Pensavo che quel giro al lago fosse solo un ultimo regalo prima della solitudine della residenza, ma la mattina dopo, un messaggio sul telefono e un’ombra enorme dietro il vetro mi fecero capire che Nerone non aveva ancora finito di salvarmi.
La mia nuova stanza aveva l’odore di detersivo e di cose “pulite” che non sono vive. Un letto troppo alto, una sedia troppo dura, una finestra che dava su un cortile grigio con due panchine e una fontanella che gocciolava.
Di notte sentivo passi nel corridoio, carrelli che cigolavano, qualche voce che chiamava “mamma” nel sonno.
Mi appoggiavo al cuscino e fissavo il soffitto, aspettando un rumore che non sarebbe arrivato. Il rumore delle unghie di Nerone sul pavimento. Il suo sospiro enorme quando si buttava giù, come un sacco di sabbia felice, davanti alla porta.
Il primo giorno non mangiai quasi niente. Avevo la bocca asciutta, la testa pesante, e un pensiero che mi girava come una mosca: “Se lui fosse stato portato via davvero, io… io mi sarei spenta.”
Alle dieci e venti il telefono vibrò sul comodino, e io sobbalzai come una bambina. Non era Luca. Non era Giulia. Era un numero che non avevo salvato, ma che ormai conoscevo.
“Buongiorno, signora Ferri. Sono Enrico.”
Il suo messaggio non aveva faccine né frasi grandi. Solo una foto.
Nerone seduto davanti a una porta di legno, con un tappetino sotto le zampe e una ciotola piena accanto. Guardava l’obiettivo con quell’aria da vecchio re che non chiede niente, ma capisce tutto. Sotto, una riga: “Ha mangiato. Poco, ma ha mangiato. Oggi provo a portarlo a salutarla. Se mi lasciano entrare.”
Mi tremarono le dita. Non per l’anca. Per la speranza.
Alle undici venne l’infermiera a controllare la pressione. Era una donna sui cinquant’anni, capelli raccolti e occhi stanchi ma gentili, come chi ha visto troppe lacrime per farsi impressionare.
«Tutto bene, signora Ferri?»
Io indicai il telefono, come se fosse una prova.
«C’è… c’è un ragazzo. Vorrebbe portare il mio cane a salutarmi.»
Lei mi guardò un secondo, poi fece quella smorfia che fanno le persone pratiche quando sentono una richiesta complicata.
«Un cane qui dentro non si può.»
Lo disse come si dice “non si può portare una moto in ascensore”. Punto.
«È enorme,» sussurrai, e mi venne quasi da ridere per quanto quella parola mi avesse ferito il giorno prima. «Ma è calmo. E… senza di lui, io non…»
Non finii la frase. Non volevo piangere davanti a una sconosciuta, eppure le lacrime mi salirono lo stesso, silenziose e testarde.
L’infermiera sospirò, poi abbassò la voce.
«Come si chiama?»
«Nerone.»
«Aspetti qui. Non prometto niente.»
Se ne andò e io restai con il cuore in gola, ascoltando ogni rumore nel corridoio come se fosse un segnale del destino. Passarono dieci minuti che sembrarono un’ora, poi sentii un abbaio lontano, non aggressivo, più un colpo di voce per dire “eccomi”.
Mi si raddrizzò la schiena da sola.
La porta si aprì piano. L’infermiera entrò per prima, e dietro di lei c’era Enrico con il guinzaglio rosso in mano e la faccia di chi sta entrando in chiesa con le scarpe sporche. Si muoveva piano, come se temesse di rompere qualcosa.
E poi, nel varco della porta, apparve lui.
Nerone.
Non potei trattenermi. Mi uscì un suono che non era un singhiozzo e non era una risata, ma tutte e due insieme. Nerone mi guardò, e le sue orecchie pendenti si alzarono quel tanto che potevano, come un sorriso.
Enrico sussurrò:
«Solo cinque minuti. Nel corridoio c’è gente che… beh. Che si agita. Ma nel cortile ci lasciano stare.»
«Grazie,» dissi, e mi accorsi che lo stavo dicendo all’infermiera, a Enrico, al mondo intero.
Nerone avanzò fino al bordo del letto. Non saltò, non si agitò. Mise il muso sulla coperta, pesante e caldo, e fece quel gemito basso che mi scioglieva sempre il petto. Io affondai la mano nel suo pelo e sentii la vita tornare, concreta, ruvida, reale.
Dietro di noi, l’infermiera si schiarì la gola.
«Cinque minuti, signora Ferri. Poi cortile. E… guai se qualcuno mi fa storie.»
Enrico annuì così forte che quasi gli cadde la frangia negli occhi.
Nel cortile l’aria era fredda e pulita. C’erano due alberi spogli e una striscia di sole pallido che sembrava una carezza data con timidezza. Enrico mi spinse la sedia a rotelle fino a una panchina, e Nerone camminò accanto a noi come se avesse sempre saputo la strada.
Quando mi sedetti, lui si appoggiò con tutto il fianco contro le mie gambe, e io sentii il peso come una benedizione. Le persone nel cortile si girarono. Qualcuno sorrise, qualcuno fece “oh” piano.
Una signora minuta con un cardigan lilla si avvicinò con cautela. Aveva le mani che tremavano più delle mie.
«Posso… posso toccarlo?»
Enrico fece per rispondere, ma Nerone fu più veloce. Allungò il muso e appoggiò la fronte sulla mano di quella donna, con una lentezza che sembrava educazione.
Lei si mise a piangere. Non un pianto disperato. Un pianto di quelli che liberano.
«Mi ricordava mio marito quando tornava dal lavoro,» disse, e si asciugò le guance ridendo tra le lacrime. «Non chiedeva niente. Stava solo lì. E bastava.»
Io guardai Nerone e capii una cosa semplice: non stava salvando solo me.
Da quel giorno, il cortile divenne il nostro posto. Enrico veniva quando poteva, sempre con quell’aria da ragazzo che non sa se sta facendo la cosa giusta e però la fa lo stesso. A volte portava una coperta, a volte due biscotti in tasca, a volte solo la sua presenza.
E Nerone, vecchio e enorme, si trasformò in una specie di appuntamento. C’erano persone che scendevano apposta “per vedere il cane della signora Ferri”.
Un uomo che parlava poco, occhi persi, un giorno si inginocchiò con fatica e appoggiò la fronte contro la spalla di Nerone. Restò lì, in silenzio, e per la prima volta lo sentii dire una frase intera:
«Bravo… bravo cane.»
La fisioterapista se ne accorse. Era una ragazza energica, con la voce da comandante e le mani calde.
«Signora Ferri, lo vede? Quando c’è lui lei tiene le spalle diverse. Si raddrizza. Si aggrappa alla vita.»
Io arrossii, come se mi avessero scoperta a rubare.
«È… è solo che…»
Lei sorrise.
«È che vuole tornare in piedi. E va bene così. Adesso facciamo due passi. Per lui.»
Mi mise il deambulatore davanti. Io guardai Nerone. Lui si sedette, serio, come se capisse la responsabilità. Enrico si posizionò dall’altra parte, pronto a prendermi se cadevo.
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