Come i capelli ricci.
Come essere mancini.
Come avere gli occhi verdi.
Marco non aveva dimenticato soltanto una pillola.
Mi stava dicendo che avrei dovuto ricordargli di ricordare.
Che persino il suo errore apparteneva al mio reparto.
— Ti ho telefonato.
— Lo so.
— Ti ho mandato un messaggio.
— Sì, ma poi—
— Hai risposto.
— Laura, non facciamone un dramma.
Guardai l’auto.
Tobia dormiva dietro di me.
Poi guardai mio marito.
Per la prima volta non vidi l’uomo simpatico che tutti adoravano.
Vidi un adulto che aveva passato metà della sua vita a comportarsi come se qualcuno dovesse sempre controllare che facesse la cosa giusta.
— Io non sono tua madre.
Marco aggrottò la fronte.
— Ma cosa c’entra?
— Non sono tua madre. Non sono la tua segretaria. Non sono il tuo promemoria.
— Ti sto dicendo che ho sbagliato!
— No. Mi stai dicendo che ho sbagliato io a non ricordarti meglio di non sbagliare.
Lui alzò le braccia.
— Io ti aiuto sempre!
Rimasi in silenzio.
Quella parola.
Aiuto.
Dopo trentadue anni di matrimonio, lui pensava ancora di aiutarmi nella nostra stessa vita.
Come se la casa fosse mia.
La famiglia fosse mia.
Tobia fosse mio.
E lui fosse un vicino gentile che ogni tanto dava una mano.
— Non mi aiuti — dissi. — Vivi qui.
Marco fece una risata nervosa.
— Adesso per una pillola vuoi processarmi?
— Non è la pillola.
— È esattamente la pillola.
Scossi la testa.
— No. È che tu aspetti sempre che qualcuno ti dica cosa fare. E quando qualcosa va storto, trovi subito la maniera di spiegare che avrei dovuto controllarti meglio.
— Stai esagerando.
Quella fu l’ultima frase che sentii quella notte.
La mattina dopo preparai due valigie.
Marco pensò che stessi facendo teatro.
Io stessa non sapevo ancora se me ne sarei andata per una notte, una settimana o per sempre.
Tobia mi seguiva da una stanza all’altra.
Ogni volta che aprivo un armadio, si sedeva accanto a me.
Marco girava per casa agitato.
— Dove vai?
— Da mia sorella.
— Laura, su.
Continuai a piegare vestiti.
— Abbiamo trent’anni insieme e te ne vai per questo?
Trentadue, pensai.
Non lo corressi.
— Parliamone domenica — disse. — Invitiamo tua madre. Mangiamo insieme. Con calma.
Era perfetto.
Il pranzo della domenica.
Il grande pronto soccorso delle famiglie italiane.
Una teglia di lasagne e improvvisamente nessuno deve più affrontare la verità.
— No.
— E cosa vuoi fare?
Chiusi la valigia.
— Per una volta, voglio non essere io quella che deve sapere cosa fare.
Andai da mia sorella Francesca.
Viveva a venti minuti da noi.
Quando aprì la porta e vide Tobia, non chiese nulla.
Disse solo:
— Entra.
Dormii sul suo divano.
O almeno provai.
Alle sette del mattino avevo già ventidue messaggi.
Marco.
Mia madre.
Mio figlio maggiore.
Una cugina.
Persino mia zia Carla, che non chiamava mai nessuno prima delle dieci perché sosteneva che fosse maleducazione.
Il paese aveva già iniziato a lavorare.
Non servono giornali dove siamo cresciuti noi.
Bastano tre telefonate e una donna vista caricare valigie in macchina.
Mia madre arrivò da Francesca prima di pranzo.
Settantanove anni, cappotto beige, borsa stretta sotto il braccio.
Entrò senza togliersi neanche le scarpe.
— Dimmi che non è vero.
Francesca alzò gli occhi al cielo.
Io ero al tavolo.
Tobia dormiva vicino al termosifone.
— Dipende da cosa ti hanno raccontato.
— Marco dice che vuoi lasciarlo.
— Sì.
Mia madre impallidì.
— Per il cane?
Eccola.
La frase che avrei sentito cento volte nei giorni successivi.
Per il cane?
Come se trentadue anni potessero essere ridotti a un’unica compressa azzurra.
— No, mamma.
— Laura, ti prego. Quell’uomo ti vuole bene.
— Non ho detto che non mi vuole bene.
— È sempre stato rispettoso.
— Mamma—
— Non ti ha mai fatto mancare niente.
La guardai.
Era sincera.
Per la sua generazione quello era amore.
Portare lo stipendio.
Non tornare ubriaco.
Non alzare le mani.
Non sparire.
Il resto?
Il resto una donna se lo aggiustava da sola.
Mia madre aveva fatto così con mio padre per quarantasei anni.
Ricordava le sue medicine.
Preparava i suoi vestiti.
Telefonava al medico.
Comprava i regali per i parenti di lui e scriveva anche il nome di mio padre sul biglietto.
Una volta mio padre dimenticò persino il loro anniversario e mia madre gli comprò un regalo da darle, per evitare che i figli se ne accorgessero.
All’epoca mi sembrò romantico.
Ora mi sembrava tristissimo.
— Lui ha dimenticato una medicina importante — dissi.
— Può succedere.
— Poi mi ha detto che avrei dovuto ricordargliela di nuovo.
Mia madre esitò.
— Beh, magari era agitato.
— Mamma. Io gli ho telefonato. Poi gli ho scritto. Lui ha risposto.
Silenzio.
— Però un matrimonio—
— Un matrimonio cosa?
La mia voce si alzò.
Francesca rimase immobile vicino al lavello.
— Un matrimonio si salva sempre? Anche quando una persona è stanca da vent’anni e nessuno se ne accorge?
— Vent’anni?
Mia madre sembrava sorpresa.
Quasi offesa.
Come se il mio malessere dovesse averle chiesto il permesso prima di durare così tanto.
— Ti ricordi quando Marco rimase senza assicurazione perché “pensava che la scadenza fosse a novembre”?
Lei abbassò lo sguardo.
— Ti ricordi quando dimenticò di prendere nostro figlio alla stazione e disse che avrei dovuto scrivergli la sera prima?
— Eravate giovani.
— Avevamo cinquant’anni.
Francesca quasi rise, ma si trattenne.
Continuai.
— Ti ricordi quando sua madre cadde e lui disse a me di organizzare fisioterapia, visite, farmaci e assistenza perché io ero “più brava con queste cose”?
Mia madre strinse la bocca.
— Sono cose che in famiglia si fanno.
— Certo. Ma perché sempre io?
Quella domanda rimase nella cucina.
Mia madre si sedette lentamente.
Guardò le sue mani.
Per la prima volta non difese Marco.
Guardò Tobia.
Poi disse piano:
— Anche tuo padre era così.
Non me lo aspettavo.
Francesca si voltò.
Mamma continuò.
— Quando morì tua nonna, tuo padre non sapeva nemmeno quale medico chiamare per me. Eravamo sposati da trentacinque anni. Non sapeva il nome del mio dottore.
Fece una risatina amara.
— Sapeva a memoria tutti i risultati della squadra di calcio dal settantadue.
Io non parlai.
Mia madre si asciugò un occhio.
— Noi pensavamo fosse normale.
Fu la prima crepa nella bella figura.
Il pomeriggio Marco arrivò con dei fiori.
Naturalmente.
Un mazzo enorme.
Quello che si porta quando serve un gesto visibile.
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