio si coprì il volto con le mani.

«Ho rovinato tutto.»

Eleonora avrebbe voluto abbracciarlo.

Una parte di lei era ancora la bambina che correva da suo padre quando si sbucciava un ginocchio.

Ma non poteva fingere che una richiesta di perdono cancellasse anni di silenzio.

«Hai sbagliato», disse. «Ma non è la stessa cosa che aver rovinato tutto.»

Vittorio sollevò il viso.

«Gli alberghi potrebbero fallire.»

«Allora lo diremo.»

«Al paese?»

«Prima ai dipendenti. Poi alle banche. Poi a chiunque debba saperlo.»

«La gente parlerà.»

Eleonora si sedette accanto a lui.

«La gente parla anche quando non sa niente. Almeno questa volta parlerà della verità.»

Vittorio guardò Matteo.

«Perché ci sta aiutando?»

«Non vi sto regalando denaro.»

«Non ho chiesto questo.»

«Sua figlia mi ha chiesto di sposarla.»

Per la prima volta, qualcuno rise.

Fu una risata nervosa, ma liberò l’aria.

Persino Vittorio accennò un sorriso stanco.

«E lei cosa ha risposto?»

Matteo guardò Eleonora.

«Che non avevo bisogno dei suoi soldi.»

«Non hai risposto alla domanda», disse lei.

«Perché non era la domanda giusta.»

Eleonora capì.

Il giorno prima non gli aveva chiesto di amarla.

Gli aveva chiesto di salvarla.

E Matteo non voleva diventare un’altra gabbia, anche se dorata.

Nei mesi successivi, la famiglia Bellini visse tutto ciò che aveva cercato di evitare.

I giornali locali parlarono dei debiti.

I conoscenti fecero domande.

Alcuni amici smisero di telefonare.

Le zie litigarono.

Due cugini chiesero di vendere subito le loro quote.

La villa non ospitò più ricevimenti.

Ma gli alberghi rimasero aperti.

Eleonora assunse la direzione.

Vendette due proprietà inutilizzate, ridusse le spese di rappresentanza e annullò i contratti più rischiosi.

Vittorio lasciò la presidenza.

Per qualche settimana non uscì quasi di casa.

Poi una mattina si presentò nel più vecchio degli alberghi con una cassetta degli attrezzi.

Un rubinetto perdeva nella camera sette.

Il manutentore lo trovò inginocchiato sotto il lavandino.

«Presidente, che sta facendo?»

Vittorio alzò le spalle.

«Quello che sapevo fare prima di diventare importante.»

Matteo non rilevò il gruppo Bellini.

Concesse tempo, garanzie limitate e consulenza.

In cambio pretese conti trasparenti e la tutela dei lavoratori più anziani.

«Non sono beneficenza», disse durante una riunione. «Sono persone che conoscono questi edifici meglio di qualunque nuovo dirigente.»

Gino andava fiero di quella frase.

La ripeteva a tutti, aggiungendo sempre qualche parola che Matteo non aveva mai pronunciato.

Eleonora visitava spesso il cantiere.

All’inizio per seguire la ristrutturazione.

Poi anche quando non era necessario.

Portava il caffè nei bicchieri di carta e si sedeva con gli operai durante la pausa.

Aveva smesso di indossare abiti scelti per impressionare.

Le scarpe regalate da Salvatore erano ancora nel bagagliaio della sua automobile.

Le metteva ogni volta che entrava in cantiere.

Matteo non le parlava mai dei loro sentimenti.

Le chiedeva dei conti.

Dei dipendenti.

Di suo padre.

E qualche volta di sua madre.

Eleonora scoprì che anche Matteo aveva perso qualcuno.

Sua moglie era morta molti anni prima, dopo una lunga malattia.

Da allora aveva costruito interi quartieri, ma non aveva più permesso a nessuno di entrare davvero nella sua vita.

«Avevo paura di affezionarmi a qualcosa che potevo perdere», confessò una sera.

Erano seduti sui gradini dell’albergo quasi terminato.

«E ha funzionato?» domandò Eleonora.

«No. Ho perso anni lo stesso.»

Lei appoggiò la testa sulla sua spalla.

Non fecero promesse.

Non parlarono di matrimonio.

Rimasero lì mentre gli ultimi operai lasciavano il piazzale.

Un anno dopo, l’albergo riaprì.

Non ci furono tappeti rossi.

Eleonora invitò i dipendenti con le loro famiglie, gli artigiani e gli abitanti del quartiere.

Vittorio volle che nella hall fosse appesa una vecchia fotografia.

Ritraeva lui e Teresa davanti alla prima pensione.

Avevano vestiti semplici, capelli spettinati e un’insegna dipinta a mano.

Non sembravano ricchi.

Sembravano felici.

Durante l’inaugurazione, Eleonora cercò Matteo tra la folla.

Lo trovò nel cortile posteriore.

Indossava di nuovo il casco giallo e stava aiutando Gino a sistemare una ringhiera.

«Non riesci proprio a partecipare a una festa senza lavorare?» gli chiese.

«Non riesco a partecipare a una festa.»

Eleonora si avvicinò.

Aveva un vestito bianco semplice.

Non quello della fuga.

Un altro, scelto da lei.

Gli operai cominciarono a guardarli.

Gino appoggiò lentamente il trapano.

«Oh, no», mormorò Matteo.

Eleonora gli prese le mani.

Questa volta non tremavano.

«Mi sposi?»

Dal cortile partì una risata.

Matteo la fissò.

«Quanto mi paghi?»

«Niente.»

«Nessuna casa?»

«No.»

«Nessun lavoro migliore?»

«Quello te lo puoi trovare da solo.»

Matteo sorrise.

«E perché dovrei accettare?»

Eleonora si avvicinò ancora.

«Perché non ho più bisogno che tu mi salvi.»

Gli occhi di Matteo si fecero lucidi.

«E allora perché me lo chiedi?»

«Perché questa volta ti scelgo.»

Gino si asciugò gli occhi con la manica e gridò agli altri di stare zitti, anche se nessuno stava parlando.

Matteo tolse il casco.

Lo lasciò cadere a terra esattamente come il martello un anno prima.

Poi strinse Eleonora tra le braccia.

«Sì», disse. «Ma niente bella figura.»

Eleonora rise contro il suo petto.

«Mai più.»

Dal balcone, Vittorio li osservava accanto alla fotografia di Teresa.

Per tutta la vita aveva creduto che una famiglia dovesse nascondere le proprie crepe.

Quel giorno capì che erano state proprio le crepe a far entrare la luce.

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