La sera in cui capii che non stavamo più solo aspettando la fine, ma ricominciando davvero
Le prime notti non dormimmo quasi per niente.
Non per il dolore di Adriana, anche se la gamba le faceva ancora male e ogni volta che si alzava dalla sedia stringeva i denti credendo che io non me ne accorgessi.
Non dormivamo perché, dopo tanti anni da sole, sentire un altro respiro in casa sembrava una cosa enorme.
Io ero abituata al rumore del frigorifero, al ticchettio dell’orologio in corridoio, alla tubatura del bagno che tossiva piano ogni volta che aprivo l’acqua calda.
All’improvviso c’erano anche i suoi passi.
La sua tosse bassa al mattino.
Il cassetto delle posate che veniva chiuso sempre troppo forte.
La notte del terzo giorno mi svegliai di colpo, convinta di aver sentito qualcuno in cucina.
Restai immobile nel letto, con il cuore che batteva come una ragazzina sciocca. Poi arrivò l’odore.
Pane tostato.
Mi alzai, infilai la vestaglia e andai piano verso la cucina.
Adriana era lì, seduta al tavolo, con la mia tazza azzurra tra le mani e una fetta di pane nel piatto. Aveva acceso solo la luce sopra il lavello, quella piccola, e intorno la casa sembrava ancora mezza addormentata.
— Mi hai fatto prendere un colpo, le dissi.
Lei alzò gli occhi e fece quel mezzo sorriso che faceva sempre quando sapeva di aver torto ma non intendeva ammetterlo.
— Avevo fame.
— Alle tre e venti?
— L’età non porta saggezza. Porta fame a orari senza senso.
Mi sedetti davanti a lei.
Per un momento non dicemmo niente. Restammo lì, due vecchie donne in pantofole, con il pane tostato nel silenzio della notte.
Poi Adriana abbassò lo sguardo.
— Ho avuto paura, disse.
Non c’era bisogno di chiedere di cosa.
— Lo so, risposi.
— No. Non hai capito. Non della caduta. Quella è durata poco. Ho avuto paura dopo. Quando ero per terra. Quando sentivo il rumore della televisione e non riuscivo ad alzarmi. E continuavo a guardare l’orologio.
La sua voce si fece ancora più bassa.
— Pensavo solo una cosa: Teresa sta aspettando. Teresa penserà che mi sono dimenticata. Poi penserà che sto male. Poi penserà il peggio. E io ero lì, e non potevo fare niente.
Allungai una mano sul tavolo e la posai sopra la sua.
— Adesso sei qui.
Lei annuì, ma non bastava.
Ci sono momenti in cui la paura passa dal corpo e ti resta nelle abitudini. Si infila nelle cose piccole. Nella tazza che trema un poco quando la sollevi. Nel fatto che controlli due volte se hai spento il gas. Nel bisogno di sentire una voce dall’altra stanza.
Da quel giorno cominciammo a seguirci con lo sguardo anche senza volerlo.
Se lei andava in bagno e ci metteva troppo, io tendevo l’orecchio.
Se io mi chinavo per prendere una pentola bassa, lei diceva subito:
— Lascia stare, prendo io.
Io rispondevo:
— Se continui così, mi fai venire i nervi.
E lei:
— Meglio i nervi che un’altra caduta.
All’inizio ridevamo.
Poi capimmo che non era solo apprensione. Era il corpo che cercava di convincersi che l’altra era davvero lì.
Le giornate presero una forma nuova senza che nessuna delle due la decidesse davvero.
La mattina facevamo colazione insieme.
Lei voleva sempre aprire la finestra anche se l’aria era fredda. Diceva che una casa chiusa sa di tristezza. Io protestavo, mi stringevo nello scialle e dicevo che l’aria di marzo entrava nelle ossa.
A mezzogiorno preparavamo qualcosa di semplice.
La sera guardavamo un po’ di televisione, ma più che altro commentavamo la televisione. Che è una delle grandi utilità dell’avere qualcuno accanto: poter dire in pace che tutti parlano troppo e nessuno dice niente.
Ogni tanto litigavamo davvero.
Una mattina trovai il mio cassetto dei canovacci completamente sistemato.
Non c’era più niente al suo posto.
— Adriana, dove sono finiti quelli a quadri?
— Li ho piegati meglio.
— Non volevo che fossero piegati meglio. Volevo sapere dove sono.
— Sempre nel cassetto.
— Sì, ma dove?
— Teresa, se apri un cassetto e non trovi un canovaccio, il problema non è il cassetto. È l’età.
Le lanciai contro uno strofinaccio.
Lei rise così forte che dovette sedersi.
Un altro giorno toccò a me.
Avevo buttato via un vasetto di conserva che lei teneva in frigo da tempo immemorabile.
— Quello era ancora buono, disse con un tono scandalizzato.
— Quello era lì da prima di Natale.
— Appunto. Si era insaporito.
— Si era avvicinato all’aldilà.
Restammo offese per un’ora buona.
Poi Matteo bussò alla porta per riportarci un sacchetto che avevamo lasciato nell’androne e ci trovò sedute una da una parte e una dall’altra del tavolo, entrambe in silenzio.
Ci guardò un momento.
— Ho interrotto una guerra fredda? chiese.
— Peggio, disse Adriana. Ha buttato la mia conserva.
— Era pericolosa, risposi.
Lui fece una faccia seria, come se stesse riflettendo su una questione di Stato.
— Allora direi che siete sopravvissute entrambe. È già un buon risultato.
Fu il primo a trattare la nostra nuova vita come una cosa normale.
Non con pietà.
Non con quell’aria falsa di chi ti parla piano come se avessi già mezzo piede fuori dal mondo.
Semplicemente normale.
Ogni tanto passava a vedere se ci serviva qualcosa.
Un giorno cambiò una lampadina in corridoio. Un altro ci portò su una cassetta di arance che sua madre gli aveva dato in più.
Adriana gli chiese se mangiasse mai decentemente.
Lui disse di no.
Da allora, senza dichiararlo, cominciammo a mettergli da parte qualcosa.
Una porzione di lasagne.
Due polpette.
Un pezzo di torta secca.
Lui diceva sempre:
— Ma non dovevate.
E noi rispondevamo:
— Appunto. E invece.
La casa, che per anni mi era sembrata troppo piena di silenzio, cominciò a riempirsi di gesti.
La sua spazzola accanto alla mia.
Le sue compresse nel mobile del bagno.
Il rumore della sua sedia trascinata male sul pavimento.
Persino le sue lamentele.
— Hai messo di nuovo il volume troppo alto.
— E tu hai di nuovo spento la luce del corridoio.
— Perché nessuno vive in corridoio.
— Ma ci passa.
— E allora passi al buio.
In certi momenti mi capitava di dimenticare che quella sistemazione era nata da una paura.
Sembrava quasi che fosse sempre stato così.
Poi arrivavano i dettagli a ricordarmelo.
Il modo in cui Adriana, prima di sedersi, tastava sempre il bracciolo.
Il fatto che io, quando usciva sul pianerottolo per buttare l’immondizia, mi affacciavo dopo trenta secondi con una scusa.
La notte, qualche volta, la sentivo girarsi nel letto della stanza accanto.
E sapevo che non dormiva.
Una domenica, mentre sistemavo l’armadio del ripostiglio, trovai una scatola di fotografie che non aprivo da anni.
Le portai in cucina.
Adriana mise gli occhiali bassi sul naso e si avvicinò.
C’eravamo noi da bambine, con i grembiuli e i fiocchi storti.
Noi a diciott’anni, con certe acconciature che oggi non perdoneremmo a nessuno.
Noi il giorno del mio matrimonio, lei magra come un fuso e io con un vestito che adesso mi sembrava appartenuto a un’altra persona.
Poi i figli piccoli. I mariti ancora vivi. Le vacanze brevi. Le tavole apparecchiate la domenica.
A un certo punto Adriana prese una foto in cui c’erano i nostri due mariti seduti al tavolo di una trattoria, davanti a un piatto di fritto.
Li guardò a lungo.
— Ti ricordi quanto parlavano forte? disse.
— Credevano che urlare fosse personalità.
Lei rise.
Ma aveva gli occhi lucidi.
— Sai una cosa? mi disse dopo un po’. Io per tanto tempo ho pensato che il peggio fosse diventare vedova.
Aspettai.
— Poi ho pensato che il peggio fosse vedere i figli andare via e dover fare finta di essere contenta per loro mentre la casa si svuotava.
Girò la foto fra le dita.
— Adesso credo che il peggio sia quando ti abitui a non chiedere più niente.
Quelle parole mi rimasero addosso per ore.
Perché era vero.
C’è un momento, quando si invecchia, in cui smetti di chiedere.
Non chiedi un passaggio, per non disturbare.
Non chiedi aiuto con una busta pesante.
Non chiedi a qualcuno di fermarsi cinque minuti a bere un caffè.
Non chiedi nemmeno compagnia, perché ti sembra un lusso che non ti spetta più.
E a forza di non chiedere, ti convinci di non avere bisogno di niente.
Ma non è dignità.
A volte è solo tristezza con una buona educazione sopra.
La settimana dopo successe una cosa piccola, ma per me importante.
Adriana era in cucina a preparare il brodo. Io ero in camera a cercare una federa pulita.
A un certo punto sentii il cucchiaio cadere.
Non fu un gran rumore.
Un rumore normalissimo.
Eppure il cuore mi partì in gola come quel martedì sera.
Corsi in cucina quasi inciampando.
La trovai in piedi, ferma, una mano sul tavolo. Il cucchiaio era a terra.
Mi guardò sorpresa.
— Teresa, che succede?
Avevo il fiato corto.
— Ho sentito cadere qualcosa.
Lei guardò il cucchiaio, poi me.
Capì.
Non disse niente subito. Aprì le braccia appena.
Io ci andai contro come una stupida.
Restammo lì in piedi, abbracciate in mezzo alla cucina, con il brodo che sobbolliva e il cucchiaio per terra.
— Passerà, mi disse piano.
— Cosa?
— Questa paura.
Scossi la testa.
— Non del tutto.
— No, disse lei. Non del tutto. Ma diventerà più piccola.
Aveva ragione.
La paura non sparì.
Però si trasformò.
Da quella sera cominciai a non sentirmi solo responsabile di lei, ma anche accompagnata. C’era differenza.
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