Ha inventato una scusa per vedermi, e io ho capito tutto troppo tardi

Mia madre, a 81 anni, ha finto di avere bisogno di una televisione enorme solo per riuscire a farmi passare da lei. E non so se riuscirò mai a perdonarmelo.

“Puoi venire oggi?” mi ha chiesto al telefono. “Mi serve una mano per scegliere uno di quei televisori grandi. Quelli con il telecomando a cui puoi parlare.”

Stavo quasi per ridere.

Mia madre teneva ancora una lista di numeri scritta a mano sul frigorifero. Internet lo chiamava “il computer”. E guardava da anni gli stessi quiz su una televisione così piccola che dal divano si faceva fatica a vedere bene.

Io, sinceramente, non avevo pazienza per quella cosa.

Ero in ritardo col lavoro. Mia moglie mi scriveva per il torneo di calcio di nostro figlio. Mia sorella mi aveva già chiesto se nel fine settimana potevo passare da mamma, e io avevo risposto come sempre:

Ci provo.

“Dimmi quale vuoi,” le ho detto. “Te lo ordino io e te lo portano a casa.”

“No,” ha risposto.

Piano. Ma abbastanza da fermarmi.

“Vorrei che venissi con me.”

Ho guardato l’ora.

“Va bene. Ma non posso fermarmi molto.”

Ho fatto i venti minuti di macchina fino alla casa dove sono cresciuto. Lo stesso vialetto rovinato. La stessa cassetta della posta un po’ storta. Lo stesso carillon a vento vicino alla porta.

Mio padre era morto da quattro anni.

E quella casa sembrava ancora aspettarlo.

Mia madre ha aperto prima che suonassi.

Aveva il cardigan buono, il rossetto un po’ storto e la borsa già sulla spalla, come se fosse lì da un po’ ad aspettare la mia macchina.

“Bene,” ha detto subito. “Sei arrivato.”

“Allora andiamo,” ho risposto. “Più tardi troviamo più traffico.”

Lei ha annuito, poi si è girata verso la cucina.

“Ho fatto prima il caffè. Solo cinque minuti.”

Stavo quasi per dire di no.

Stavo quasi per ricordarle che avevo poco tempo.

Invece l’ho seguita.

La cucina era uguale a come la ricordavo. Le stesse tendine un po’ scolorite. Lo stesso tavolo con l’angolo rovinato da quando, da ragazzino, ci ero finito contro con la bicicletta. La stessa sedia vicino alla finestra, dove ormai passava molti pomeriggi a guardare fuori.

Ha versato il caffè in due tazze sbeccate.

Era pessimo.

Troppo leggero, troppo caldo.

Si è seduta davanti a me e ha sorriso come se le bastasse quello. Solo avermi lì.

Abbiamo parlato di niente.

Del cane dei vicini che era scappato di nuovo.

Della lotteria della parrocchia.

Dei pomodori che forse avrebbe piantato in primavera, se le ginocchia glielo avessero permesso.

Mi ha chiesto dei bambini. Io ho risposto come sempre.

“Tutto bene.”

“Siamo di corsa.”

“Stanno crescendo.”

Il telefono ha vibrato sul tavolo.

Poi ancora.

Una mail. Un promemoria. Un messaggio di mia moglie.

Ho abbassato gli occhi un secondo.

Quando ho rialzato la testa, mia madre stava già spostando indietro la sedia.

“Dovremmo andare. Lo so che sei pieno di cose da fare.”

C’era qualcosa, nel modo in cui l’ha detto, che mi ha fatto male.

“No,” ho detto. “Va bene così.”

Si è seduta di nuovo, ma non sorrideva più.

Poi ha appoggiato la sua mano sulla mia.

Le mani di mia madre avevano fatto tutto. Cucire. Pulire. Sbucciare patate. Far quadrare i conti. Tenere in piedi la casa. Curarmi quando stavo male.

Adesso quella mano era leggera.

Sottile. Fragile.

“Marco,” ha detto guardando le nostre mani, “io la televisione non la devo comprare.”

Io non ho detto niente.

Lei ha deglutito.

“Non sapevo più come fare per farti venire.”

La cucina è diventata silenziosa.

“Lo so che hai la tua vita,” ha detto. “Lo so che lavori tanto. Lo so che i bambini vi tengono occupati. Lo so anche che costa tutto di più e che siamo tutti sempre stanchi.”

Ha fatto una piccola risata, ma le si è spezzata in mezzo.

“Però quando ti chiedo di passare a trovarmi, mi sento già un peso. Se invece dico che ho bisogno di aiuto per qualcosa, almeno sembra importante.”

Io la guardavo e basta.

Lei ha continuato piano.

“Ci sono giorni in cui non dico dieci parole ad alta voce. Mi faccio una minestra. Ripiego la stessa coperta. Mi siedo vicino alla finestra. E a volte sento ancora nella testa la poltrona di tuo padre che scricchiola.”

Poi mi ha guardato.

“Mi sentivo sola, tesoro.”

Era tutto lì.

Nessuna emergenza.

Niente di rotto.

Nessuna brutta notizia.

Solo solitudine.

E mi è sembrata la cosa più pesante di tutte.

Quella donna aveva fatto doppi turni in una casa di riposo quando io ero bambino, eppure c’era sempre stata. A ogni recita. A ogni febbre. A ogni dispiacere.

Con pochi soldi riusciva sempre a far bastare tutto.

Per sé teneva il peggio e a me lasciava il meglio.

E adesso sentiva di dover inventare una scusa per avere un martedì pomeriggio con suo figlio.

Volevo dirle che mi dispiaceva.

Volevo dirle che non me n’ero accorto.

Ma non sarebbe stato vero.

In fondo lo sapevo.

Ed era questa la parte peggiore.

Sapevo da tempo che stavo sostituendo la presenza con l’organizzazione.

Le facevo arrivare la spesa.

Le mandavo i fiori.

Le scrivevo per chiederle come stava.

E mi raccontavo che bastava.

Ma non basta.

Una consegna non è una visita.

Un messaggio non è compagnia.

E un “come stai?” non sostituisce una persona seduta davanti a te in cucina.

Ho preso il telefono, l’ho spento e l’ho appoggiato sulla credenza.

Poi mi sono rimesso seduto.

Quel giorno non siamo andati da nessuna parte.

Abbiamo bevuto caffè cattivo finché si è raffreddato. Poi lei lo ha riscaldato e ne abbiamo bevuto ancora.

Ha tirato fuori un vecchio album di foto.

Io ho sistemato la maniglia lenta di un cassetto.

Lei mi ha raccontato di nuovo di quando mio padre mi insegnava a guidare.

E stavolta l’ho lasciata parlare.

Quando sono uscito, dietro di me si è accesa la luce del portico.

Sono rimasto un po’ in macchina a pensare al giorno in cui quella luce non si accenderà più.

Al giorno in cui la casa resterà buia.

Al giorno in cui non ci sarà più nessuno alla finestra ad aspettarmi.

E ho capito che darei via qualsiasi riunione, qualsiasi scadenza, qualsiasi torneo, qualsiasi stupida scusa… per un altro pomeriggio normale a quel vecchio tavolo di cucina.

Per un’altra tazza di quel caffè tremendo.

Per un’unica occasione in più di non costringere mia madre a inventarsi una scusa, solo per avere un po’ del mio tempo.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto