Dopo il funerale volevo portare il cane di mio padre al canile. Poi quella vecchia borsa al collo mi mostrò l’uomo che non avevo mai conosciuto.
«Domani mattina ti porto al canile, Rudy.»
Lo dissi ad alta voce mentre chiudevo l’ultima scatola di piatti nella cucina di mio padre.
Il cane alzò appena la testa.
Aveva quasi quattordici anni, il muso diventato bianco, le zampe rigide e quel modo lento di alzarsi che hanno i vecchi quando non vogliono ammettere che ogni movimento fa male.
Mio padre, Franco Bellini, era morto due giorni prima.
Sessantanove anni.
Un infarto mentre sistemava delle cassette di legno nel garage.
Al funerale erano venute più persone di quante mi aspettassi.
Io, invece, avevo passato metà della cerimonia a chiedermi perché.
Perché mio padre non era esattamente il tipo d’uomo che lasciava dietro di sé ricordi teneri.
In paese lo chiamavano “il Muro”.
Non perché fosse grosso.
Perché con lui potevi parlare per mezz’ora e avere l’impressione di aver conversato con una serranda abbassata.
Aveva lavorato quasi quarant’anni in una piccola officina della provincia emiliana. Tornava a casa con le mani nere di grasso, mangiava in silenzio, guardava il telegiornale e pretendeva che a tavola nessuno facesse rumore.
Se il pallone dei bambini finiva nel nostro giardino, usciva sulla porta e urlava.
Se un vicino parcheggiava dieci centimetri troppo vicino al cancello, borbottava per tre giorni.
Con me era stato ancora peggio.
«Un uomo deve arrangiarsi.»
Era la sua frase preferita.
La usava quando avevo paura.
Quando avevo bisogno di soldi.
Quando mi lasciò la ragazza a vent’anni.
Quando gli dissi che volevo andare a Milano a lavorare invece di restare nell’officina con lui.
Me ne andai a ventidue anni con due valigie, una rabbia enorme e la convinzione che non sarei mai diventato come lui.
Negli anni tornavo solo per Natale, qualche Pasqua e quelle domeniche obbligatorie in cui mia sorella Anna riusciva a trascinarmi a tavola.
Erano pranzi pieni di lasagne, silenzi e frasi dette a metà.
Mamma era morta ormai da dodici anni.
Dopo di lei, papà si era chiuso ancora di più.
L’unica creatura che sembrava riuscire a entrare nel suo mondo era Rudy.
Un Golden Retriever troppo affettuoso per vivere con un uomo che sembrava infastidito persino dai complimenti.
Quella sera, mentre preparavo la casa per venderla, Rudy era sdraiato davanti alla porta.
Al collo aveva una vecchia bustina di cuoio.
Consumata.
Macchiata.
Con la cerniera storta.
Sembrava una di quelle borse da attrezzi che si usavano una volta.
Non ci avevo mai fatto caso.
«Che roba è?»
Mi chinai.
Rudy appoggiò il muso sul mio ginocchio.
Aprii la bustina.
Vuota.
«Pure tu avevi i tuoi segreti con il vecchio, eh?»
Il cane mosse piano la coda.
La mattina dopo avevo già preparato tutto.
Documenti.
Libretto veterinario.
Ciotola.
Una coperta.
Avevo chiamato una struttura fuori paese.
Mi ero raccontato che fosse la scelta più sensata.
Io vivevo in un appartamento a Milano, lavoravo spesso fino a tardi e non avevo mai avuto un cane.
Rudy era anziano.
Aveva bisogno di cure.
Aveva bisogno di spazio.
Non di me.
Almeno, era quello che continuavo a ripetermi.
«Facciamo un ultimo giro.»
Gli misi il guinzaglio.
Pensavo di fare il giro dell’isolato.
Rudy aveva altri programmi.
Appena uscimmo dal cancello sembrò ringiovanire di cinque anni.
Non correva.
Ma avanzava con decisione.
Mi trascinò lontano dal parchetto e imboccò Via Roma.
«Ehi, piano.»
Niente.
Testa bassa.
Passo sicuro.
Come se conoscesse esattamente l’ora, la strada e la destinazione.
La prima fermata fu davanti alla ferramenta di Sergio.
Rudy si sedette.
Abbaiò una volta.
Poi aspettò.
Dalla porta uscì Sergio, settantacinque anni, schiena curva e grembiule pieno di polvere.
Quando vide me fece un cenno.
Quando vide Rudy si fermò.
Il suo viso cambiò completamente.
«Sei venuto lo stesso.»
Si inginocchiò con fatica e accarezzò il cane.
Poi infilò una mano nella tasca della camicia, tirò fuori uno scontrino piegato e lo mise nella bustina di cuoio.
Dopo gli diede un pezzetto di prosciutto.
Io lo fissavo.
«Scusi… cosa sta facendo?»
Sergio mi guardò come se fossi io quello strano.
«La consegna.»
«Quale consegna?»
Si tolse gli occhiali.
«Tuo padre non te l’ha mai detto?»
Scossi la testa.
Sergio sospirò.
«Ogni martedì, da almeno cinque anni, mandava Rudy qui con venti o trenta euro nella borsa.»
Pensai di aver capito male.
«Mio padre?»
«Tuo padre.»
Indicò una casa dall’altra parte della strada.
«La signora Teresa vive da sola da quando è morto suo marito. Pensione minima. Casa vecchia. Un mese si rompe la serratura, quello dopo perde un rubinetto, quello dopo ancora cade un’asse dal balcone.»
Sergio abbassò la voce.
«Franco pagava il materiale. Io facevo il resto quando potevo.»
Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.
«Ma lui litigava con Teresa continuamente.»
Sergio rise.
«Appunto. Per questo non voleva che sapesse niente.»
Poi imitò la voce di mio padre.
«“Se quella viene a ringraziarmi, smetto.”»
Rimasi fermo sul marciapiede.
Mio padre controllava gli scontrini del supermercato centesimo per centesimo.
Mio padre spegneva la luce del corridoio mentre eri ancora sulle scale.
Mio padre mi aveva detto una volta che spendere quattro euro per un caffè a Milano era “un’offesa al buon senso”.
E quel medesimo uomo mandava soldi alla vicina attraverso il cane?
«Perché Rudy?»
Sergio sorrise appena.
«Perché tuo padre odiava le chiacchiere. E forse anche perché con un cane non doveva spiegare niente.»
Rudy si alzò.
Tirò di nuovo il guinzaglio.
«Aspetta.»
Niente.
Seconda fermata.
La panchina vicino alla scuola.
C’era un ragazzino seduto da solo con lo zaino tra i piedi.
Avrà avuto undici o dodici anni.
Quando vide Rudy si alzò di colpo.
Non sorrise.
Gli andò incontro e gli si strinse attorno al collo.
Rudy rimase immobile.
Il ragazzino gli affondò il viso nel pelo.
Una donna con la paletta da attraversamento, che sorvegliava l’ingresso della scuola, si avvicinò.
«Tu devi essere Marco.»
Annuii.
«Lui è Luca.»
Guardai il bambino.
«Rudy viene qui quasi tutte le mattine.»
«Da solo?»
«Tuo padre lo accompagnava fino all’angolo. Poi si fermava dietro il giornalaio, come se nessuno lo vedesse.»
La donna fece un sorriso amaro.
«Luca ha avuto un periodo difficile. Alcuni compagni lo prendevano di mira. A volte non voleva neanche entrare a scuola.»
Abbassò la voce.
«Tuo padre mi disse: “Un bambino con un cane che lo aspetta non si sente completamente solo.”»
Mi voltai verso la strada.
Era una frase troppo tenera.
Non sembrava sua.
«Nella borsetta lasciava anche una merendina ogni tanto.»
Il bambino continuava a tenere una mano sulla testa di Rudy.
«Franco non gli parlava quasi mai,» aggiunse la donna. «Diceva solo: “Dai, campione. Entra.”»
Mi si seccò la bocca.
Campione.
Era così che mio padre chiamava me, quando ero piccolo.
Prima che qualcosa tra noi diventasse troppo duro per essere riparato.
Quel giorno camminammo quasi tre ore.
Rudy conosceva un percorso che io ignoravo.
Passammo da una madre sola che trovava ogni tanto una busta con cinquanta euro nella cassetta della posta.
«Pensavo fosse qualcuno della parrocchia,» disse.
«Non lo era.»
Lei si portò le mani alla bocca quando capì.
Passammo dalla biblioteca.
La bibliotecaria, una donna minuta di nome Mirella, accarezzò Rudy e mi disse:
«Tuo padre veniva qui il giovedì.»
Quasi risi.
«Mio padre odiava leggere.»
«Infatti non leggeva.»
Mi indicò una sedia in fondo.
«Si sedeva lì e lasciava Rudy vicino a me quando organizzavo gli incontri di poesia. Diceva che il cane era l’unico presente che non interrompeva per dire la propria.»
Per la prima volta dopo giorni risi davvero.
Mirella rise con me.
Poi si fece seria.
«Tuo padre sembrava arrabbiato con il mondo.»
«Lo era.»
«Forse.»
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