Ha sorriso al funerale del padre, ma quel sorriso nascondeva tutto

Due giorni dopo quel funerale, quando pensavo che il sorriso di Michele fosse rimasto chiuso lì dentro insieme a suo padre, lui tornò da me con una scatola di latta stretta sotto il braccio.

Lo riconobbi subito.

Stesso cappotto scuro. Stessa schiena un po’ curva di chi ha passato troppo tempo a reggere cose pesanti da solo.

Ma il sorriso non c’era più.

Al suo posto c’era una faccia vuota, stanca nel modo peggiore. Quella di chi ha mantenuto una promessa fino all’ultimo minuto e poi, tornato a casa, non sa più dove appoggiare le mani.

Fuori pioveva piano.

Una di quelle piogge fini di gennaio che non fanno rumore, ma ti entrano addosso lo stesso. In ufficio c’era il termosifone acceso, l’odore del caffè vecchio e delle cartelline di carta. Una mattina qualunque, insomma. Solo che lui non aveva niente di qualunque.

Mi chiese se poteva sedersi cinque minuti.

Gli dissi di sì.

Posò la scatola sulle ginocchia con una cura che mi colpì subito. Come se lì dentro ci fosse qualcosa di fragile. O qualcosa di vivo.

Per qualche secondo non parlò.

Guardava il pavimento.

Poi disse una frase che capii prima ancora di sentirla tutta.

“Appena sono rientrato a casa, non ce l’ho fatta più.”

Annuii.

Non serviva chiedere altro.

“Ho chiuso la porta, ho tolto il cappotto e quel sorriso mi è caduto di faccia come una maschera. Mi sono seduto sulla sedia della cucina e ho pianto in un modo che non mi era mai successo.”

Lo disse senza vergogna.

Non con orgoglio, neppure. Solo con sincerità. La sincerità stanca di chi, a forza di stare in piedi, non ha più energia per nascondere niente.

“La casa faceva paura,” continuò. “Non perché fosse vuota. Perché non lo era abbastanza.”

Capivo cosa voleva dire.

In certe case, dopo anni di malattia, resta tutto. Le medicine nel cassetto. Le tazze sempre nello stesso punto. La coperta piegata sulla poltrona. Perfino l’aria sembra aver imparato una persona e non volerla lasciare andare.

“Ho cominciato a mettere via un po’ di cose,” disse. “Così, senza un ordine vero. Per fare qualcosa. Per non sentire troppo.”

Appoggiò una mano sulla scatola di latta.

“E in alto, sopra l’armadio della cucina, ho trovato questa.”

La scatola era vecchia, azzurra una volta, adesso quasi grigia. Aveva i bordi consumati e un piccolo graffio sul coperchio. Di quelle scatole che in tante case italiane contengono bottoni, ricevute, fotografie, pezzi di vita che nessuno ha il coraggio di buttare.

“Sopra c’era scritto col pennarello: Per Michele. Quando sarà il momento.”

Sentii un brivido nelle braccia.

Lui fece un sorriso piccolo. Non quello del funerale. Un altro. Più vero, ma anche più tremante.

“Per mezz’ora non l’ho aperta. Giravo per la cucina come uno scemo. Mi dicevo: magari dentro ci sono carte vecchie, magari bollette, magari niente. Avevo paura lo stesso.”

“Poi?” chiesi piano.

“Poi l’ho aperta.”

Aprì la scatola davanti a me.

Dentro c’erano fotografie, un orologio da polso rotto, una tessera scolorita, due chiavi legate con uno spago, e un quaderno a righe con la copertina marrone. Di quelli semplici, da scuola.

Michele lo prese in mano come si prende un oggetto che pesa più di quanto dovrebbe.

“Era di mio padre.”

Lo guardò per un attimo, poi aggiunse:

“All’inizio pensavo fosse uno dei suoi quaderni di conti. Lui si segnava sempre tutto. Le spese, le date, anche le cose inutili. Invece no.”

Deglutì.

“Erano pagine scritte nei giorni in cui stava ancora abbastanza bene da capire. Non tutti i giorni. A volte una riga sola. A volte due pagine. A volte la stessa cosa ripetuta tre volte, perché forse non si ricordava di averla già scritta.”

Mi venne da stringere più forte la penna che avevo in mano.

Michele aprì il quaderno a metà.

“Vuoi sapere cos’era la cosa peggiore?” mi chiese.

Non aspettò la risposta.

“Che io ho passato gli ultimi anni a pensare di non essere mai riuscito ad arrivargli davvero. Di stargli vicino, sì. Ma di non essergli mai entrato dentro.”

Abbassò gli occhi sul quaderno.

“E invece lui ci provava. Solo nel suo modo storto. Nel suo modo tardo.”

Sfogliò una pagina.

Non mi lesse tutto. Solo alcuni pezzi.

Bastarono.

“Se domani non mi ricordo il nome di mio figlio, devo ricordarmi almeno questo: è un uomo buono.”

Michele si fermò un attimo.

Si passò una mano sulla bocca.

Poi continuò.

“Non gliel’ho detto quasi mai. Ho sbagliato.”

In undici anni di lavoro avevo ascoltato pianti, rabbia, silenzi. Ma ci sono parole semplici che fanno più male di tutto il resto.

Quelle erano così.

Michele voltò un’altra pagina.

“Michele pensa che io non veda la sua stanchezza. La vedo. Fa finta bene, ma la vedo.”

Fece un respiro corto.

“E poi questa.”

La cercò con le dita, come se sapesse già dov’era.

Quando la trovò, non la lesse subito.

Restò fermo qualche secondo.

Poi disse:

“Se sarò lucido abbastanza, il giorno che capirò che sto andando via gli chiederò di sorridere al funerale. Non perché mi ami poco. Ma perché voglio lasciargli addosso un’ultima immagine leggera, se ci riesco.”

Io abbassai gli occhi.

Non per pudore.

Perché mi si stavano bagnando.

In quel momento capii una cosa ancora più dolorosa della prima.

Quel padre, che per una vita aveva parlato poco, aveva cercato di riparare tardi. Ma ci aveva provato davvero. Con la goffaggine di certi uomini che arrivano ai sentimenti come si arriva a una porta al buio: sbattendoci contro.

Michele chiuse il quaderno.

“Ho passato tutta la notte a leggerlo,” disse. “A un certo punto ridevo e piangevo insieme. C’erano pure cose assurde. Appunti sulla caldaia. La marca dei biscotti che gli piacevano. Il nome del vicino che non ricordava mai.”

Fece un piccolo gesto con la mano.

“Ma in mezzo a tutto quello, tornavo sempre lì. A quelle righe. A quella paura che io restassi schiacciato da anni che, invece, per lui erano stati amore.”

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