Dalla bocca uscì un filo di saliva bianca.
«Rocco?»
Renato gli sollevò il muso.
«Ehi. Guardami.»
Gli occhi del cane si chiudevano.
«No. Non fare così.»
La voce di Renato si spezzò.
«Non un’altra volta. Ti prego. Non davanti a me.»
Il salone tornò a riempirsi di voci.
Marta chiamò la clinica veterinaria di turno.
Due volontari presero una coperta.
Un uomo uscì di corsa a spostare il furgone davanti all’ingresso.
Renato rimase inginocchiato sul pavimento.
Stringeva la testa di Rocco tra le mani e appoggiava la fronte contro la sua.
«Resta qui,» sussurrava. «Non ti lascio.»
Salirono sul furgone.
Renato si sistemò dietro, sul pavimento di metallo, con Rocco avvolto nella coperta.
Fuori scorrevano i portici, la piazza, il forno e la bottega dove da ragazzo comprava le figurine.
Borgo San Michele sembrava uguale a trent’anni prima.
Solo Renato era cambiato.
O forse, pensò, era rimasto fermo tutto quel tempo.
Alla clinica, il veterinario li fece entrare subito.
Disidratazione grave.
Debolezza cronica.
Problemi al fegato.
Una lunga denutrizione che il corpo aveva imparato a nascondere.
«È stabile,» disse il medico dopo quasi un’ora. «Ma è molto provato. Non da oggi. Da anni.»
Renato si lasciò cadere su una sedia di plastica.
Aveva ancora sulle mani l’odore del cane.
Marta gli si sedette davanti.
«La faremo contattare appena si sveglia.»
«Io resto.»
«Potrebbero volerci ore.»
«Ho detto che resto.»
Marta lo osservò.
L’uomo che era entrato solo per ripararsi dal freddo adesso sembrava pronto a sfidare il mondo per un cane sconosciuto.
«Renato, devo chiederle una cosa.»
«Che cosa?»
«Ha bevuto oggi?»
Lui abbassò gli occhi.
«Sì.»
«Quanto?»
«Abbastanza da vergognarmi. Non abbastanza da dimenticare.»
Marta non lo giudicò.
«Rocco avrà bisogno di cure. Di regolarità. Di una casa. Di qualcuno presente.»
Renato strinse i pugni.
«Io non ho quasi niente.»
«Lo so.»
«Vivo in una stanza che sembra un ripostiglio. Faccio lavori saltuari. Alcuni giorni mangio pane e formaggio per non spendere.»
«Lo so.»
«E allora perché mi guarda così?»
«Perché lui non ha scelto la sua casa.»
Marta indicò la porta dietro cui stavano curando il cane.
«Ha scelto lei.»
Renato rimase solo per tutta la notte.
Gli permisero di entrare nella stanza quando Rocco fu fuori pericolo.
C’era una lampada gialla, un vecchio termosifone e il ticchettio regolare della flebo.
Rocco dormiva sotto una coperta azzurra.
Renato si sedette vicino al lettino.
All’inizio non sapeva che cosa dire.
Poi cominciò a parlare come non faceva da anni.
Raccontò di Nerone.
Delle notti passate sotto tende che odoravano di terra umida.
Delle mattine in cui divideva con lui un biscotto secco.
Della volta in cui il cane aveva rubato una salsiccia dalla cucina da campo e si era nascosto sotto un tavolo, convinto di essere invisibile.
Raccontò di Anna.
Di quando ballavano in cucina con la radio accesa.
Di Chiara bambina, seduta sul manubrio della bicicletta mentre lui la portava a vedere le luminarie.
Di tutte le promesse fatte.
E di tutte quelle non mantenute.
«Mia figlia ha quarant’anni,» disse. «Ha un bambino che conosco appena. Mio nipote mi chiama Renato, non nonno.»
Rocco mosse un orecchio.
«Non posso dargli torto.»
Renato si passò una mano sugli occhi.
«Quando Chiara aveva otto anni mi aspettò davanti alla scuola per due ore. Avevo promesso di andare a prenderla. Io ero al bar.»
La macchina della flebo emise un piccolo suono.
«Anna arrivò di corsa. Disse a tutti che avevo avuto un guasto al furgone. Sempre a salvare la faccia. Sempre a raccogliere i pezzi dietro di me.»
Rocco aprì lentamente gli occhi.
Renato si avvicinò.
«Non so perché hai scelto proprio me.»
La coda del cane si mosse sotto la coperta.
Un colpo.
Poi un altro.
Renato rise tra le lacrime.
«Va bene. Ho capito.»
All’alba, tirò fuori il telefono.
Scorse i contatti fino al nome di sua figlia.
Chiara.
Non la chiamava da quattro mesi.
In realtà, erano anni che non le parlava davvero.
Scrisse un messaggio.
Lo cancellò.
Ne scrisse un altro.
Lo cancellò ancora.
Alla fine inviò soltanto una frase.
“Non ti chiedo di perdonarmi. Ti chiedo di lasciarmi provare a diventare qualcuno che potresti perdonare.”
Chiara non rispose subito.
Renato rimase a fissare lo schermo.
Dopo venti minuti arrivò una notifica.
“Comincia col farti aiutare.”
Niente cuori.
Niente parole dolci.
Nessuna promessa.
Eppure Renato rilesse quella frase dieci volte.
Era più di quanto meritasse.
Era una porta lasciata appena socchiusa.
Quella mattina firmò i moduli di adozione.
La firma era tremante.
«Non sono pronto,» ammise.
Marta mise i fogli in ordine.
«Nessuno lo è davvero.»
«Potrei sbagliare.»
«Sbaglierà.»
Renato la guardò.
«Bel modo di incoraggiare.»
«Ma stavolta potrà restare e rimediare.»
Rocco uscì dalla clinica due giorni dopo.
Camminava piano.
Aveva una dieta precisa, medicine da prendere e controlli ogni settimana.
Renato lo portò nella sua stanza sopra l’officina.
Quando aprì la porta, si vergognò.
C’era un letto stretto, un tavolo, una sedia e un fornello elettrico.
Sul davanzale, tre bottiglie vuote.
Renato le raccolse davanti a Rocco.
Le mise in una busta.
Scese le scale e le gettò nel contenitore del vetro.
Il rumore delle bottiglie che si rompevano gli fece stringere gli occhi.
Rocco aspettò sul pianerottolo.
Non abbaiò.
Non lo spinse.
Restò lì.
Il giorno dopo Renato si presentò al servizio di assistenza del comune.
Chiese aiuto per smettere di bere.
Pronunciare quelle parole gli costò più di qualsiasi missione affrontata da giovane.
Aveva passato la vita a dire che poteva cavarsela da solo.
Che non era come gli altri.
Che controllava tutto.
Quella mattina disse la verità.
«Da solo non ce la faccio.»
La guarigione non arrivò come nei racconti che si dicono a Natale.
Non bastò un cane.
Non bastò una lettera.
Non bastò una notte di lacrime.
Renato ebbe giorni buoni e giorni pessimi.
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